Blog

This is the default teaser text option. You can remove or edit this text under your "General Settings" tab. This can also be overwritten on a page by page basis.

  • IStock 000021383135Large E1372165255544

    Pubblici segreti e private virtù

    670016f463ace1d913a74e7e3a51fa36Ho tenuto un diario per 15 anni.

    Guardate che 15 anni sono tantissimi! Ci vuole una gran costanza, figlia della necessità di raccontarsi e capirsi.
    Attualmente i numerosi quaderni sono sepolti in uno scatolone ben chiuso riposto nell’anfratto più remoto della mia cantina. L’apertura a caso di una di quelle pagine scatena in me una notevole vergogna: scrivevo tante di quelle cavolate tra delusioni amorose, litigate in famiglia, viaggi (ecco, questi non erano cavolate) che oggi rileggendole posso solo arrossire.

    Sì, certo, anche mia madre leggeva il diario di nascosto e io farò altrettanto con i miei figli alla prima occasione.

    Ma loro, i suddetti bambini che un giorno diventeranno adolescenti e quindi adulti, avranno il diritto di leggerli? Da un lato potrebbe rivelarsi un’attività terapeutica (“Ah, ma allora la mamma capisce il mio scombussolamento sentimental-ormonale”), dall’altro potrebbe esserci imbarazzo se non repulsione (“Bleagh! Io queste cose dei miei genitori non le voglio sapere!”).
    Di recente ho letto un libro di Pennac, “Storia di un corpo”. Mi è piaciuto. Per esorcizzare le proprie paure un ragazzino di 13 anni inizia a tenere un diario annotando solo ed esclusivamente notizie riguardanti il suo fisico. Pur limitandosi a parlare di crescita, forza, sessualità, invecchiamento, l’autore, che nel frattempo invecchia e infine muore, parla delle cose fondamentali della vita e ne fa dono alla figlia superstite.

    I blog sono diari, spesso personali. Il mio blog è nato dalla forte necessità di uscire dall’isolamento della maternità, poi è diventato qualcosa (sia hobby che lavoro) a cui non potrei mai rinunciare.

    Però prima di scriverci qualcosa mi chiedo sempre:

    “Direi queste stesse cose ad una riunione di scuola?”

    Se la risposta è sì allora procedo, altrimenti mi censuro.
    Spesso leggo riflessioni su quanto della vita privata dei nostri figli sia giusto condividere sui social. Anche oggi sul Corriere. Non mi piace pubblicare foto dei miei figli, a meno che non siano scattate durante eventi pubblici, né tantomeno entrare troppo nei dettagli della loro vita. Sì, lo so che sono argomenti che “tirano” e al tempo stesso gratificano il genitore, ma non è nelle mie corde. Tra l’altro i bambini hanno anche un padre e non mi va di prendermi certe libertà senza consultarlo.
    Molti blogger sostengono che attraverso il blog i figli diventati adulti potranno ricostruire un diario di mamma o papà. Penso sia vero, però il blog serve a dialogare con gli altri dei fatti tuoi, il diario invece è una cosa tua, intima. Se vogliamo scrivere il diario allora, teniamolo segreto, solo per noi e usiamo il blog per confrontarci sui temi che ci interessano.

    E’ per questo che dopo molti anni ho ripreso a tenere un diario, ma non la cronistoria pallosa dei miei amorazzi o dei problemi di giovane donna.

    Ogni tanto, quando i miei figli mi dicono una cosa particolarmente divertente, che mi fa riflettere, oppure quando sento l’urgenza di fissare un momento della nostra vita insieme, oppure ancora quando desidero che da grandi possano ricordare la mamma con un messaggio tutto per loro, ecco allora in questi casi scrivo.
    Anche mezza pagina, poche righe, una frase.
    Questo è il valore del diario oggi, secondo me.
    Per i miei occhi e i loro.

  • X

    La scuola è finita, tutti in gita a #XFactor7!

    Mi sono arrivati 3 biglietti per andare ad assistere alle selezioni di XFactor. Ho subito pensato di regalarli come premio di fine anno scolastico alla figlia quattordicenne di una mia cara amica.

    Cosa volete, alla fine ci siamo andate anche noi, ma l’abbiamo fatto per accompagnare la “bambina”. Certo, certo…

    Poi sapete che io nutro una forte curiosità sociologica verso il tipo di umanità che frequenta questo genere di ambienti (Sanremo docet) e quindi mettetevi comode che vi racconto.

    Il pubblico era ovviamente composto da frotte di ragazzini in libera uscita. Vedere tutti questi giovani spensierati mi ha messo molto di buonumore ricordandomi la felicità assoluta ed incontenibile che provavo avendo davanti a me tre mesi di vacanza.

    C’erano i genitori in accompagnamento, ma i più carini erano i nonni che badavano alle nipotine e alle loro amichette under 12. Mi sembrava di vederle le mamme mentre davano istruzioni: ”Papà, me le porti al Dal Verme per le 14, io esco dall’ufficio alle 18, se ci sono problemi d’orario chiamami che rispondo anche in riunione”.

    In attesa di entrare e prendere posto, per scaldare il pubblico gli organizzatori hanno dato in pasto agli adolescenti il giovane rapper Fedez, un prodotto di marketing ipertatuato. Se lo incontraste in metropolitana in compagnia di vostra figlia  lo additereste minacciando: “Non portarmi a casa uno così”. Non la pensavano in questo modo tutti i ggiovani presenti, che hanno subito iniziato ad urlare (più rantoli che frasi di senso compiuto) scattandogli foto e postandole immediatamente su FB.

    Ecco la foto che gli ha scattato Matilde.

    fedez

    Una volta entrate (ottimi posti, siamo state fortunate) ho notato con molta sorpresa che i fan del programma non sono mica solo i ragazzi.

    Alla mia sinistra avevo 6-diconsi-6 anziani sprovvisti di nipoti che hanno fatto la fila sotto la canicola per incontrare i loro beniamini. Il più maturo continuava a digitare compulsivamente su Whatsup. Però.

    Diapositiva1

     

    Eravamo tutte cariche, pure le vecchiette, ma invece poi per due ore il nulla. Siamo state in attesa dell’inizio del programma per un tempo infinito. C’era questo animatore, bravo per carità, ma ci sembrava di essere al villaggio vacanze. L’unica vera soddisfazione è stata quando in pieno spirito da capovillaggio il tipo ha convocato Jolanda per una gara di barzellette. Fortuna che la nostra Jo è come Berlusconi: ne ha sempre una pronta in canna. E infatti ha vinto per acclamazione!

    Ho anche potuto immortalarla sul palco di XFactor (grande invidia!).

    20130618_152603-001

    La cosa divertente è che come ogni brava blogger ha iniziato a scattare foto con il cellulare mentre era sul palco e ad un certo punto il (ri)animatore le ha fatto cenno di fermarsi. Poverino, lui non sa che se ad una blogger dai un dito lei se prende tutto il braccio 😀

    Comunque poi sono arrivati Cattelan, che parlando in fast forward ha registrato due promo alla velocità della luce, e l’assistente di studio, che ha obbligato un pubblico esanime ad applaudire a comando. Pratica inutile, perché poi lo show è stato così divertente che non ci sono state reazioni finte o costruite.

    Insomma, alla fine inizia tutto: i giudici sbucano dal pavimento nel mezzo di una cortina di fumogeni, sono come li vedi in tv.

    foto_della_Ventura_bis

    Morgan in stile Addams-chic e treccina, la Ventura professionale e turgida, Elio stranamente travestito da se stesso e la new entry Mika.

    Mika_à_l'international_des_Montgolfières,_Québec,_2012_

    Allora girls, diciamolo subito:  Mika è un figo pazzesco e sarà il personaggio di quest’anno. Ha una classe innata, parla un italiano più che accettabile, ha un ottimo spirito di osservazione e, come ve lo devo dire, con quella bocca per me può dire quel che vuole.

    Ah, dimenticavo: gli aspiranti cantanti.

    Come avrete già intuito, per un Marco Mengoni o una Chiara Galiazzo ce ne sono 100 che ci provano per provarci. Mentre ascolti alcuni di loro ti chiedi come sia possibile che non capiscano i propri limiti.

    Altre volte, soprattutto nel caso dei giovani, è chiaro come la prospettiva del reality rappresenti un modo per saltare delle fasi di gavetta ed accelerare i tempi. I giudici non sono così cattivi, secondo me hanno mandato avanti un paio di persone confidando in una scrematura finale.

    Memorizzate questo nome: Roberta Pompa. Scommettiamo che la prendono? A me è piaciuta molto. La sorella e la madre erano sedute accanto a noi, è stato bello vivere la loro emozione in diretta e complimentarsi subito.

    Comunque, lo show è molto vero ed emozionante, per questo piace alla gente, anche in una fase meno clamorosa come quella delle selezioni. Come pubblico non sei neutrale, dopo qualche canzone impari a riconoscere chi ha delle possibilità da chi non ne ha e i giudici tengono conto della capacità di coinvolgimento degli aspiranti.

    Certo, ritornando a casa mi è rimasto addosso un senso di spaesamento.

    Forse ormai l’età mi fa vedere le cose con il giusto distacco: il gran numero di concorrenti, dotati e no, che aspirano ad una vita da popstar mi fa pensare a quanto poco attraente possa sembrare l’alternativa di un lavoro “normale” e a quanto tutti abbiamo bisogno del nostro quarto d’ora di celebrità.

    (photo credits: Giudici: Simona Ventura OfficialMika Wikipedia)

  • Guida al Fashion Camp per Mamme Blogger (tutto quello che avreste voluto sapere sul Fashion Camp e non avete mai osato chiedere)

    [Attenzione: questo è un post in cui si fa uso esplicito di termini quali pay-per-post, visibilità, ROI, digital PR e follower. Astenersi blogger fortemente contrari al marketing.]

    20130608_140754Care Amiche…

    (adoro iniziare un post con quest’espressione, vi ho mai detto che uno dei miei sogni è sempre stato quello di tenere una rubrica per cuori infranti e bon ton tipo Donna Letizia?)

    …Care Amiche, dicevo, oggi avrò modo di raccontarvi le mie impressioni sul Fashion Camp 2013, offrendovi il punto di vista di una che non c’entra niente con il fashion sui social, a parte questo post che resta uno dei vostri preferiti ever.

    Dice: allora perché sei andata al Fashion Camp?

    Due motivi.

    1. Perché se c’è un ambiente da cui la mamma blogger media si sente esclusa è il fashion, essendole continuamente offerte occasioni per parlare di pannolini, pappe e cremine e non di borsette e tacchi a spillo. Quindi il sentimento imperante è quello della curiosità mista ad un senso di estraneità, il che rende tutto molto interessante.

    2. L’occasione poi era ghiotta: assistere ad una tavola rotonda dal titillante titolo “Bloggers meet Brand”, che in soldoni vuol dire: mettiamo insieme fashion blogger, agenzie e noti brand e parliamoci chiaro su come lavoriamo e ci piacerebbe collaborare in futuro.
    Viste le polemiche pro e anti sponsor che animano da anni il mondo del mommy blogging mi sembrava doveroso andare a sbirciare cosa si dice in mondi apparentemente diversi, ma in realtà molto più simili al nostro di quello che possiate immaginare.

    Iniziamo dall’ambiente.
    La Fabbrica del Vapore è uno spazio enorme che ospita spesso mostre e manifestazioni di vario tipo. Ogni momento del Fashion Camp era organizzato in vari spazi all’interno di questo unico grande ambiente, con corner artistici, sponsor e creativi.

    La gente.
    Ecco, una che va al Mamma Che Blog Social Family Day si immagina che il Fashion Camp sia affollato solo di donne in tacco 12 e abito firmato. A me invece sembra di aver incontrato un sacco di gente normalmente ben vestita che non se la tirava per niente (ok, molti più maschi che al MCBSFD).
    Certo, le fashion blogger di professione dovevano per forza vestirsi da fashion blogger, ma mi sono parse così naturali da non sembrare legnose. Per essere esplicita: non c’erano fighe di legno, almeno quando ci sono andata io (scusate il francesismo). So che per noi mamme con la scarpa bassa e le macchie sulla maglietta questa sarebbe stata una gran consolazione, ma devo essere onesta: se andiamo in giro un po’ dimesse è perché lo vogliamo noi.

    Quello che invece si nota molto è che mentre al MCBSFD si respira un’atmosfera estremamente calorosa e gioviale, come ad una festa tra amici che non si incontrano da molto tempo, il Fashion Camp è un ambiente che raccoglie persone con lo stesso interesse, molti dei quali professionisti nel settore moda, comunicazione e digital pr, quindi non è che si va in giro a darsi pacche sulle spalle e fare la maglia mentre si ascolta il dibattito in prima fila.

    Quali sponsor?
    Ce n’erano diversi, quelli che ho notato perchè mi piacciono sono Kartell, Yves Saint-Laurent make-up e Grazia. No, nessuno mi ha inseguito chiedendomi di posare con una creazione esclusiva (a me sarebbe piaciuto!)

    I creativi.
    Giovani designer che presentavano creazioni artigianali, prevalentemente gioielli e abiti. Era possibile acquistare. In effetti per loro è stata una bella vetrina, giusto dare loro visibilità.

    I gadget
    No, al Fashion Camp non si esce di default con la borsa dei campioncini, a meno che non si interagisca direttamente con qualche sponsor, vedi la maglietta che tutte tranne me indossano in questa foto della Yummy.

    fashion_camp

    Ah, e non ci si mette l’adesivo sulle tette con il nome vero o presunto. Questo per la doverosa cronaca alle mie lettrici.

    “Bloggers meet Brand”

    20130608_141438(0)Al Fashion Camp nessuno si fa problemi a parlare chiaramente di sponsorizzazioni, è chiaro che i blogger possono accettarle, a patto che le dichiarino. E’ normale intrattenere rapporti con i digital pr dei brand di moda, anzi, se sei una fashion blogger di successo è chiaro che collabori con gli sponsor, i quali possono aiutarti in modo sostanziale a creare contenuti per il blog.
    Nel pubblico nessuno che si agita sulla sedia quando sente parlare di queste cose, come a volte capita in altri ambienti.

    La cosa divertente è che la vita della fashion blogger non è mica tanto diversa da quella della mamma blogger: anche a loro arrivano le mail a capocchia scritte senza prima aver letto il blog, anche a loro si propone il famigerato “scambio di visibilità” con il prodotto in omaggio, anche a loro arriva il comunicato stampa inutile, anche a loro piacerebbe essere pagate e non sempre lo sono.
    Insomma, il mondo fashion non è l’Eldorado che potrebbe immaginare chi sta fuori, tutt’altro. Hanno esattamente gli stessi problemi di chi vuole fare la mamma blogger professionista. Non è che le borsette si mangiano.

    Interrogati, i gli esponenti delle aziende lo dicono chiaro: ci interessano i blog con tanti lettori e con contenuti ed immagine coerente con la nostra. Quello che mi ha colpito è che, dietro domanda esplicita di una ragazza nel pubblico, qualcuno abbia risposto che non interessa privilegiare le collaborazioni con le blogger con migliori capacità di scrittura e meno lettori.
    Io la ragazza che ha fatto la domanda la capisco: la rete è piena di post un tanto al chilo, eppure spesso basta un’immagine, un titolo o semplicemente la personalità del blogger a rendere un blog più letto di un altro, seppure scritto meglio.
    Ma c’è chi la pensa diversamente.

    Mario Romanelli sta infatti lanciando un nuovo tool per la valutazione della qualità dei contenuti di un blog, Amplr, proprio con lo scopo di far emergere chi scrive bene rispetto a chi no.
    I criteri utilizzati da questa applicazione riguardano solo i testi e le immagini (per es. non i miei video, che ritengo carini e mi costano non poco tempo, ma che non sarebbero nemmeno valutati).

    La sua idea è quella di far emergere i migliori blogger per contenuto e capacità di scrittura ed eventualmente connetterli a chi ne ha bisogno. Considerazione interessante, staremo a vedere. Certo che i digital pr non sono d’accordo nel delegare ad un algoritmo la scelta di un blogger per un progetto, incrociano i numeri, ci curano!

    Invece in platea, dove di blogger ce n’erano, mi è parso di notare un certo interesse.

    Alla fine Arianna Chieli, direttore artistico del Fashion Camp e moderatrice, ha giustamente chiesto a tutti che tipo di collaborazione si augurino per il futuro.
    Le blogger dicono di essere stufe dei post sponsorizzati tutti uguali su 10 blog contemporaneamente e vorrebbero lavorare su progetti di storytelling ad ampio respiro. Pare – dico pare – che i brand concordino.
    I digital pr, che ne hanno viste di ogni, si limitano a rilevare come ultimamente la gente apra blog per lavoro e non per passione, con tutti i limiti del caso, e si chiedono se i blog non siano morti non appena le aziende si sono accorte della loro esistenza.
    Eventualità su cui vi invito a riflettere privatamente augurando lunga vita ai digital pr! 🙂

    Carina poi la chiusura del dibattuto con un consulente marketing che dal pubblico interveniva con enfasi per far capire alle blogger che hanno bisogno di un consulente marketing. Simpaticissimo.

    Restano due domande aperte che giro a voi sperando mi illuminiate:

    1. Ma siamo sicuri che ai lettori interessi la qualità? Già sarebbe utile intendersi sul termine “qualità”. Cos’è? Ed è la stessa cosa su tutti i social o cambia in virtù del mezzo?

    2. Lettori di fashion blog, seguite un blog per i contenuti, le foto o perché la blogger vi piace da morire/vi sta antipatica? E in che ordine?

    Notate che la stessa domanda si adatta anche a blog di altra natura.

    Fatemi sapere!

  • L’ultima settimana di scuola nella vita di una mamma

    Avrei molte cose da dire sull’argomento, ma, come mi piace fare ultimamente, lascio la parola alle immagini.

    Vediamo un po’ chi di voi può dire…

    FATTO!!!

     

     

  • Santa start-up aiutaci tu

    Ragazzi, oggi vi scrivo un post un po’ più da manager e un po’ meno da retro wife.

    E’ un sacco di tempo che penso queste cose e leggerne in altri due blog (qui e qui) mi ha fatto venire voglia di dire la mia.

    Ho la nausea della parola start-up.

    Questo anche se vado agli eventi per le start-up, se faccio parte di gruppi per startapparoli su Linkedin e se ho sposato un pluri-start-upper.
    Ciò per vari motivi.

    Innanzitutto perché frequentando il web da anni constato l’abuso sistematico del termine.
    Poi perché sembra che qualsiasi problema dell’Italia possa essere risolto con una bella start-up.
    Disoccupazione giovanile? Start-up.
    Disoccupazione femminile? Start-up.
    Pensioni che non ci sono più? Start-up.
    PIL? Start-up.

    E da ultimo, vivendo quotidianamente la realtà di chi le start-up (di successo ed insuccesso) le ha create e le gestisce giorno dopo giorno, veramente non sopporto più l’idea diffusa che un’impresa nuova, young e magari pure cool (dai, concedetemi un po’ di abuso di termini della Milano da bere, che rendono) debba avere a che fare solo con il digitale.

    Io conosco gente che produce pezzi di roba e li vende in tutto il mondo senza essere mai andata ad un barcamp, anzi, ignorandone l’esistenza. Gente che ha fondato l’azienda dopo i 30 anni, cioè da “vecchio” per l’idea di start-upper che si ha comunemente.

    Anzi, aggiungo che secondo me lo start-upper ideale non dovrebbe essere necessariamente uno sbarbino appena uscito dall’università, ma qualcuno che ha vissuto un po’ di vita d’azienda, ha visto un po’ di mondo, ha anche capito cosa sono le relazioni umane e professionali. Non ho nulla contro i giovanissimi start-upper di successo, ma credo che per uno che ce la fa (e di cui si parla sui giornali) ce ne siano cento che non sanno nemmeno da che parte cominciare e se restano disoccupati non è che possiamo accusarli di non avere abbastanza spirito imprenditoriale. Anzi, la mistica istituzionale della start-up come risposta alla disoccupazione è una delle cose che mi irrita di più.

    Non solo per quanto riguarda i giovani, ma anche le donne e le mamme in particolare.
    Molti casi di nuove imprese al femminile guarda caso vedono protagoniste madri che si mettono in proprio per conciliare lavoro e famiglia, dopo aver lasciato il lavoro dipendente o esserne state escluse. Questo come lo interpretiamo? Per le donne è una vittoria, una sconfitta o un po’ tutte e due?

    Capitolo finanziamenti. Per esperienza diretta puoi anche vincerli. Poi magari però devi anticiparli di tasca tua e quando li ricevi ti vengono tassati. Sì, avete capito bene. Li anticipi e poi te li tassano. Magari adesso i bandi li scrivono un po’ meglio, ma la nostra esperienza è stata questa.

    E poi: davvero pensiamo che in Italia manchi lo spirito imprenditoriale e siano le start-up a dare la svolta?

    Vi ricordo che nel nostro paese il 95% delle aziende su 4, 5 milioni ha meno di 10 addetti (questa la fonte) e che la nostra economia, soprattutto al Nord, è basata su PMI fondate da quelli che sono stati gli start-upper dagli anni ’50 in poi.

    Il vero problema è come tenere aperte le piccole imprese, le ditte individuali, le partite IVA: come Italia cosa me ne faccio di 100 start-up di giovani e donne se poi devono chiudere schiacciate dalle tasse, dal costo del lavoro, dalla mancanza di competitività del sistema?
    L’impressione è che sia molto meno faticoso e più d’effetto tirare fuori le parole magiche giovani/donne/start-up che lavorare sodo, nel concreto e nel dettaglio per cambiare giorno dopo giorno quello che effettivamente non va, sostenendo realmente le imprese che già lottano per restare vive.

    Per concludere, non voglio assolutamente scoraggiare nessuno dal tentare la strada dell’imprenditoria, per quanto durissima in Italia in questo momento. Essere padroni di se stessi è molto bello, per quanto faticoso.
    Però davvero, da un lato non tutti sono fatti per essere imprenditori e a questi non spacciamo come risolutiva la mistica delle start-up, ma aiutiamo le aziende a mantenere od offrire un posto di lavoro a chi non ce l’ha; soprattutto mi piacerebbe che l’unico modo per una madre di conciliare professione e famiglia  in modo soddisfacente non fosse solo quello di uscire dal lavoro dipendente, come dire: vedi di sbrigartela tu, apriti l’attività così io Stato non ci devo pensare.

    Dall’altro gli start-upper non sono solo i neolaureati, ma forse a maggior ragione i 35-40 enni che hanno le competenze e le energie e quindi i bandi di finanziamento mirati solo sugli under 30 e sulle donne forse hanno fatto il loro tempo.

    Ed infine, il digitale non è la soluzione ma il mezzo: l’economia del fare cose secondo me è stata sottovalutata per troppo tempo, rendendola anche meno appetibile agli occhi dei giovani. Per dire, il mio pastaio (2 mesi di vacanze all’anno, code alla cassa) non trova l’apprendista.

    Bene, mi sento meglio. Scusate la pedanteria, adesso ritorno a fare la mamma blogger, con l’ #ufficioaigiardinetti.

     

  • Franca Rame2

    La scoperta di una Donna

    Qualche anno fa stavamo cercando una casa più grande. Era un periodo in cui ne visitavamo molte, in attesa di quella giusta.

    Un giorno passo davanti a una casa d’epoca che mi è sempre piaciuta molto, in una zona forse un po’ troppo trafficata, però di fascino. Vedo un cartello affittasi e mi decido a telefonare.

    Mi risponde una signora che mi dà risposte un po’ vaghe sull’affitto richiesto: “Non so, lei venga a vedere la casa, poi può fare un’offerta”.

    Il giorno dopo con marito e figlio in passeggino andiamo a visitare questa casa. Siamo soli, il portiere ci mette in mano le chiavi e noi ci sentiamo quasi degli intrusi.

    L’appartamento è in stile anni ’30: ampissimo disimpegno, soffitti altissimi, il parquet che scricchiola, i tubi del riscaldamento a vista, il corridoio…infinito.

    Non ci sono mobili, eppure la casa esprime uno strano magnetismo. Ad un certo punto mi addentro in cucina, una cucina che nessuno probabilmente usa più da anni, dove sono impilati scatoloni, fogli, raccoglitori, floppy-disk…Alle pareti ovunque sono appesi promemoria con numeri di telefono di persone.

    E dappertutto – su un vecchio pc, una scatola, un armadio – post-it con la scritta “Chiedere a Franca”. L’intera casa disabitata ruotava intorno a questa misteriosa signora, a cui tutti avevano qualcosa da chiedere.

    Poi getto lo sguardo su una pila di dépliant impolverati e leggo: Dario Fo.

    Ora capisco: quella casa era stata il quartier generale del Comitato elettorale di Dario Fo sindaco di Milano!

    E la misteriosa Franca non era altro che lei, Franca Rame.

    Poi non siamo andati ad abitare in quell’appartamento, ma per molto tempo ne ho sbirciato le persiane, per vedere se qualcuno ci fosse entrato.

    Però Dario Fo e Franca Rame nel quartiere si sono sempre incontrati: insieme, al bar, per strada, alle manifestazioni in Piazza Duomo.

    L’ultima volta che l’ho vista Franca saliva elegante su un taxi. Portava sempre gli orecchini di corallo rosa, quelli che vedete in tutte le foto. Aveva una classe ed un’eleganza che non toglievano nulla alla sua forza interiore, al coraggio ed alla determinazione che ne hanno fatto una Donna assolutamente fuori dall’ordinario.

    Dietro a Dario Fo c’è sempre stata Franca Rame e spesso anche davanti.

  • #mammacheblog Social Family Day 2013: ricco videopost

    Anche quest’anno posso dire: io c’ero!

    Il Mamma Che Blog Social Family Day è la due giorni che tutte le mamme blogger d’Italia aspettano, sia che vogliano fare le professioniste sia che si divertano semplicemente a coltivare un hobby.

    Ho anche partecipato alle Mom Class e le ho trovate utili, se poi si aggiunge che sono occasioni di formazione gratuite urge ringraziare Fattore Mamma, che nell’organizzazione di questo evento dà sempre il massimo.

    E’ sempre molto piacevole incontrarsi di persona ed ultimamente ho conosciuto molte blogger nuove, alcune delle quali mi sono piaciute molto proprio per la loro voglia di fare, tipica di noi donne. Ormai sono una veterana e credo sia importante uscire dal circuito delle solite conoscenze per essere sempre aggiornata.

    A proposito, il progetto vincitore dei Fattore Mamma Awards è stato il sito di sostegno educativo Che Forte. Anche se io avevo votato per #liberiamounaricetta (a cui avevo partecipato) mi ha fatto molto piacere.

    Non solo perchè una delle fondatrici, Simona, è una mia conoscenza personale, ma soprattutto perchè Che Forte è un sito ricco di contenuti on e off line, forte di un importante seguito di mamme, che tuttavia fino ad oggi era lontano dai giri ufficiali della promozione. Il fatto che abbia vinto mi ha fatto capire come siano sempre le mamme che leggono e si informano a decidere il successo di un progetto, non il marketing e non gli sponsor, anche se ovviamente possono essere di grande aiuto.

    Eccovi la mia intervista a Simona appena dopo la premiazione.

    Ma bando alle ciance!

    Quest’anno il MCBSFD ve lo racconto per immagini.

    Vediamo chi di voi si ritroverà in questi video?!

    Innazitutto, le #sfidedimamma!

    E la gara di stiro tra padri dove la mettiamo?

    Vediamo chi trova il marito!

    Ed infine un po’ di backstage al Mom Class!

  • IStock 000017413243Small

    #ufficioaigiardinetti. Che tu abbia un vero ufficio oppure no, questo è il tuo workspace fino alle medie.

    Ufficio ai giardinetti è:

    – Capire cosa voleva dire quella mamma di 3 figli più vecchia di te che una volta ha proclamato: “Quest’anno festeggio i dieci anni in questo parchetto”. Ci sono matrimoni che durano molto meno.

    – Puntare alla panchina migliore, quella all’ombra, e trovarla sempre occupata dalla stessa mamma che tiene il posto anche per le sue amiche.

    – Al tuo arrivo scannerizzare il parterre e capire che non ce n’è mezza con cui attaccare bottone.

    – Uscire vestita da barbona perché tanto oggi pomeriggio vai ai giardinetti.

    – Uscire vestita da red carpet perché tanto oggi sei stata tutto il giorno in casa conciata da barbona.

    – Costringere tuo figlio a giocare con uno che gli sta antipatico perché tu sei molto amica di sua madre.

    – Costringerti a chiacchierare con una madre che ti sta antipatica perché tuo figlio è molto amico del suo.

    – Insegnare ai figli giochi solitamente vietati per avere la certezza di bloccarli in un unico spazio controllabile dalla panchina. Per esempio: pizza di fango, pista di biglie nella terra, gavettoni ai piccioni.

    – Accettare con noncuranza lo sguardo di disapprovazione delle nonne mentre consenti, ed anzi suggerisci, tali attività. Scambiarti un’occhiata complice con madri e tate.

    – Affidare il bambino ad una mamma amica per andare un attimo (…) dal panettiere e invece passeggiare guardando due vetrine.

    – Imprecare in cerca di una toilette.

    – Ricordare di essersi dimenticata di comprare le salviettine igienizzanti e scroccarle sempre a qualcun altro.

    – Parlare con le nonne di educazione dei figli assumendo un tono complice e rispettoso.

    – Osservare le tate che si fanno i cavoli propri chiacchierando all’ombra e non alzando mai il sedere. Ah, sì, poi lo alzano. Quando devono andare a casa.

    – Cercare di non utilizzare troppo il vanzina (cellulare, termine per milanesi doc) per non sembrare una madre annoiata.

    – Cedere e consultare Facebook per passare un po’ di tempo. Poi pentirsi e iniziare ad agitarsi senza senso, urlando rimproveri a caso: “Loriiiii, no i calci al bambinoooo!”.

    – Dopo un po’ cercare al telefono un’amica per fare quattro chiacchiere e riuscirci al terzo tentativo. E’ a quel punto che tuo figlio cade/litiga con un altro bambino/ha fame o sete/soprattutto gli scappa la cacca ma vuole farla dietro al cespuglio per non tornare a casa.

    – Cercare di non intervenire in litigi tra bambinetti e poi separarli con imparzialità quando sei intimamente convinta che la colpa sia sempre del figlio degli altri.

    – Subire l’abbassamento della vista di una diottria nel tentativo di riconoscere tuo figlio nascosto sopra un albero. Sopravvivere allo spavento di non averlo visto per un quarto d’ora mentre lo cercavi disperatamente.

    – Cazziarlo per essere sparito. Lodarlo per l’ottima prestazione di arrampicata.

    – Accorgersi che i giardinetti senza gessetti, bolle di sapone, macchinine, bottiglietta vuota per travasi melmosi sono il salto triplo carpiato con avvitamento delle mamme.

    – Capire che è meno faticoso portare al parchetto un neonato che sta seduto sul suo pannolino piuttosto che un essere deambulante con una spiccata predilezione per l’altalena: “Mammaaaaaa, mi spingiiiii?”.

    – Dirimere il traffico della coda per l’altalena. Escogitare trucchetti per costringere tua figlia a scendere. Funziona solo la girella #epicfail.

    – Lanciare sguardi significativi alla nonna fumatrice che butta i mozziconi per terra nell’area giochi. Ti scoccia dirle qualcosa, lei non capisce che è vietato. Vorrà dire che resterà sola di fronte alle sue lastre.

    – Dopo 2 ore sotto il sole: vedere Dio.

    Il microcosmo dei giardinetti meriterebbe un documentario di Sir Richard Attemborough. Vuoi dire la tua?

    Nell’attesa raccontiamo le nostre esperienze qui sopra e su Twitter con hashtag #ufficioaigiardinetti 

    Poi raccoglierò le migliori e ne farò un e-book di successo, un reality per la tv, una web fiction e una serie di abiti comodi ma eleganti per mamme ai giardinetti.

    Attendo il vostro contributo!

     

  • IStock 000007006524Medium

    Mi si è accesa una lampadina

    Qualche giorno fa mi è successo di essere intervistata da una giornalista sul fenomeno di quello che gli americani in modo figo chiamano “new maternity” e qualche articolo italiano ha divulgato anche come “retro wife”.

    La moglie vintage non è una vecchia, tranquille, ma una donna che ha lasciato il lavoro per dedicarsi alla famiglia, trovando maggior significato esistenziale nella vita domestica piuttosto che nell’obbligo di rispondere a standard lavorativi e personali troppo stressanti, visto che per avere tutto finiva con il dimenticare la vera se stessa.
    Non sono discorsi nuovi nell’ambiente blogger per cui non mi soffermo sull’analisi delle cause di questo fenomeno.

    Quello che invece mi ha fatto riflettere è come il semplice fatto di rispondere alle domande di un’intervista mi abbia obbligata a dare una struttura a tanti pensieri sparsi. Spiegare a qualcuno che non mi conosce la ragione delle mie scelte e come materialmente vivo la mia vita mi ha offerto l’opportunità di capirmi meglio e, come è successo alla fine della conversazione, avere un’illuminazione.

    Che nei primi tempi stare a casa fare “solo” la mamma non mi abbia fatto sentire bene è un dato di cui ho già parlato. Mentre il mio bimbo neonato dormiva io restavo sveglia a fissare il soffitto sentendo che ero fuori dai giochi, tradivo il mio carattere brillante e le mie capacità, sprecavo il mio talento. Per 3 anni ho vissuto un’apnea di ambizioni, tanto le mie giornate, con la nascita di un’altra bambina, erano così piene e stancanti da non lasciare spazio ad altro.

    Poi ho alzato un po’ la testa ed è stato a questo punto che ho fatto veramente la mia scelta.

    Voglio dire: avrei potuto mandare in giro curricula a destra e a manca, cercare di rientrare in azienda, ma non l’ho fatto.

    E il vero motivo è che ormai sono così abituata ad esserci quando serve, a dare il mio tempo alla famiglia quando voglio (aiutando anche il marito nella sua attività) che solo il pensiero di uscire di casa alle 8 e rientrare alle 19 mi dà la nausea. Anzi, in qualche modo mi intimorisce.

    Intendiamoci: la mia vita ideale non contempla andare al supermercato tutte le mattine a fare la spesa o entrare in paranoia per una macchia sul pavimento. Al contrario, ho un sacco di interessi ed accetto volentieri collaborazioni professionali da casa oppure in gita (tipo andare a Sanremo, che non è per niente da mamma onnipresente anni ’60). Questo secondo me non è tanto da retro wife, quanto da persona fortunata che può scegliere cosa fare nella vita, anche se poi riuscirci non è affatto automatico!

    Certo, guadagno meno di prima e il breadwinner è mio marito.

    Non lo vivi come una limitazione e anche come una minaccia? – mi chiede preoccupata la giornalista.

    Sì, non è che vivo sulla Luna. Ma ci sono fortunatamente molti modi di vivere una situazione del genere e uno di questi riguarda la concezione della famiglia come impresa famigliare, come progetto comune in cui il potere economico non diventa mancanza di rispetto e controllo dell’altra persona, in cui la fiducia è gestire insieme in modo trasparente ogni cosa. Quando ero ragazza e me lo raccontavano altre coppie non ci credevo, oggi per me è vero, ma so di essere probabilmente un’eccezione.

    – Ma cosa pensa tua madre di questa scelta?

    Eh, mia madre, donna che al lavoro ha dato tutto e di più con grandissimo piacere, non è tanto contenta. Io la capisco, ma c’è da dire che lei appartiene ad un’altra generazione e inoltre le nostre storie personali sono molto diverse.
    Sono figlia unica di genitori egoriferiti, uscire di casa per me è stato faticoso e per uscire di casa intendo anche capire che la stima per una madre non deve arrivare a voler essere necessariamente uguale a lei, ma trovare un proprio modo di essere donna prima e mamma poi.

    Sapersi scoprire e poi accettare: studiare per anni con l’obiettivo di essere una donna manager con le spalline imbottite anni ‘80 (che stereotipo del cavolo, tra l’altro) quando per sentirmi veramente felice alla fine mi basta essere circondata da una famiglia affettuosa e dare sfogo alla mia creatività.

    – Che cosa ti auguri per tua figlia? – mi incalza la giornalista.

    Certo che per mia figlia vorrei un futuro solido, economicamente indipendente, un lavoro che la gratificasse. Certo che farei la nonna che le tiene i bambini. Ma lei cosa vorrà? Come sarà il mercato del lavoro tra 20 anni? Dove abiterà? Quali saranno i suoi desideri? Troppe domande. A me basterà starle accanto come potrò.

    – Ma insomma, alla fine questi blog, questi etsy, questo on line è un’opportunità o una rinuncia da parte delle mamme?

    Cara giornalista, anche tu sei mamma di due figli e lo sai, è un’opportunità E una rinuncia.

    Se hai qualcosa da dire ti aiuterà, altrimenti rimarrà un piacevole hobby e non c’è nulla di male in questo. Le donne che ce la fanno on line sono le cape di se stesse, il che va bene, ma indica che sotto il capoufficio non sono riuscite a starci o hanno smesso di fare il capoufficio o di provare a cambiare le regole sul lavoro.

    Per cui tutto bello, ma su larga scala meglio il telelavoro part-time per maschi e femmine accanto ai blogger e gli esperti social free-lance.

    Che poi il vero punto è che sia i padri che le madri vogliono stare con i loro bambini piccoli, solo che in Italia se esci dal mondo del lavoro non ci rientri più. Se i genitori potessero contare su un sistema in cui cambiare occupazione non fosse un dramma, certo che si prenderebbero delle pause. Le mie amiche americane mi raccontano che negli USA le mamme stanno a casa e gli asili sono rari, tanto poi un lavoro si ritrova. Qui no.

    Insomma, tante le riflessioni, molti i dubbi sollevati dalla giornalista, le incoerenze che emergono raccontandosi eppure…eppure alla fine c’è qualcosa di forte e vero che le tiene tutte insieme rendendole la vita che faccio, i sogni che mi animano, le piccole frustrazioni che accetto, le soddisfazioni che colgo.

    Ed è che sono felice. Felice così.

    Perché dovrei mettere in discussione un equilibrio raggiunto, una vocazione che mi è venuta a cercare senza sapere di averla?
    Sono felice io, è felice la mia famiglia. Non è una spiegazione razionale, ma E’.
    E tanto mi basta.

  • Rugby

    Uniti alla meta, c’è Rugby nei Parchi!

    Mamme milanesi, all’appello! Sapete già cosa fare domenica?
    Iniziate subito a visitare il sito di Rugby nei Parchi, adesso vi spiego.

    Forse vi ho già raccontato che da piccola ero una patatona poco attratta dallo sport e questo resta un po’ il cruccio della mia infanzia, perché oggi da mamma sono convintissima che praticare un qualsiasi sport ad un livello accettabile costruisca la personalità. Io per dire ho sempre avuto paura di vincere.
    Per questo sono tutta contenta di avere un marito molto sportivo e dei figli che hanno un interesse sincero per le attività all’aria aperta ed il movimento. E’ chiaro che lo stimolo di noi genitori è fondamentale, soprattutto nello scegliere che cosa fare.

    A mio figlio piace il calcio solo come opportunità di stare con i suoi compagni durante la ricreazione, non tifa alcuna squadra e a noi va bene così. Non ci piace cosa è diventato il mondo del calcio, ancora meno la rappresentazione mediatica che ne viene fatta, e quindi siamo alla ricerca di uno sport di squadra diverso per il nostro settenne, che fa già nuoto e karate.

    Ecco perché, come vi dicevo prima, siamo proprio curiosi di partecipare a Rugby nei Parchi, un evento sportivo organizzato dal Comune di Milano e Rugby Grande Milano, sponsor dell’iniziativa Gruppo Mediobanca (Mediobanca,Compass e CheBanca!), per far conoscere questo sport alle famiglie e divertirsi tutti insieme.

    Soprattutto vogliamo sperimentare di persona le qualità che chi lo pratica ci racconta: il rispetto delle regole, la generosità, la fiducia negli altri e in se stessi, la competitività che non sfocia in aggressività fuori luogo.

    Le prossime date sono:
    Domenica 19 maggio, ore 10.00 presso il Parco Forlanini (lato Centro Sportivo Saini, via Corelli 136)
    e
    Domenica 2 giugno, ore 10.00 presso l’Arena Civica (Parco Sempione, ingresso V.le Elvezia) per la Grande Festa finale.

    Noi andremo a quest’ultima data e faremo provare il rugby anche alla bambina, siamo sicuri che quanto a placcaggi le femmine non abbiano niente da invidiare ai maschi!
    Tra l’altro incontreremo il campione oggi allenatore Diego Dominguez e parteciperemo all’estrazione di uno dei 10 ticket per partecipare al Diego Dominguez Rugby Camp. Magari poi vince mia figlia!

    Per conoscere tutti i dettagli e partecipare visitate la pagina Facebook dell’evento .

    Ci vediamo lì?

     

    (Post sponsorizzato)

Pagina 11 di 35« Prima«910111213»2030Ultima »