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  • Ted2

    TEDxMilanoWomen. Far circolare idee di valore è il Valore

    E’ un periodo di grandissimo fermento. Le opportunità per parlare sul blog di progetti interessanti sono veramente tante e io ho troppi lavori e troppo poco tempo.

    tedLa scorsa settimana sono stata invitata ad assistere a TEDxMilanoWomen. Conoscevo già questo tipo di evento, un format internazionale inventato da TED, un’organizzazione no-profit californiana che ha come obiettivo quello di diffondere idee – di qualsiasi tipo, dalla tecnologia, al business, al lavoro – che hanno valore.

    Sapete quanto gli americani amino usare la parola “inspiring”, quanto la mettano dappertutto fino a renderla inflazionata alle nostre orecchie di scettici italiani. Beh, TED è esattamente questo: una fonte pazzesca di ispirazione, così trascinante che se non ci vai di persona non puoi capire.

    TEDxWomenMilano mi ha dato l’opportunità di ascoltare tante donne con storie veramente interessanti, consapevoli che esprimere le proprie idee e farle circolare è il valore aggiunto del fare networking. Non è un evento prettamente femminista, è femminile, cioè parla di donne alle donne (ma anche agli uomini) e fornisce molti spunti. Gli argomenti erano tre: rischiare il futuro, sbloccare il futuro e sognare il futuro. Per ognuno di essi 4 speaker donne ci hanno raccontato la loro idea di futuro, come l’hanno realizzata o cercano di farlo. Tutte ottime comunicatrici, felici di potersi “regalare” al pubblico, non solo con la testa ma anche con i sentimenti.

    Quando a fine serata sono tornata a casa avevo la testa piena di pensieri. Stando su quella sedia non solo avevo ascoltato, ma mi ero anche profondamente emozionata, avevo rivissuto alcuni passi della mia vita professionale  e personale presente e passata, mi ero guardata dentro. Insomma, quasi una seduta di  psicanalisi!

    Hanno ragione gli americani. Organizzare questi eventi che favoriscono la circolazione delle idee è un atto indispensabile di responsabilità verso gli altri. A noi italiani, spesso cinici ed abituati a cercare il tornaconto personale dietro le mosse di chi si mette in azione (così trovando una scusa per restare immobili), eventi così dovrebbe prescriverli il dottore.

    E dovremmo abituarci anche ad essere noi stessi fonte di cambiamento ed ispirazione nei confronti di chi ci circonda. Lo dicevo già in questo post: proprio noi mamme (e in generale genitori) frequentiamo un sacco di altre mamme come noi. Non facciamo che parlare, parlare, a volte sparlare di questa o quella cosa che non funziona…perché non dedichiamo mai un po’ del nostro tempo a scambiarci idee di miglioramento, a supportarci, ad andare un po’ più in profondità rispetto a convenevoli e rapporti di comodo?

    L’altra sera ero a una cena di classe. Ho mostrato a tutti un libro, di cui vi parlerò non appena l’avrò finito, dicendo che secondo me dovevano leggerlo: non ce n’è stato uno che mi abbia presa sul serio. Perché?

    Un’ultima cosa su TED: mi sento una donna veramente privilegiata. Ho accesso ad eventi e persone interessanti, posso studiare, leggere, comunicare. Mi chiedo in che modo tutte le altre donne – quelle che non hanno studiato, che non conoscono la tecnologia o le fonti di informazione, quelle che non sanno nemmeno che esistano queste opportunità – possano essere coinvolte.

    Cioè come far uscire questi eventi da una élite. Bella domanda, vero?

    Nei prossimi giorni vi parlerò di un paio di persone che ho conosciuto a TEDxWomenMilano perché un post è veramente troppo poco. Nel frattempo potete informarvi qui.

     

    Photo credit: Steve Jurvetson

  • Lory1

    Il gioco preferito di mio figlio

    Siccome è sempre più facile criticare che proporre, ho deciso di raccontarvi qual è il gioco preferito di mio figlio, passatempo verso il quale sta sviluppando una forma di dipendenza per certi versi simile a quella che altri bambini possono avere per i videogiochi, ma con risvolti secondo me preferibili.

    (Qui quella che parla è la brava mamma, il cui figlio un giorno scapperà di casa dopo anni di educazione progredita 🙂 )

    La necessità, secondo me e Marito, era di indirizzare il figlio verso un interesse che

    1. lo rendesse socievole, quindi lo portasse ad interagire con altri coetanei
    2. lo obbligasse ad usare le mani ed acquisire qualche capacità da bricoleur
    3. aumentasse la sua scarsa attitudine alla concentrazione e alla pazienza
    4. lo coinvolgesse in un mondo immaginifico, ricco di saghe e personaggi da romanzo fantasy
    5. non fosse un videogioco

    E dunque, pensa che ti ripensa…trovato!

    Modellismo. Ma non un modellismo qualunque, bensì legato ai War Games.

    In pratica si tratta giochi di strategia guerresca in cui tutto, dal soldatino al mostrillo, dalla scenografia al campo da gioco, viene acquistato e successivamente dipinto a mano dai giocatori. Quando l’armata è pronta ci si sfida tirando dadi, rispettando regole di ingaggio per cui si vincono battaglie con spargimento di sangue virtuale  e soprattutto utilizzando la logica e studiando la storia delle varie tribù su libri scritti in stile Tolkien-bellico.

    Queste sono alcune creazioni di Lory, che piano piano ha iniziato a fare tutto da solo, raccogliendo il muschio ai giardinetti o il legno quando andiamo in montagna.

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    Una cosa che abbiamo capito è che per avviare un bambino ad avere una passione occorre dedicargli del tempo. All’inizio Lory non sapeva dipingere bene, non sapeva di poter creare queste basi con il muschio, non aveva idea di come usare la colla vinilica (tipo il mitico Mucciaccia di Art Attack). Lo abbiamo aiutato, accompagnato a scegliere i pezzi in negozio, letto con lui alcuni libretti, anche per capire se il tema fosse adatto.

    In sintesi, gli effetti positivi di questo hobby sono:

    • capacità di fare delle cose, anche molto piccole, con le proprie mani. Sembra che dopo anni di lavoretti all’asilo i maschi debbano disimparare a giocare con la colla e le forbici, avete notato?
    • creatività, perchè personalizza gli omini
    • maggiore capacità di concentrazione e pazienza
    • la soddisfazione di vedere nelle proprie mani il risultato del lavoro (un videogioco lo spegni e non ti resta niente)
    • il fatto che quando rientra a casa non chieda di accendere la tv ma di poter pitturare i suoi soldatini (epic win della mamma!)
    • il contagio di alcuni compagni, che hanno iniziato a fare lo stesso e giocano con lui
    • la prospettiva di un interesse che da pre-adolescente lo porti a frequentare le sale gioco con altri coetanei (sì, tutti brufolosi, un po’ nerd e con le ascelle che puzzano, come ho potuto notare di persona l’ultima volta che siamo andati)

    Effetti negativi:

    • le scatole di omini, il primer e la vernice costano. Secondo noi soldi ben spesi, anche se si può risparmiare qualcosa su Amazon.
    • il bambino non fa che parlare di saghe fantastiche e personaggi dai nomi assurdi a colazione, pranzo e cena. Io e l’altra figlia non ne possiamo più!

    lory

     

    Ho un unico rammarico.

    Nonostante anche mia figlia sia stata coinvolta in ogni attività e quindi abbia imparato a dipingere, guerre e combattimenti le interessano poco, come a me del resto. Certo, nel negozio di Games Workshop dove andiamo a comprare e giocare ci siamo imbattuti in intere famiglie e ragazze appassionate, ma sono rare. Sarebbe bello che qualcuno inventasse un tema che potesse calamitare maggiormente l’interesse delle bambine, fermo restando il pitturare e creare l’omino. Il papà comunque le ha regalato una bellissima guerriera, bionda come lei.

    Creatori di giochi, toc toc! C’è qualcuno all’ascolto?

     

     

  • Expo

    Visitare l’Expo con i bambini

    Partito! L’Expo ormai è una realtà!

    Avete tempo di visitarlo fino al 31 ottobre 2015. Ecco tutto quello che dovete sapere per visitarlo con i bambini.

    Ve lo dico nella mia rubrica MAMMA MANAGER: ascolta!

    Stay Tuned!!!

     

     

    Photo Credit: Daniel70ml

  • Study

    Donne, non smettete mai di studiare!

    C’è stato un periodo della mia vita, coinciso con la nascita dei miei due figli, in cui mi sentivo sfigata e fuori dai giochi. Oggi ne sorrido, ma al tempo la cosa mi appariva molto seria. Poi ho iniziato a guardarmi in giro, ho studiato, ho finalmente capito cosa volevo fare da grande e ne sono uscita con una visione, guadagnandone in serenità.

    Poi mi è successa una cosa strana, una specie di esperienza schizofrenica.

    Mentre nel mondo online delle mamme blogger e dei liberi professionisti che frequentavo in Rete continuavo a conoscere gente nuova, frizzante, piena di iniziativa, a scuola, ai corsi dei figli ed in altre occasioni legate alla loro socialità, incontravo donne un po’ disorientate, scollegate dal mondo del lavoro, che ignoravano le potenzialità della tecnologia. Anche solo per fare due chiacchiere mi sono trovata spesso a fare da mentore involontario a queste amiche, a spiegare cosa fosse Linkedin, come si scrivesse un curriculum, perché non potevano ignorare il mondo internet (se non altro per capire meglio i propri figli).

    C’è una cosa a cui tengo molto e voglio dire a tutte le donne che mi leggono:

    non smettete mai di studiare!

    Non importa se siete casalinghe, anche solo temporaneamente o per scelta. Continuate ad innaffiare la pianticella del vostro sapere, non restate chiuse fuori dai giochi. Fatelo per voi stesse, amatevi, datevi valore. Che sia un corso di computer, di canto, di giardinaggio, di cucina, di ballo, non importa. Apritevi al mondo, siate curiose, date e riceverete.

    E se invece voi non siete così ma conoscete qualcuna che lo è, incoraggiatela!

    Facciamoci carico di evangelizzare un po’ le nostre amiche. Scusate, ma non è possibile che nel 2015 ci siano donne incapaci di usare Word. Cerchiamo di essere un po’ solidali almeno tra di noi!

    E se veniamo a conoscenza di strumenti che possano aiutare altre donne, segnaliamoli.

    Per esempio mi piace moltissimo questa iniziativa, Workher, voluta da PianoC e NC con il sostegno di molti partner importanti, tra cui La 27Ora del Corriere. Segnalatela alle vostre amiche lavoratrici o disoccupate che siano.

     

    Photo Credit: Simon Fraser University

  • Arc

    Le manifestazioni degli studenti servono ancora a qualcosa?

    A 14 anni ho partecipato alla mia prima manifestazione contro il Sistema.

    Non è tanto importante sapere chi fosse il Ministro dell’Istruzione dell’epoca: ogni generazione ha i suoi motivi per protestare. Comunque era la Falcucci e scommetto che nessuno di voi se la ricorda, anche quelli che l’hanno odiata a quei tempi.

    Io non ero tra quelli perché in realtà dei motivi per cui ero andata a manifestare non sapevo molto. Venivo da una scuola di suore femminile, un ambiente tranquillo in cui si studiava bene ma mancava l’aria. Non sapevo nulla del mondo là fuori e anelavo a un po’ di vita vera fuori dal mio acquario.

    Così quando se ne è presentata l’occasione ho deciso di bigiare per un giorno  e unirmi alle proteste. Ai miei genitori ho detto: “Voglio vedere com’è” e loro sono stati così intelligenti da non impedirmelo, capivano e accettavano la mia voglia di novità.

    Di quel giorno ricordo l’eccitazione, l’entusiasmo di essere al concentramento in Cordusio, gli striscioni, gli slogan urlati attraverso i megafoni, i ragazzi grandi e disinvolti che sapevano come comportarsi, e io e le mie amiche: piccole, ingenue e sfigate.

    Ricordo la focaccia alle olive dal panettiere in piazzale Baracca, le risate, il sentirci libere e trasgressive per la prima volta in vita nostra. Ricordo i fischietti, le urla, il casino e i fotografi dei giornali. Ho conservato da qualche parte un ritaglio di giornale in cui mi si vede camminare al centro del corteo. La manifestante, ah ah.

    Invece non ricordo nulla del motivo delle proteste e questo non vi stupirà.

    Oggi Milano è bloccata per la manifestazione di studenti ed antagonisti contro l’Expo. L’ho seguita brevemente in diretta sul sito del Corriere, ma mi viene l’orticaria. Non ce la faccio a sentire gli slogan qualunquisti, a vedere i capetti del gruppo figo della scuola, gli incappucciati e soprattutto le immagini dei tagger, che imbrattano la mia città, le mancano di rispetto, comunicano solo arroganza. Pretendono diritti calpestando quelli degli altri cittadini. L’entusiasmo dei ragazzi come al solito sfruttato da altri per fini politici.

    E poi mi chiedo se oggi le proteste non siano più efficaci attraverso altri canali, per esempio i social media, piuttosto che bloccare le città. La gente ormai si è abituata a queste esplosioni di piazza, non simpatizza, prova solo fastidio.

     

    Photo credit: Walter

  • Header High1

    40 Spesi Bene, le cose belle del web e #Adotta1blogger

    Questo blog è nato nel 2009, quando non sapevo che essere una mamma blogger poteva diventare un modo per ottenere collaborazioni, scrivere libri, andare in tv. Infatti non l’ho mai gestito in modo particolarmente aggressivo, per fare numeri. Discorsi che oggi suonano normali per tanti, in tutti i settori.
    Dell’inizio ricordo il grande entusiasmo nel vedere che altre mamme mi leggevano e mi raccontavano la loro vita. Tutte condividevamo tutto: i post delle altre, le esperienze, le foto. Ci emozionavamo molto. Si rideva molto. Si usciva a cena, avevamo la curiosità di guardarci in faccia senza altri fini che l’amicizia.
    Poi, piano piano, lo spirito si è perso, come è normale che sia. Ma il mio blogghettino rimane qui, a farmi compagnia, testimone di un momento pionieristico della mia vita.

    Oggi invece vi presento un mio nuovo progetto, perché ho sentito il bisogno di una nuova casa in cui ospitare non solo i miei pensieri, ma anche quelli di altre persone.
    Si chiama 40 Spesi Bene, è un blog multi-autrice rivolto a tutte le donne dai 40 in su. Non wonderwomen, non eterne ragazzine, semplicemente donne felici di sé (o che ci provano). Ci scriviamo in sei, tutte diverse l’una dall’altra, tutte con vite, casini, situazioni sentimentali differenti. Ci divertiamo. Speriamo di interessare e divertire anche voi.

    Abbiamo lanciato il sito ieri ed ecco che si è materializzata una magia che non mi aspettavo.
    Persone con cui normalmente ho contatti fugaci che si sono prese la briga di scrivermi per dirmi quanto apprezzano il progetto, guru del web prodighe di consigli preziosi per sistemare le cose qua e là, donne e consulenti che offrono la loro collaborazione gratuita, condivisioni à gogo. Di nuovo quell’entusiasmo che non provavo da molto tempo, quella voglia spontanea di condividere senza avere nulla in cambio. Le cose belle del web.

    Quando si è felici bisogna essere generosi.

    Una frase che mi piace, detta da Salvatore Lo Cascio ne “La Meglio Gioventù”.
    Quindi, ringraziando Dani, che ha consigliato generosamente a tutte le sue lettrici 40 Spesi Bene, anch’io voglio consigliarvi il suo blog:  Dani&Colf (utilissimo, serve proprio a semplificare la vita delle donne che hanno sempre troppo da fare).

    E se vi piace qualche blog non tenetevelo per voi, fate girare la voce, condividete. Avere un blog, scrivere post interessanti richiede tempo, fatica, costanza e molto amore.

    #Adotta1blogger anche tu!

  • Missing The Point1

    Tempo sprecato davanti ai videogiochi?

    La settimana scorsa sono andata ad un evento della Social Media Week milanese dal titolo: Mamme e mobile: una ricerca sul ruolo delle mamme italiane nella rivoluzione digitale e un confronto tra genitori e figli sul digital divide (qui i dati che mostrano quanto le mamme come me non possano vivere senza il proprio cellulare).

    Alla fine dell’evento ho twittato questo:

    tweet

    Chiaramente la mia è stata una reazione di pancia (ma assolutamente non polemica, tengo a dirlo) di fronte all’entusiasmo stratosferico che gli speaker manifestavano verso le nuove tecnologie. Tra l’altro una cosa che ho apprezzato moltissimo è stata la testimonianza di due adolescenti di cui conosco bene le famiglie e che giustamente sono state interpellate. Cosa c’è di meglio che sentire i ragazzi smettendola di parlare di loro come se fossero animali dello zoo?

    Solo che alla fine dell’incontro un padre ha raccontato: “Sono uscito di casa per venire qui lasciando mio figlio piccolo di fronte ai videogiochi in compagnia della nonna. Mi è sembrata un’immagine bellissima.”. Naturalmente lui lo diceva con le migliori intenzioni, per incoraggiare i genitori a non temere la tecnologia.

    Cosa succede a casa sua e cosa fa suo figlio non mi riguardano minimamente e il rapporto con la tecnologia è qualcosa di molto personale, che ognuno di noi gestisce come meglio crede, però ecco, io quando ho sentito questa frase ho fatto un salto sulla sedia.

    Uscire a cena con mio marito lasciando i figli di fronte alla televisione con la Play mentre la nonna supervisiona (la nostra non sarebbe in grado) mi farebbe sentire una madre degenere.

    Lo confesso: odio la Play, l’xBox, il Nintendo.

    Tutto il tempo che i miei figli potrebbero passare lì davanti mi sembrerebbe sprecato.

    Lo so che certi videogiochi  possono essere invece un momento di condivisione con gli amici, che alle feste i ragazzini si mettono lì davanti, ridono e scherzano. Lo so che sono un’esagerata.  Ma finchè i miei figli avranno un’età in cui potrò favorire certi giochi piuttosto che altri lo farò.

    Casa mia sta diventando un atelier di pittura, modellismo, fai da te. Mi servirebbe una stanza in più solo per farci stare tutti gli attrezzi! Ai figli io e Marito (appassionato videogiocatore, tra l’altro, ma in epoche lontanissime) proponiamo hobby creativi da svolgere insieme, anche costosi. Abbiamo il terrore che i bambini non imparino ad usare le mani. Penserei di avere in casa due menomati.

    Io poi ho il timore che i videogiochi abbassino la loro capacità di concentrazione sulla pagina del libro, rendendo difficile il raccoglimento nello studio e la focalizzazione nel silenzio.

    Non abbiamo nemmeno l’ipad, perché poi lo so come va a finire: altro che app didattiche. Si finirebbe con il litigare tra fratelli per chi ci deve giocare di più e io come madre dovrei continuamente intervenire a sedare risse. Finchè posso evitarlo, evito.

    Naturalmente non faccio dei bambini due paria: presto il mio cellulare per fare qualche gioco, sempre meno spesso di quanto me lo chiede mio figlio, che attualmente non saprebbe darsi un limite; lascio giocare entrambi a casa degli amici; ogni tanto il maschio gioca con  suo padre a una roba di guerra strategica riesumata dagli anni ’90; ho perfino rivitalizzato un po’ per ridere un mio vecchio Nintendo di trent’anni fa, di quelli monogioco.. Magari se lo vendo ci faccio qualcosa.

    Però il resto non lo voglio e loro non me lo chiedono.

    Sono perfettamente consapevole che l’età dei miei figli (seconda e terza elementare) mi consente di impormi, ma so che presto non sarà così facile e quindi cerco di seminare in questi anni.

    Non voglio che loro percepiscano i device come una protesi, non a 6 e 8 anni. Io mi ricordo cos’era giocare e studiare prima di avere un videogioco, un Commodore 64, un computer. Sarò antistorica, ma desidero che anche loro capiscano la differenza tra studiare con la penna e il foglio e studiare con un’app, fosse la più intelligente del mondo. Non perché non sia giusto farlo, ma perché ritengo ci si debba arrivare per gradi.

    Perché vedo quanto io sia dipendente dai social network, dallo smartphone, da Whatsup, dai vari blog. Perché quotidianamente vedo quanto tempo mi mangiano tutte queste cose messe insieme, come abbiano drasticamente diminuito il mio potere di concentrazione nella lettura, di sopportazione dei tempi morti, di gestione dell’ansia. Mi rendo conto di come passi più tempo a leggere notizie ansiogene sul cellulare che a finire i romanzi acquistati in libreria.

    E vi confesso una cosa: ogni tanto di fronte ai miei figli mi vergogno di avere sempre sto cavolo di smartphone in mano, di ricevere tutti questi messaggi, di dover spiegare che è per lavoro. Perché anche se è la verità mi sembra di offrire loro un esempio sbagliato.

    Ah, la coerenza.

     

    Ma allora: i videogiochi fanno bene o fanno male?

    Un po’ di opinioni a confronto:

    I videogiochi non fanno male ai bambini

    Giocare ai videogame fa bene ma per meno di un’ora al giorno. La psicologia si divide ancora una volta sul gaming

    Videogiochi a ogni età. Fanno bene o fanno male?

    Perchè i viedeogiochi fanno bene – Il giusto equilibrio

    (photo credits Dave Shea)

  • Cenerentola Banner 11

    Notte da favola all’anteprima di Cenerentola Disney

    Cenerentola non è una storia come tutte le altre.

    Eppure apparentemente è proprio come tutte le altre.

    E‘ una storia di lunghe peripezie e sofferenza, con la buona e bella e le brutte e cattive.

    E‘ una storia di magia.

    E’ una storia di riscatto trionfale.

    Ma cosa la differenzia da Biancaneve, Bella Addormentata, Raperonzolo?

    Ma il fashion, bien sûr!

    In nessun’altra favola il look ha un ruolo altrettanto essenziale. Voglio dire, se Cenerentola non si presentasse al ballo con un vestito semplicemente da sogno, su tacchi da capogiro in cristallo (ma magici, perché sono così comodi che riesce a ballarci tutta la sera) e una coiffure ammaliante, col cavolo che il principe si sarebbe accorto di lei!

    Questo preambolo per dirvi che quando la mia amica per la pelle Iolanda mi ha telefonato per invitare me e Buddy all’anteprima del nuovo film Disney “Cenerentola”, ho mollato a metà le valigie per le vacanze di Carnevale e ho comunicato a Marito che avremmo rinviato la partenza. Non potevo privare la bambina (qui rido) dell’emozione di un red carpet in abito da sera per andare a vedere la sua favola preferita, quella che esprime il Sogno allo stato puro: Sogno di Bellezza, Eleganza, Bontà, Generosità, Amore.

    Sì, lo so che per i restanti 364 giorni dell’anno stiamo a disquisire di quanto siano superate queste vecchie favole, che simboleggiano valori contro l’emancipazione della donna. Però dite quel che volete: nemmeno la donna più emancipata può resistere al fascino del look.

    La serata è stata all’altezza delle aspettative. Un lungo blu carpet ha accolto la mia principessa, che per l’occasione ha indossato il vestito da Carnevale di Elsa. Sì, come il 90% delle bambine quest’anno, ma c’è da dire che Buddy assomiglia proprio ad Elsa e dovevate vedere con quale grazia sventolava il mantello mentre la fotografavo vicino ad un poster gigante della collega Cenerentola. (Immaginatevelo, perchè non pubblico le foto dei figli).

    Prima della proiezione si è presentato il regista, Kenneth Branagh in persona, che ha letto con entusiasmo un simpatico discorso in italiano. E qui si è visto il professionista, che non si propone solo con l’inglese come al solito. Bravo.

    Ha poi presentato i due giovani attori che impersonano Cenerentola e il Principe. Su di lei Buddy: ”Bellissimaaaaa…” come in un sospiro e su di lui – dopo la proiezione – quasi stizzita: “Ma ora ha la barbetta, non è come nel film!”.

    Invece io per tutto il tempo ho continuato a dirle che quella che fa la Matrigna (Cate Blanchett) è la mia attrice preferita. Vi giuro che non ho mai visto una Matrigna così di classe come questa.

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    Sul film non posso dirvi molto, perché non è ancora nelle sale, ma posso anticiparvi che merita assolutamente di essere visto. Kenneth Branagh è riuscito a rendere nuova ed avvincente una storia di cui si sa tutto. Tocca in modo moderno tutti i temi della favola, come l’invidia, il bullismo, la fedeltà a se stessi, la generosità, il coraggio, l’amore che supera gli ostacoli. E secondo me riesce anche a rendere più sensuale il rapporto tra Cenerentola e il Principe…ma adesso stop! Non aggiungo altro.

    Comunque c’è un motivo su tutti per cui vi consiglio di andare a vedere “Cenerentola” con vostra figlia.

    Non riuscirete a staccarle gli occhi di dosso per tutto il film. Il suo sguardo rapito e meravigliato, la bocca spalancata, i saltelli di gioia o la tristezza di un momento vi faranno tornare bambine con lei.

    E poi ovviamente starete tutto il tempo mano nella mano, stringendovela forte nei momenti topici. Ma cosa c’è di più bello al mondo?

    Proprio a mezzanotte la nostra serata magica si è conclusa sul “cocchio” di Marito, che ci è venuto a prendere per portarci in montagna. La mia Buddy, con il suo vestito da sera fasciato dalla cintura di sicurezza, si è subito addormentata, stringendo al petto il diario di Cenerentola che le hanno regalato come ricordo.

    Che serata da favola!

  • On Air1

    Facciamo l’amore

    L’altro giorno un’amica mi ha fatto notare che dovrei mettermi a fare dei podcast, ovvero dei file audio da poter scaricare direttamente dal blog per permettere a chi mi segue di ascoltarmi dappertutto.

    Mmmm…ci penserò!

    Però su Manager di Me Stessa ci sono già diversi file audio grazie a cui potete ascoltare la mia voce “melodiosa”. Ve ne siete accorte?

    Sono tutti lì a destra, nella sezione ON AIR con Mamma Manager, la mia rubrica che va in onda ormai da 7 anni su un network nazionale di radio, grazie alla collaborazione con Alessandro Fizzotti e il suo Fizzshow.

    Siccome so che a noi donne piace sempre conoscere i retroscena, vi racconto come è nata questa storia.

    Nell’ormai lontano 2007 ero la mamma di un bambino di un anno e non avevo tempo per respirare. Avevo anche smesso di lavorare e le mie giornate erano piene ma ripetitive. Un giorno in cui volevo sbattere la testa contro il muro più del solito, mi si è accesa una lampadina.

    La vita non poteva essere solo duro lavoro e routine. Dovevo inventarmi qualcosa al di fuori dagli schemi, qualcosa di creativo, che realizzasse un mio sogno e mi facesse uscire dalle quattro mura di casa.

    Bon.

    Prendo il telefono e chiamo Alessandro.

    – Ale, da domani ti faccio una rubrica nuova nuova: Mamma Manager.

    Ale ha detto di sì (bravo Ale, che ti sei fidato alla cieca) e siamo ancora qui dopo tutti questi anni.

    All’inizio i miei contributi erano assolutamente bizzarri: cercavo di applicare le regole del marketing, la mia professione, alla vita famigliare. Ne uscivano rubriche strampalate, in cui l’unica a capirci qualcosa forse ero solo io. Ricordo una puntata in cui paragonavo nonni e baby-sitter a fornitori esterni e valutavo il loro contributo alla Catena del Valore famigliare.

    Poi, man mano che mio figlio cresceva e i  figli sono diventati due, ho iniziato ad interessarmi alle cose di tutti i giorni, ai consigli che potevo offrire ad altre mamme come me.

    Ma il destino era in agguato.

    Un giorno mi trovavo in crisi, non riuscivo a trovare un argomento abbastanza interessante per Mamma Manager. Pensa che ti ripensa, accendo il pc, vado su Google e cerco “mamma”. Pensavo che forse avrei trovato un articolo in grado di ispirarmi.

    La prima riga leggibile sullo schermo era il blog di Claudia De Lillo, Nonsolomamma.

    Ne sono rimasta folgorata.

    Non solo l’ispirazione è arrivata, ma sono diventata una sua assidua lettrice. La sera poi aspettavo Marito per leggergli alcuni post, in cui mi riconoscevo tantissimo e ci facevamo due risate.

    By the way, anni dopo ho avuto il piacere di conoscere personalmente Claudia, siamo state ospiti della stessa trasmissione in tv e mi ha costretto a farle l’imitazione della mamma del suo ex ragazzo del liceo. Guarda caso era stata la mia prof. di Greco e Latino!

    Ma torniamo a bomba.

    Mamma Manager esiste da allora e voi potete ascoltare le mie registrazioni più recenti qui nella colonna di destra.

    E meno male che quel giorno ho scoperto l’esistenza dei blog delle mamme, così poi, mesi dopo, ne ho aperto avventurosamente uno anch’io e…

    Ma questa è tutta un’altra storia e forse un giorno ve la racconterò!

    Nel frattempo vi lascio con la mia ultima release, che simbolicamente intitolerò “Facciamo l’amore”, in onore al santo del giorno, che di nome fa Valentino.

    Buon ascolto!

     

     

    foto credits Giulia Forsythe

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    La paura dei vaccini è endemica come una malattia. Ma si può curare.

    Ci ho pensato bene prima di scrivere questo post.

    Ci ho pensato bene, perché parlare di vaccini è come disquisire di allattamento al seno e latte artificiale: di solito le madri si scannano.

    Ma insomma, l’argomento mi colpisce nel profondo e accetto il rischio.

    La notizia è che l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha chiesto all’Italia un incontro urgente con il nostro Ministro della Salute per capire le ragioni del netto crollo delle vaccinazioni dei bambini in Italia. I dati ufficiali relativi al 2013 certificano un crollo del 10% delle vaccinazioni facoltative entro i due primi anni di vita, con picchi del 25% per le vaccinazioni contro morbillo e rosolia.

    Altra notizia recente è che negli Stati Uniti è in atto una sorprendente epidemia di morbillo, pare originata da un focolaio identificato guarda caso proprio a Disneyland, dove bambini e dipendenti non vaccinati si sono ammalati.

    Italia, Stati Uniti, due paesi lontanissimi, stesso scenario. Riuscite ad unire i puntini?

    La domanda è: perché per un numero sempre più crescente di genitori vaccinare i propri figli è diventato un pericolo da evitare?

    E poi: lasciamo perdere se a un genitore può andare bene che il proprio bambino prima o poi si becchi il febbrone a quaranta e le pustole e che si esponga ad eventuali serie complicanze legate al morbillo. Io stessa ho fatto tutte le malattie tranne la scarlattina, sono stata molto male ma son qui a raccontarlo.

    Mi chiedo: dove finisce la libertà di un genitore di decidere se vaccinare o no i propri figli senza nuocere alla collettività?

    Esistono diverse categorie di persone, anche adulte, che non sono vaccinate per varie cause (tra cui l’età, le allergie, la chemioterapia etc.), e restano esposte al contagio. Chi non vaccina i propri figli evidentemente non ritiene importante che la propria decisione abbia conseguenze sulla vita degli altri, non se ne sente responsabile. Ma sbaglia, perché non  è così.

    Se andate a farvi un giro su vari siti che trattano l’argomento vedrete che un po’ dappertutto trovate il genitore di non vaccinato che racconta quanto il figlio sia sano e non si ammali mai. A questa persona vorrei obiettare che – sorry – ma forse non gli è ancora successo (io il morbillo l’ho fatto a 10 anni, per dire) e poi se suo figlio non si è ancora ammalato magari è perché tutti intorno a lui sono vaccinati e quindi ne risulta protetto.

    E’ chiaro che i genitori quando si trovano tra le mani un meraviglioso frugoletto si pongono mille domande chiedendosi quale sia il miglior modo per proteggerlo dalle malattie. E’ successo anche a me. Anch’io ho letto su internet storie dell’orrore sui vaccini, sul grande complotto delle multinazionali, sulla presunta (e ampiamente e scientificamente smentita, cliccate qui) relazione con l’autismo.

    Ma poi ho cercato di razionalizzare, di non lasciarmi fagocitare dai dubbi di un’informazione non verificabile, che punta a spaventare ed immobilizzare le scelte. Questi vaccini sono inoculati nei bambini da un numero sufficiente di anni affinchè esistano evidenze scientifiche tali da rassicurare i genitori su efficacia ed effetti collaterali.

    Però rispetto chi la pensa diversamente se argomenta con  buonsenso.

    Un’amica ricercatrice con una formazione scientifica molto solida mi dice di essere dubbiosa in merito al vaccino contro il Papilloma virus per sua figlia di 12 anni. Non lo ritiene fondamentale per svariati motivi che mi spiega nel dettaglio grazie alle sue competenze specifiche. Insomma, mi fa riflettere perchè ne sa più di me.

    Quello che io dico a chi non vaccina i figli perché ha letto qualcosa su internet e si è spaventato (tipicamente per storie truci che puntano all’emotività di chi legge, commenti di genitori anti-vaccino che sembrano ultras del calcio) è:

    va da un medico preparato e fai due chiacchiere.

    Cosa è successo per cui oggi per un numero importante di famiglie il vaccino è il male assoluto? Perché è svanita la fiducia nella scienza e nel lavoro dei medici? Perchè si pensa che le campagne vaccinali per queste malattie debbano per forza nascondere solo interessi economici?

    Viviamo in una società in cui le certezze sono crollate così rovinosamente per cui un sito web complottista risulta più credibile di un pediatra o di un Ministero della Salute.

    Chiedo: se i miei genitori avessero potuto scegliere di evitarmi il morbillo, la parotite e la pertosse che mi ha devastato l’infanzia, credete che non l’avrebbero fatto?

     

    Leggi anche:

    Vaccinarsi è necessario, Michael Gerson – The Washington Post

    Il calo pauroso delle vaccinazioni

    La battaglia di Roald Dahl, l’autore de “La Fabbrica di Cioccolato”

    (La foto originale in alto è di †#€ ßΩ∂†M∂И )

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