Blog

This is the default teaser text option. You can remove or edit this text under your "General Settings" tab. This can also be overwritten on a page by page basis.

  • Non sparate sulla mamma!

    non sparate sulla mamma-001

     

    La fine dell’anno scolastico per una madre è uno dei periodi più ansiogeni dell’anno.

    Dopo così tanto tempo e due figli ancora non me ne capacito: perché i saggi, le recite, i tornei di fine stagione, i regali alle maestre e alle bidelle, due compleanni in famiglia, la scelta del campus estivo, le vacanze da organizzare, il cambio del guardaroba, le scadenze burocratiche, il cambio gomme, una colite spastica, tutto insieme, tutto nel mese di maggio dovrebbero rendermi ansiosa?!

    Ah, e poi ovviamente sono restata senza colf. Così, tutto d’un tratto.

    Mi affannavo dietro a tutti questi impegni (sono anche rappresentante di classe, col cavolo che l’anno prossimo mi ricandido) quando ieri completavo uno dei miei achievement annuali: ultima lezione di nuoto del figlio con la soddisfazione finale di essere invitato alla pre-agonistica (ma poi vediamo che in realtà il mazzo non se lo fa solo lui).
    Leggera e felice come un uccellino rientravo a casa in macchina con i bambini quando all’improvviso un boato inaspettato è esploso contro la mia portiera: una povera ciclista che filava a cento all’ora. Contromano.

    La sua bocca sanguinante, le tumefazioni in faccia, la preoccupazione di avere contribuito anche se solo in parte al suo stato, il dispiacere…e contemporaneamente capire che ci era andata bene, molto ma molto meglio di quello che poteva succedere mi hanno fatto ridimensionare tutto.
    Ansie da prestazione, scadenze inderogabili, arrabbiature effimere, piccole frustrazioni…

    Quello che conta è ritrovarsi la sera intorno ad un tavolo, tutti insieme. E chi se ne importa se il regalo alla maestra non l’abbiamo ancora comprato.

  • “Una mamma imperfetta”. Da casa nostra alla web tv.

    Giovedì sono stata invitata al Corriere della Sera per la presentazione della nuova fiction Rai, “Una mamma imperfetta”, un esperimento narrativo a cui partecipa anche il giornale nella sua versione on line (prima puntata qui).
    Infatti da oggi ogni giorno il sito del Corriere ci offrirà una pillola di questa storia di mamme che poi andrà in onda in modo completo in prima serata a settembre su Rai2.

    Io però sono andata a questo evento piena di scetticismo, perché come mamma blogger, ormai sono abituata alla banalizzazione della maternità in ogni salsa ed all’estrema semplificazione degli argomenti praticata dai giornali, con la conseguenza di ridurre le madri ad una macchietta domestica in mezzo a mille stereotipi. Inoltre l’effetto RAI (son tutte belle le mamme del mondo + abbassiamo il livello) era una minaccia incombente.

    Invece devo ammettere che le anticipazioni che ci hanno mostrato hanno dissipato molti dei miei dubbi. Il regista e sceneggiatore è Ivan Cotroneo (ex “Tutti pazzi per amore”), un intellettuale poliedrico, vivace e, mi sembra di capire, anche umile, che in effetti ha dato una visione realistica ed aggiornata della maternità.
    Sin dal primo episodio la platea è entrata in sintonia con la protagonista e le sue amiche mamme. Molte le vicende in cui tutti ci siamo immediatamente riconosciuti. Alcuni temi più seri sono stati affrontati con molta ironia e ne abbiamo riso volentieri.
    Io che sono curiosa di natura non ho potuto trattenermi dal chiedere a Cotroneo quanta ispirazione gli sceneggiatori abbiano tratto dai blog delle mamme. Mi è stato detto che le narrazioni di amici e parenti sono state fondamentali, anche se conoscono il fenomeno. La risposta è stata molto elegante, però insomma non si può fare a meno di pensare ad un blog molto noto che esiste da anni che si chiama Mamma Imperfetta e che non è mai stato citato nemmeno lontanamente.

    Tra l’altro la protagonista principale si confida con lo schermo del computer, come se raccontasse alla rete le sue giornate, ma non ha né legge blog, non va su internet per diagnosticare malattie ai figli, è una mamma del 2009 come dice lo Zio. Mi sembra un piccolissimo baco, ma capisco anche che questo film lo devono vedere dalle Alpi all’Oceano Indiano e Milano Centro non è l’Italia.

    Nell’attesa di vedere tutto lo sceneggiato (vi ho già detto che odio la parola fiction?), vi lascio alcune domande che restano aperte:

    – Mamme che si autodefiniscono imperfette, mamme imperfette che soffrono le mamme perfette, mamme che pensano di essere perfette ma non lo sono…

    Ma esistono davvero le mamme perfette? Secondo me no, non esistono.

    Sono tutte invenzioni delle nostra testa perché vorremmo essere sempre al massimo della prestazione e non ci riusciamo. E non ci riusciamo perché non è umanamente possibile. Prima ce lo diciamo meglio è.

    Queste madri oggetto della nostra invidia, perché alle otto del mattino le vediamo tutte eleganti e perfettamente truccate, perché ai giardinetti conoscono a memoria il nome di tutte le malattie, perché i loro figli a scuola hanno i quaderni senza orecchie, sono esattamente come noi. Ci sembrano perfette proprio in ciò che noi sappiamo fare meno bene, ma conosciamo i loro veri sentimenti, i piccoli fallimenti che ci nascondono?

    Perché dobbiamo essere sempre così tremendamente competitive? Non è che un tacco al parco giochi mostra solo la voglia di restare belle ed eleganti nonostante la fatica di fare la mamma?

    – Non so ancora come e quando nello sceneggiato si parlerà di casalinghe, però sarebbe il caso di iniziare a farlo, ed in modo moderno.

    Le mamme lavoratrici sono stressate dal doppio incarico, lo sappiamo tutti, ma mi piacerebbe che si capisse un po’ anche la vita di chi sta “solo” a casa. E’ vero che non ci sono i vincoli di orario dell’ufficio, però restano quelli degli impegni dei figli e della casa. E poi ci sono tanti altri aspetti: essere realizzate, socializzare, trovare la propria via al lavoro, che può essere anche creativa come la nostra di blogger ed esperte di social media.

    – Infine, sì, lo confesso: odio le mamme-tv con le occhiaie, il golfino stropicciato, che si sentono perennemente in ritardo su tutto. Però io sono una persona troppo esigente e credo che ognuna delle quattro mamme della storia voglia rappresentare una tipologia diversa, quindi mi dispongo con molta bonomia a gustare tutte le puntate.

    E voi che tipo di mamma siete?
    – Quella sempre in ritardo?
    – La mamma in carriera che delega alle tate?
    – La svaporata che non se la prende per niente?
    – La casalinga anni 2000?
    – La mamma perfetta???
    Io forse un po’ di tutte queste (no dai, non delego molto alle tate). Ah, tra l’altro in tempi non sospetti con un po’ di amiche sulla maternità “così come viene” abbiamo scritto un libro: questo. (Regalatelo che fate pure della beneficenza)

    Nel frattempo vi presento le attrici. Le ho intervistate l’altro giorno, sono molto simpatiche! E due di loro sono pure mamme, ascoltate un po’ cosa mi hanno raccontato!

  • Ognuno Ha I Suoi Scheletri Nellarmadio A27162554

    Scheletri rosa nell’armadio di una donna

    Facile dire di qualcuno che ha gli scheletri nell’armadio.
    Ma nel mio caso non è una battuta. Gli scheletri li ho veramente!

    Ogni anno, quando proprio vi sono costretta, apro l’armadio per il cambio di stagione e faccio quello che fanno tutti: metto in alto quello che sta in basso, in basso quello che sta in alto e non butto via niente.
    Lo vorrei fare, ma trovo sempre valide motivazioni per astenermi. Tipo: questa maglietta è ancora in buono stato, magari è la volta che la indosso (certo, certo); questo golf è un ricordo, come faccio a liberarmene?
    Il momento più assurdo è quando riesco a mettere insieme una borsa di abiti da regalare, la deposito nello studio…e ce la lascio per un anno!

    Ultimamente poi, subentrano altre considerazioni: questa borsa così carina la conservo per la bambina quando sarà grande. E’ il caso di questo vestito:

    abito

    Comprato da Fiorucci per 400.000 Lire e successivamente scartato su suggerimento di mia madre (“Ho visto una copia sulle bancarelle dei cinesi!” Mannaggia a lei, mi ha fatto spendere il doppio per una festa elegante).
    Anche questo secchiello di Johnny Lambs ricevuto per il mio 19esimo compleanno, non scherza.

    secchiello

    Tra le lettrici del mio blog c’è qualcuna abbastanza vecchia da ricordare che impazzavano la moda della borsa a secchiello e la marca post-paninara Johnny Lambs = Gianni Agnelli ?
    Oppure le mitiche camicie con i personaggi dei Looney Tunes?

    camicia
    Altro residuato vintage: due baschi di Kenzo che vorrei avere il coraggio di sfoggiare, ma mi sento fuori tempo massimo.

    cappelli
    Ed infine la mia vera croce e delizia, ma per questa in realtà avrei bisogno di uno psicanalista.

    giacche
    Questi sono solo alcuni tailleurs tutti rigorosamente neri, blu o grigi che mi guardano dall’alto dell’armadio. Corredati ovviamente da borse adeguate, stile business-sciuretta, testimoni di quella donna in carriera-tutta d’un pezzo che volevo essere centomila anni fa. Mi nascondevo nel vestito, cercavo di sembrare meno femminile possibile mentre non sapevo nemmeno chi fossi veramente.
    E naturalmente le scarpe erano coordinate. Ecco un breve flash di n paia di decolletés tutte uguali, sempre nere, al massimo blu, con il tacco da hostess British Airways.

    scarpe

    La vera domanda oggi è:

    perché tengo tutta questa roba e non riesco a liberarmene?

    E la risposta è proprio lì, in quei vecchi vestiti, in quelle scarpe passate di moda, che restando lì rubano lo spazio a nuovi abiti, a nuove me.
    Non riesco a mollare il mio passato e a scegliere il mio futuro. Sono lì, in bilico. Non voglio più essere una donna manager ma non ho ancora capito quali vestiti indosserò nel mio futuro.

    L’analisi del guardaroba di una donna vale come una seduta di psicanalisi, ve l’ho detto.

  • 20130407 121825 E1366358182837

    Cosa interessa agli uomini?

    Ieri su Facebook Francesca Sanzo ha commentato l’ennesimo episodio di violenza perpetrato da un ex su una donna in questo modo: “Ma a voi uomini tutte le volte che leggete una cosa così non vi viene da piangere e gridare #noncisto? a me verrebbe “.
    Siccome tempo fa anche io ho scritto la stessa cosa oggi ne voglio parlare qui.

    Guardate le bacheche Facebook dei vostri amici uomini: articoli di politica, anche dotti, attualità varie, foto vacanze, bella musica, video divertenti, hobby, disegni dei figli…Queste sono le cose che a loro interessa condividere con gli altri, le cose per le quali vale la pena investire un click di mouse.

    La verità è che agli uomini (non a tutti chiaramente, ma una minima generalizzazione va fatta) il femminicidio NON INTERESSA come tematica sociale. I più sensibili si dispiacciono moltissimo degli orrendi fatti di cronaca di cui si ha notizia ovunque, ma in pubblico non ne parlano. E non ne parlano tra di loro. Mai.
    Ne parlano magari con le mogli, di fronte alla tv, come quel brav’uomo di mio marito, che sente molto l’argomento, ma non commenta con nessun’altro a parte me e qualche volta suo fratello (che insegna autodifesa femminile, combinazione).

    I motivi secondo me sono svariati:

    – Tutti gli argomenti che riguardano le donne sono storicamente “cose da donna”.

    – I gruppi di autocoscienza femminile anni ’70, seppure utili, hanno lasciato uno strascico “girls only” di discussione su moltissimi temi. E rinforzato l’abitudine culturale maschile a non affrontarli/a non fare troppa autoanalisi. Speriamo nelle nuove generazioni.

    – La natura dell’uomo è quella di difendere (o il suo contrario) la donna del proprio branco, non le donne della comunità. C’è una forma di rispetto implicita dell’orticello dell’altro maschio, un non pestarsi i piedi, un vivi e lascia vivere, sono cose private.

    – Tranne rare eccezioni e comunque sempre in argomenti non riguardanti le donne, l’uomo si espone se sa di avere un gruppo di pari che lo sostiene. La donna è più diretta e si mette in gioco in prima persona. Non dite che non è vero, difatti siamo sempre accusate di non essere abbastanza diplomatiche e di non fare sistema tra di noi.

    L’uomo è ancora in imbarazzo a parlare di sentimenti. Affrontare in pubblico di fronte ad altri maschi temi considerati solitamente femminili ne offre un’immagine più morbida, tenera, sfaccettata. Il rischio qui è di sentirsi dare del “femminista”, cioè del palle mosce, in un momento storico in cui persino alle donne non piace farsi chiamare così.

    Per tutti questi motivi – e probabilmente anche altri che mi sfuggono – quando qualche tempo fa ho condiviso questo video sulla mia bacheca, solo due amici maschi hanno commentato, negativamente, l’iniziativa. Gli altri forse approvavano in silenzio.
    Chi si è detto contro – sintetizzando – ha detto che al mondo esistono problemi peggiori della violenza sulle donne e soprattutto del fatto che gli uomini non ne parlino. Il vero problema è lo squilibrio della giustizia a favore delle donne esose nelle separazioni, che le donne sono egocentriche, pensano solo ai loro problemi e li comunicano in continuazione, cose così.

    Ora, in questo post non intendo approfondire le motivazioni del femminicidio in atto in Italia, o meglio, di ciò che è sempre esistito solo che adesso ha una definizione pubblica e se ne parla sui giornali. Mi limito a dire che se le donne “rompono” sull’argomento hanno le loro tragiche ragioni e proprio non capisco perché dovrebbero dare la precedenza ad altro. E mi fermo qui.
    Aggiungo però che se è vero che le mamme dei maschi hanno un ruolo fondamentale nell’educazione dei figli, ce l’hanno anche i padri ed è ora che tutti gli argomenti escano dai cassetti.
    Basta poco: per esempio che anche i padri commentino con i figli i tremendi fatti di cronaca, senza cambiare canale disgustati. Perché sono certa che i nostri uomini lo siano e se ne dissocino, solo che parlarne non è nel loro DNA.

    Tralasciando per un momento i fondamentali (una coppia che si ama e si rispetta reciprocamente è il miglior esempio per i figli), penso che i padri dovrebbero imparare a manifestare i loro sentimenti, ad esaminarli, a dare una forma a sensazioni indistinte che ognuno ha dentro di sé. Ed insegnare ai propri figli maschi a fare altrettanto.

  • Cuore di burro

    290131Qualcuno di voi ha letto “Peter Pan”? Intendo il libro originale.

    Perchè se a tratti il libro si sovrappone al ricordo che ne abbiamo partendo dal cartone animato (lo sapete che ormai la nostra immaginazione è stata plagiata dai film Disney, vero?), per molti altri versi è tutta un’altra cosa e diventa un racconto molto più adatto agli adulti che ai bambini. O forse dovrei dire che è un libro molto più profondo e denso di contenuti rispetto all’idea stereotipata che ne abbiamo e si presta ad una lettura in famiglia, con un genitore che media per i più piccoli.

    Perché dico questo?
    Perché ci sono interi capitoli che solo un adulto che quotidianamente vede crescere i propri figli riesce a capire. Sentite qui:

    Capitolo I:
    “Forse non avete mai visto la pianta di una mente d’uomo. I medici talvolta disegnano le piante di altre parti del corpo, anche del vostro (…). Provate a dir loro di tracciare la pianta di una mente di bambino che, non solo è confusa, ma è in continuo movimento. Difficilmente ci riescono. Vi sono linee a zig-zag simili a quelle che segnano la vostra temperatura su una tabella clinica e con ogni verosimiglianza rappresentano le vie di un’isola. Infatti l’solachenoncè è (…) un’isola con meravigliose macchie di colore qua e là, e banchi di corallo, e vascelli pirata al largo, e selvagge tane solitarie (…). Sarebbe molto facile disegnare questa pianta se fosse tutto qui, ma c’è anche il primo giorno di scuola, il catechismo, papà e mamma, (…) il giorno della torta al cioccolato (…) i tre soldi se ti levi il dentino da latte da solo (…) In queste spiagge incantate i bambini si divertono di continuo a tirare in secco i loro canotti. Anche noi adulti ci fummo un tempo e, sebbene forse non vi approderemo mai più, a volte possiamo ancora udire il fruscio della risacca”.

    Leggo questo capitolo nel lettone, con i miei bambini sdraiati – o forse dovrei dire tarantolati – di fianco a me. Sembrano sempre occupati a farmi il solletico o a pettinare la bambola, invece ascoltano tutto. Quando leggo “pianta di una mente d’uomo” non posso che pensare a loro, alle fantasie magiche che mi raccontano, ai disegni di avventure di pirati, alle principesse, ai mostri e alle fate.

    La storia va avanti con la fuga, Campanellino, le avventure, gli indiani, i pirati, i Bimbi Sperduti. Mille sfumature che un bambino non sempre coglie. Non si capisce se certe cose accadono per davvero o vivono solo nell’immaginazione dei protagonisti, ma tu vaglielo a spiegare. Alla fine Uncino praticamente si suicida gettandosi in mare perché non regge il confronto con Peter e preferisce sparire (tra l’altro passa di lì un certo coccodrillo…). Concetti piuttosto sofisticati, diciamo.
    Quando alla fine Wendy e i fratelli tornano dai genitori dopo una lunghissima assenza, Peter chiude la finestra della loro cameretta perchè non vuole che tornino alla realtà, dalla loro mamma.

    Peter è ambivalente: è affascinante, divertente, coraggioso, ma egoista, superficiale e – lo sappiamo tutti – non vuole crescere. Si redime riaprendo all’ultimo la finestra, consentendo ai ragazzi di tornare in famiglia (e i Bimbi Sperduti lo mollano e si fanno adottare). Peter vive intensamente il presente e ha la memoria corta, proprio come un bambino che vive l’attimo. Ma tu prova a spiegarlo a…un bambino!
    Peter se ne va con Campanellino e una volta all’anno viene a riprendersi Wendy, fino a che non torna più e Wendy si dimentica di lui.

    Dopo anni Wendy ha una bambina, Jane, con cui parla di Peter.
    – Come volavo io! Sai Jane, qualche volta mi chiedo se ho mai volato.
    – Sì che hai volato.
    – Cari vecchi giorni quelli in cui ero capace di volare.
    – Perché ora non sei più capace di volare, mammina?
    – Perché sono una persona adulta, gioia mia! Quando si diventa grandi si dimentica, purtroppo, come si fa.
    – Perché si dimentica?
    – Perché non si è più spensierati, innocenti e senza cuore. Soltanto chi è spensierato, innocente e senza cuore è capace di volare.

    A questo punto ditemi come fa una mamma che interpreta molto i libri quando li legge ad alta voce a non commuoversi. Con un paio di testine bionde lì vicino, degli occhi intelligenti e pieni di curiosità, e lei che vorrebbe che questo attimo durasse per sempre!

    La figlia mi chiede: “Mamma, hai qualcosa nell’occhio?”
    Glom. Proseguo, ma è sempre più difficile.
    Alla fine Jane vola via con Peter e il libro finisce così:
    “Mentre guardate Wendy, potete vedere i suoi capelli diventare bianchi e la sua figura rimpicciolire sempre di più, perché tutto questo accadde molti e molti anni fa. (intanto pensate alla madre lettrice neo-quarantenne che si vede le prime rughe)
    Jane ora è anche lei una comune donna adulta e ha una bambina di nome Margaret. Ogni primavera all’epoca delle pulizie di Pasqua, a meno che non se ne dimentichi, Peter viene a prendere Margaret e la conduce all’Isolachenoncè. Qui ella gli narra tutto quanto sa di lui ed egli la ascolta serio ed attento.
    Quando Margaret crescerà, avrà una bambina, che a sua volta diventerà la mamma di Peter.
    E così via via avverrà, sempre, finchè i bambini saranno spensierati, innocenti e senza cuore.”

    Mamma, ma stai piangendo?!
    – Sì, si può piangere anche quando un libro ci fa molto emozionare. Vuol dire che è molto bello. Adesso andate a letto e se per caso stanotte andaste via con Peter Pan vedete di farvi trovare nei vostri letti domani mattina!
    – Mamma, ma la tapparella è chiusa bene?!

    Sorrido, li bacio, li accarezzo. Possono passare 100, 200, 300 anni da quando Peter Pan è stato scritto per la prima volta. Ma le mamme e i bambini resteranno sempre gli stessi!

    P.S.:  Sì, io sono il tipo che piange di fronte ai figli. Del resto, non potevo farne a meno!

    Mi piacerebbe sapere che ne pensa la mia amica Monica, che ha frequentato un corso per leggere le storie ai bambini. Io però non mi sento di sbagliare. Leggere, vedere un film, ascoltare musica sono manifestazioni dello spirito. Se mi commuovo e i bambini mi vedono forse saranno più indulgenti con se stessi anche da adulti, non avranno paura delle proprie emozioni.

  • 20130409 121344 E1365698833723

    Salone del Mobile 2013: Goodesign alla Cuccagna. Videopost di 3 minuti!

    Siete curiosi di conoscere cosa succede a Milano in questi giorni del Salone?

    Anche io!

    Adoro la città in questa settimana (o come si usa dire sui social, la Milan Design Week) e appena posso cerco di ritagliarmi del tempo per curiosare soprattutto nel Fuori Salone, che ormai è diventato molto più cool (e meno caro!) dell’esposizione ufficiale in Fiera.

    Molti quartieri della città sono diventati un brand (Zona Tortona, Romana, Brera), il marchio di fabbrica che celebra la vivacità degli showroom e delle gallerie.

    A differenza della Settimana della Moda (che poi sono due, una in autunno e una in inverno), il Salone è un evento che si apre alla città e che la rende frizzante e piena di sorprese. Milano poi è abbastanza piccola per essere girata facilmente a piedi o con i mezzi pubblici, l’ideale per attrarre visitatori da tutto il mondo. Insomma, amo la mia città in questo periodo e ne sono orgogliosa!

    Quest’anno poi c’è una novità!

    Mi dedico a produrre dei video reportage sul Salone. Spero che li apprezzerete e li farete girare.

    ……e se faccio qualche sbaglio (sono una principiante), mi corriggerete! (cit.)

    Ecco il primo, sull’evento Goodesign di Zona Romana, alla Cascina Cuccagna (3 minuti), in cui si parla di orti urbani, design Montessori, coscienza ecologica. Il tutto dal mio punto di vista, s’intende.

    Fatemi sapere cosa ne pensate!

  • 20130329 184552 E1365366750217

    Vivere felici in 30 sotto lo stesso tetto, ricordarsi di aver avuto 14 anni e stringere una manina

    Ho 14 anni, sono un fuscello alto e acerbo, porto la minigonna fucsia, le ballerine verdi e non mi trucco. E’ la prima sera che vado nella discoteca del paese di vacanza e sto ballando al centro della pista con due amici. A mezzanotte uscirò e mi verranno a prendere i genitori con la macchina.

    Ad un certo punto mi giro e chi vedo alla mia destra? Mio padre e mia madre, all’epoca quarantenni, che ballano fingendo indifferenza.

    Ma non potevano aspettarmi fuori?!!! Dovevano proprio entrare e farsi vedere da tutti i miei amici?!!! Che vergogna. Ma come si permettono di invadere i miei spazi, di mostrarsi spensierati in mia presenza, di farsi notare?

    Oggi che ho io quarant’anni mi viene proprio da ridere! Erano giovani (per gli standard odierni) e a me sembravano due vecchi.

    Era proprio questo che pensavo mentre mi scatenavo come una pazza insieme alle mie amiche, tutte mamme di adolescenti, durante la nostra vacanza di Pasqua in Spagna. Musica a manetta, le mamme che iniziano ad ancheggiare come baiadere (un marito si è pure permesso di definirci “tamarre anni ‘80”), le fronti madide di sudore, le coreografie sempre più sceme, le risate starnazzanti.

    I figli, tutti seduti a bordo pista, attoniti. Qualcuno esce con aria imbarazzata, non sanno se ridere o vergognarsi, nel dubbio si stringono nelle felpe A&F e si danno di gomito. Ad un certo punto spunta un cellulare che riprende la scena, le ragazze sghignazzano apertamente e via, ci filmano senza pietà: siamo carne da YouTube!

    Guardo le ragazze e mi fanno una tenerezza immensa. In loro rivedo me. E’ tutto più facile se i genitori fanno i matusa, si limitano alle loro attività stereotipate (non fare questo e quello, hai studiato?, tieni la mancia), di qui i giovani, di lì i vecchi.

    I miei bambini sono piccoli. Però, ogni anno, quando a Pasqua ci chiudiamo in una villa isolata in 14 adulti e 17 figli (dai 3 ai 18 anni), sono improvvisamente catapultata nel mondo dell’adolescenza e la studio, cerco di capire e di prepararmi per quando sarà il mio turno. Eppure ho come l’impressione che a quell’età esista molta più libertà di comunicazione con i figli degli altri che con i propri, che desiderano staccarsi da noi.

    Ho notato che i maschi sono più inclusivi con i piccoli. Forse restano più bambini e mantengono la capacità di giocare (alla loro età mi limitavo a snobbare i miei compagni dicendo che si atteggiavano a uomini ma erano dei bambinoni). Le ragazze invece, a 15/16 anni sono già donne, parlottano tra loro, hanno una marcia in più, sono intraprendenti, lo sguardo sveglio.

    E la sera noi adulti ad allestire due immensi tavoli per la cena, dando la precedenza al tavolo dei “bambini”, che arrivano come cavallette su pastasciutte e porzioni giganti di carne alla griglia, urlando, cantando, chiamando “Mammaaaaaa, il formaggioooo!”, anche se portano il 47 di piede…e la mamma (una a caso, nella comune i ragazzi sono di tutti) che arriva e allunga quel che serve, pensando che magari è l’ultimo anno che il figlio viene in vacanza con i genitori e allora coccoliamocelo un po’, finché c’è.

    Terminata la loro cena, può iniziare la nostra, molto più silenziosa, dove chiacchieriamo bevendo del buon vino senza chiederci dove sia finita l’allegra masnada. Non me lo chiedo neppure io: i miei figli si appiccicano ai grandi, nelle loro camere da letto, dove ascoltano i discorsi dei “grandi” (anche le parolacce!), assistono ad interminabili partite sull’ipad (vietato a casa nostra), inevitabilmente li ammirano e si affezionano.

    Al mattino mi piace fare colazione prima degli altri, perché poi arrivano tutti e via con le tazze XXL di latte e Nesquik. Il giorno di Pasqua 17 pugni spiaccicano all’unisono 17 uova di cioccolato, aprono 17 sorprese e fanno ciao ciao all’obiettivo di altrettante macchine fotografiche.

    A spasso per Barcellona siamo un gruppo simil-scolastico che si allunga paurosamente sulle ramblas. Dopo musei e cattedrali, i ragazzi invadono entusiasti i negozi di chincaglierie e qualcuno chiede e ottiene il via libera per girare da solo.

    I miei piccoli corrono, ridono e ogni tanto si lamentano che hanno sete, ma sono bravi e camminano senza mai lamentarsi. Stringo forte la loro manina, a volte tirandoli per un braccio:

    Attenti che il semaforo è ancora rosso.

    Postilla tecnica

    Quando racconto in giro che andiamo in vacanza in almeno 30 persone in un’unica enorme casa tutti strabuzzano gli occhi, perchè stare insieme ed organizzarsi potrebbe apparire una sfida troppo difficile.

    Lo credo anch’io e il merito della riuscita di quest’impresa è tutto dei nostri amici, che non solo sanno organizzare molto bene ogni cosa, ma hanno anche una capacità di adattarsi alle situazioni e di rispettare le esigenze di tutti veramente fuori dal comune. In particolare abbiamo un paio di padri amanti della cucina…su larga scala, che non aspettano altro che passare le vacanze di Pasqua a cucinare su due turni e riempire il frigo di capretti interi, secchielli da 5 chili di Nutella, finocchione giganti, jamon serrani. Insomma no barbecue no party.

    Se a qualcuno dei miei lettori interessasse approfondire il discorso case da 15 camere da letto, 10 bagni, 2 piscine, 2 ping pong, 2 bigliardini vi lascio il link della nostra ultima casa spagnola. Mi piacerebbe tanto organizzare una vacanza così con le mie amiche blogger, ma temo che ci sia qualche ostacolo di tipo culinario: o viene Natalia Cattelani a farci da mangiare o tutti a casa!

    Storico dei post sulle vacanze di Pasqua

    Villa Arzilla

    Pasqua in kibbutz

  • Barcellona photopost (con piccola polemica finale)

    Barcellona e la Catalogna, 30 cuori (avete capito bene!) e una capannona nella campagna spagnola, un viaggio di famiglia che è anche un’esperienza di convivenza e divertimento. Di questo vi parlerò nel prossimo post.

    Questo piccolo reportage fotografico invece vuole dimostrarvi che l’arte e il cibo si influenzano reciprocamente e che un viaggio in Spagna è un tuffo nel colore e nella forma.

    Dal Teatro-Museo (dell’assurdo) di Dalì a Figueres …

    dalì

    …alle ceramiche del Parc Guell di Gaudì…

    boqueria13

    …fino alla sua casa Batllò …

    boqueria12

    … per visitare la Boqueria , l’immenso mercato coperto nel cuore della Rambla, dove mangiare prima con gli occhi e poi con la bocca cibi freschi e gustosi: jamon serrano, succhi, frutta, pesce, dolci, specialità locali.

    boqueria2

    boqueria3

    boqueria1

    boqueria6

    boqueria7

    boqueria8

    boqueria9

    boqueria5

    boqueria10

    boqueria11

    P.S.: rimango sempre colpita da come paesi simili al nostro, come la Spagna o la Francia, riescano sempre a valorizzare i propri punti di forza, che poi sono anche i nostri. In fondo la Boqueria è un Mercato Orientale di Genova , eppure noi italiani non sappiamo comunicare le nostre eccellenze (confrontate il sito del Mercato e quello della Boqueria per farvi un’idea). Pensate anche solo alla varietà di salumi che offre il nostro paese e all’incapacità di sfruttarli commercialmente così come nell’ultima foto del mio reportage…Credo che la difesa lodevole del Made in Italy che persegue Eataly andrebbe   commercializzata anche in modo meno alto e più diffuso, dal negozio top alla bancarella. Ma ahimé siamo sempre un po’ abitudinari e poco curiosi di quello che fanno altrove.

  • Immagine1

    8 Consigli facili per sfruttare al massimo il tempo libero con i vostri figli

    Conversazione tra genitori il lunedì mattina.

    –        Cosa avete fatto nel week-end?

    In linea di massima il fine settimana in tutte le famiglie è dedicato soprattutto al riposo, all’attività sportiva, alle commissioni. Quello che mi stupisce sempre è come visitare un museo, una fiera, andare ad un concerto, fare qualsiasi cosa che non sia chiudersi in un centro commerciale perché fuori fa freddo siano considerate stressanti da molti.

    Intendiamoci, con un bambino di un anno in effetti può esserlo, ma poi i figli crescono. E crescono pure i genitori.

    Io poi mi sento veramente a disagio con me stessa se lascio i miei figli di fronte alla tv per tre ore, cosa di cui loro naturalmente sarebbero entusiasti, quindi mi do sempre degli obiettivi minimi di fine settimana. C’è un altro aspetto infine: non vorrei che i miei figli considerassero lo shopping come principale forma di svago, rischio che tutti corriamo senza quasi rendercene conto.

    Ho pensato perciò di lasciarvi una lista di consigli del tutto personali per aiutarvi a scegliere gli eventi a cui portare i vostri bambini (i miei hanno 5 e 6 anni), superando la naturale pigrizia da fine settimana:

    1. Innanzitutto informatevi.

    A Milano c’è veramente un’offerta notevole, ma anche nelle altre città. Per i milanesi la Bibbia del tempo libero è Radiomamma, ma ci sono anche i validi Milano per i Bambini e Vivimilano (nella versione cartacea del mercoledì ci sono sempre dei buoni sconto). Viaggiando un po’ per l’Italia ho avuto modo di vedere che esistono anche altri portali dello stesso genere, e si trovano facilmente (per es. Brindisi Bimbi e Genova per i Bambini ).

    2. Cercate di interpretare creativamente gli interessi di vostro figlio per individuare un evento adatto a lui.

    Se è un bambino che non riesce a stare fermo meglio scegliere qualcosa di più interattivo, se a scuola fanno poca educazione musicale o disegno forse potreste proporre proprio un laboratorio di questo tipo. Allo stesso modo un laboratorio di gioco-danza per un seienne potrebbe iniziare ad essere noioso.

    3. Osate. Voglio dire, provateci.

    Ad andare al Museo della vostra infanzia pure se magari sono vent’anni che non ci tornate o alla Galleria di quadri che organizza una visita per i bambini. Indossate quelle scarpe da jogging che non usate mai ed accompagnate vostro figlio in qualche avventura metropolitana o campestre. Ce la potete fare. E poi magari scoprite di divertirvi molto di più.

     4. Partecipare agli eventi non costa molto.

    Ce ne sono moltissimi di gratuiti, solo che vanno cercati e prenotati in tempo. Potete fare un sacco di cose interessanti senza spendere un euro. Presentazioni di libri per bambini, laboratori sponsorizzati da associazioni o dal Comune, fiere dedicate al giocattolo, spettacoli di strada…

    5. Inventatevi qualcosa da fare insieme.

    Tornate indietro con la memoria alle vostre domeniche pomeriggio di bambini. Cosa vi piaceva fare? Cosa vi annoiava a morte? Condividete con i vostri figli qualcosa che vi appassiona e vi rende felici, forse riuscirete ad appassionare anche loro. Se fuori piove l’unica alternativa non è solo la tv: organizzate un torneo di Subbuteo, andate a nuotare in piscina. C’è il sole? Una bella camminata o biciclettata fino alla pasticceria preferita andrà benissimo e sarà l’occasione di una chiacchierata in santa pace. Guardare insieme i monumenti, le case più strane, la gente, rispondere alle domande, ridere, bighellonare.

    6. Non pensate che quello che piace a voi a loro non interessi.

    Ortochic
    Per esempio l’altro giorno sono andata con i miei bambini ad una manifestazione dedicata al giardino, Ortochic. E’ stata l’occasione per vedere fiori e composizioni molto belle, alcune decisamente curiose e che li hanno fatti sorridere. Mi sono divertita io, si sono divertiti loro. 

    7. Alzate il livello.

    A che tipo di contenuti, idee, valori, attività desiderate che i vostri figli si accostino? I bambini assorbono sempre umori, parole, discorsi, anche se a noi talvolta possono sembrare assenti. Sapere che esistono mostre, concerti, fiere al di là di quelle che vengono proposte a scuola fa capire che la cultura e più in generale coltivare i propri interessi nel tempo libero dipende da noi, dalla nostra voglia di imparare, dal saper coltivare la curiosità, non è qualcosa che ci deve essere sempre proposto (e imposto) da altri.

     8. Fatevi furbi.

    Secondo me è importante saper alternare le proposte “più difficili” allo svago più bambinesco. Per esempio, ai miei piace molto andare al museo a vedere i quadri ma poi quando usciamo li lascio una mezz’ora abbondante a gozzovigliare tra i videogiochi in vendita nel megastore lì accanto.

     

    Spero che questo post vi sia utile ed anzi, gradirei molto che la lista si allungasse con i vostri consigli!

    Del resto i bambini crescono più in fretta di quello che pensiamo ed è bello fare cose insieme a loro, prima che ci mandino in bianco per uscire soli con i loro amici!

  • Ma che te lo dico a fare?!

     iStock_000020730459Large“Tu queste cose non le puoi capire perché non hai figli”.

    Questa frase proprio non la sopporto. Presuppone la pretesa saggezza di chi ha il merito di essersi riprodotto, mostra un’eccessiva condiscendenza.

    Che poi si suppone sempre che il destinatario sia un single impenitente o uno che se la gode ma giudica, insomma qualcuno che mentre tu ti stai facendo il mazzo per educare tuo figlio può permettersi di passare la domenica pomeriggio stravaccato sul divano a leggersi un libro nel silenzio più assoluto.

    Eppure non è una frase supponente. Solo che si fa fatica a spiegare cosa vuol dire veramente.

    Significa che quando hai dei figli la loro felicità viene prima della tua.

    Qui mi aspetto commenti polemici. Fermi tutti! Capiamoci.

    La nostra felicità ci rende genitori felici e generosi, non dobbiamo rinunciare ad essere noi stessi, ai nostri interessi, alle amicizie, a ciò che ci fa sentire vivi.

    Vuol dire però che noi non possiamo essere felici se i nostri figli non lo sono. Che noi siamo felici per e attraverso loro. Che padre e madre si amano attraverso loro. Che la realizzazione dei figli, il loro futuro sono il presupposto del nostro.

    Scegliere di essere genitore significa decidere deliberatamente di far dipendere la propria felicità da qualcun’altro.

    Esattamente lo stesso meccanismo che ci consente di innamorarci: sono felice anche grazie a te e domani potrei non esserlo più se tu non mi ami. Abbandonarsi.

    Sorrido quando penso al tizio che aspettava due gemelli, ma non aveva tanta voglia di fare il papà. “Sai – mi diceva – mia moglie si è fissata con questa storia dei figli, ne faceva una malattia. Mia sorella, che è madre, mi dice che una volta che sono nati non puoi proprio più vivere senza di loro”. E me lo diceva con il candore di un bambino di quasi 50 anni, chissà se oggi mi direbbe: “Sai, ho capito”.

    Non avere figli, così come non essere innamorati per scelta, può farci sentire molto liberi ed autonomi. Eppure a volte è proprio ciò che ci lega a farci capire che di un certo tipo di libertà non sappiamo che farcene.

    Perché ho scritto questo post?

    Sarà colpa della mia esistenza schizofrenica, divisa tra tè e biscotti con mamme assediate da figli ululanti ed happy hour con amici in carriera che ogni tanto mi trovano noiosa se dico che non posso più fare la loro vita.

    Mi verrebbe da dire: “Voi che non  avete figli non potete capire”. Ma me ne guardo bene!

Pagina 12 di 35« Prima«1011121314»2030Ultima »