Santa start-up aiutaci tu

Santa start-up aiutaci tu

Ragazzi, oggi vi scrivo un post un po’ più da manager e un po’ meno da retro wife.

E’ un sacco di tempo che penso queste cose e leggerne in altri due blog (qui e qui) mi ha fatto venire voglia di dire la mia.

Ho la nausea della parola start-up.

Questo anche se vado agli eventi per le start-up, se faccio parte di gruppi per startapparoli su Linkedin e se ho sposato un pluri-start-upper.
Ciò per vari motivi.

Innanzitutto perché frequentando il web da anni constato l’abuso sistematico del termine.
Poi perché sembra che qualsiasi problema dell’Italia possa essere risolto con una bella start-up.
Disoccupazione giovanile? Start-up.
Disoccupazione femminile? Start-up.
Pensioni che non ci sono più? Start-up.
PIL? Start-up.

E da ultimo, vivendo quotidianamente la realtà di chi le start-up (di successo ed insuccesso) le ha create e le gestisce giorno dopo giorno, veramente non sopporto più l’idea diffusa che un’impresa nuova, young e magari pure cool (dai, concedetemi un po’ di abuso di termini della Milano da bere, che rendono) debba avere a che fare solo con il digitale.

Io conosco gente che produce pezzi di roba e li vende in tutto il mondo senza essere mai andata ad un barcamp, anzi, ignorandone l’esistenza. Gente che ha fondato l’azienda dopo i 30 anni, cioè da “vecchio” per l’idea di start-upper che si ha comunemente.

Anzi, aggiungo che secondo me lo start-upper ideale non dovrebbe essere necessariamente uno sbarbino appena uscito dall’università, ma qualcuno che ha vissuto un po’ di vita d’azienda, ha visto un po’ di mondo, ha anche capito cosa sono le relazioni umane e professionali. Non ho nulla contro i giovanissimi start-upper di successo, ma credo che per uno che ce la fa (e di cui si parla sui giornali) ce ne siano cento che non sanno nemmeno da che parte cominciare e se restano disoccupati non è che possiamo accusarli di non avere abbastanza spirito imprenditoriale. Anzi, la mistica istituzionale della start-up come risposta alla disoccupazione è una delle cose che mi irrita di più.

Non solo per quanto riguarda i giovani, ma anche le donne e le mamme in particolare.
Molti casi di nuove imprese al femminile guarda caso vedono protagoniste madri che si mettono in proprio per conciliare lavoro e famiglia, dopo aver lasciato il lavoro dipendente o esserne state escluse. Questo come lo interpretiamo? Per le donne è una vittoria, una sconfitta o un po’ tutte e due?

Capitolo finanziamenti. Per esperienza diretta puoi anche vincerli. Poi magari però devi anticiparli di tasca tua e quando li ricevi ti vengono tassati. Sì, avete capito bene. Li anticipi e poi te li tassano. Magari adesso i bandi li scrivono un po’ meglio, ma la nostra esperienza è stata questa.

E poi: davvero pensiamo che in Italia manchi lo spirito imprenditoriale e siano le start-up a dare la svolta?

Vi ricordo che nel nostro paese il 95% delle aziende su 4, 5 milioni ha meno di 10 addetti (questa la fonte) e che la nostra economia, soprattutto al Nord, è basata su PMI fondate da quelli che sono stati gli start-upper dagli anni ’50 in poi.

Il vero problema è come tenere aperte le piccole imprese, le ditte individuali, le partite IVA: come Italia cosa me ne faccio di 100 start-up di giovani e donne se poi devono chiudere schiacciate dalle tasse, dal costo del lavoro, dalla mancanza di competitività del sistema?
L’impressione è che sia molto meno faticoso e più d’effetto tirare fuori le parole magiche giovani/donne/start-up che lavorare sodo, nel concreto e nel dettaglio per cambiare giorno dopo giorno quello che effettivamente non va, sostenendo realmente le imprese che già lottano per restare vive.

Per concludere, non voglio assolutamente scoraggiare nessuno dal tentare la strada dell’imprenditoria, per quanto durissima in Italia in questo momento. Essere padroni di se stessi è molto bello, per quanto faticoso.
Però davvero, da un lato non tutti sono fatti per essere imprenditori e a questi non spacciamo come risolutiva la mistica delle start-up, ma aiutiamo le aziende a mantenere od offrire un posto di lavoro a chi non ce l’ha; soprattutto mi piacerebbe che l’unico modo per una madre di conciliare professione e famiglia  in modo soddisfacente non fosse solo quello di uscire dal lavoro dipendente, come dire: vedi di sbrigartela tu, apriti l’attività così io Stato non ci devo pensare.

Dall’altro gli start-upper non sono solo i neolaureati, ma forse a maggior ragione i 35-40 enni che hanno le competenze e le energie e quindi i bandi di finanziamento mirati solo sugli under 30 e sulle donne forse hanno fatto il loro tempo.

Ed infine, il digitale non è la soluzione ma il mezzo: l’economia del fare cose secondo me è stata sottovalutata per troppo tempo, rendendola anche meno appetibile agli occhi dei giovani. Per dire, il mio pastaio (2 mesi di vacanze all’anno, code alla cassa) non trova l’apprendista.

Bene, mi sento meglio. Scusate la pedanteria, adesso ritorno a fare la mamma blogger, con l’ #ufficioaigiardinetti.

 

  1. Elena
    Elena06-05-2013

    abbiamo la nausea assieme!! condivido in toto Veronica!Grazie per questo post da una che alla proposta di “startuppizzarsi” ha detto no

    • M di MS
      M di MS06-05-2013

      Eh, è dura capire cosa si vuole fare!

  2. lucyinvacanzadaunavita
    lucyinvacanzadaunavita06-05-2013

    Ma come mi piacciono questi tuoi post!! Altro che pedanteria. Io condivido ogni tua parola. E se penso al marito che ultimamente accarezza un sogno (per ora è proprio sogno…) di mettere le mani in pasta in qualcosa, dico che hai proprio ragione: l’economia del fare è stata sottovalutata da tempo. Ciao, ora vado a fare la mamma blogger ancora per poco invacanzadaunavita e mi concedo un’oretta di palestra 😉

    • M di MS
      M di MS06-05-2013

      Se si mette in proprio allora preparati, diventerai manager!

  3. mammafelice
    mammafelice06-05-2013

    D’accordo su tutto, soprattutto su due concetti: non tutti possono fare gli imprenditori, e per fare gli imprenditori è meglio aver lavorato un po’ come dipendenti ed essersi fati le ossa in azienda.

    Ma anche l’età importa, secondo me: c’è questa generazione di 40enni che adesso scopre che non ha un lavoro? Sveglia! Quelli che hanno fatto i fuoricorso a Scienze Politiche per 10 anni, e hanno vissuto sul benessere di mamma e papà, e poi all’improvviso vogliono pure ricevere i finanziamenti per aprire una start-up? Ma no, davvero. Non a caso l’hanno definita: generazione perduta.
    Ormai è fatta. Questa era una cosa a cui si doveva pensare 25 anni fa, quando invece di andare ai kollettivi della Torino bene (mettici la città che vuoi), potevi scegliere di andare a lavorare e iniziare una carriera vera.

    Io son stufa dell’Italia, e tu hai descritto benissimo cosa significa avere un’azienda in Italia, e la sensazione (reale, peraltro) di essere continuamente strozzati dal sistema.

    Ma sono anche stufa di quelli che – della mia generazione – non hanno mai combinato niente, e adesso però a 40 anni vogliono giocare a fare i giovani imprenditori. Siamo vecchi.
    A 40 anni come minimo devi aver lavorato almeno 20 anni, altrimenti ciao. Per questo secondo me la soglia dei 35 anni è più che giusta, da parte dello Stato (che poi sbaglia sul resto, come detto sopra).

    • M di MS
      M di MS06-05-2013

      Tranquilla! Quelli che si sono parcheggiati per 20 anni all’università non la sanno mica scrivere la richiesta di finanziamento 🙂

  4. paroladilaura
    paroladilaura06-05-2013

    Si è dimenticata l’economia del fare quanto hai ragione. Sai perché secondo me? Perché è passata l’idea che se non ti laurei vali di meno, che essere degli artigiani con i contromaroni sia meno figo di una miriade di lavori che non solo non si trovano, ma sono precari e mal pagati.

    • M di MS
      M di MS06-05-2013

      Ieri a Radio24 c’era una manager Adecco che raccontava che nel 2012 hanno inevaso la richiesta di 1000 diconsi 1000 figure professionali richieste dalle aziende per il posto di operaio specializzato.

  5. Jolanda
    Jolanda06-05-2013

    Penso tutto quello che pensi tu!

  6. la Lu
    la Lu06-05-2013

    La start up intesa come quella statunitense qui non potrà mai funzionare: sono previste forme di finanziamento e sostegno che in Italia non funzionano. Però secondo me start up è anche un’impiegata che dopo le sue ore torna a casa e gestisce l’azienda familiare 🙂 A parte l’eccesso voluto, sono fondamentalmente d’accordo con te: sono i makers quelli che sfonderanno, mica gli startuppers.

    • M di MS
      M di MS06-05-2013

      E spesso anche quelli che non sanno cos’è un blog 🙂

  7. Annamaria
    Annamaria06-05-2013

    Completamente d’accordo. Anch’io frequento il circo delle start-up ma è un mondo nel quale mi sento abbastanza a disagio. Ammetto che molte cose le ho imparate, per esempio a farmi domande sulla sostenibilità e sulla scalabilita’ dell’idea, che sono state molto importanti per migliorare il mio progetto ma assisto a fenomeni che mi fanno rabbrividire. Decine e decine di start-up costruite a tavolino, tutte identiche, date in pasto a ragazzetti per fare numero nei programmi di accelerazione, concorsi costruiti ad hoc al solo scopo di apparire credibili e spartirsi la fetta sempre più grossa dei finanziamenti pubblici… il resto lo hai già raccontato tu

    • M di MS
      M di MS06-05-2013

      Non è che gli incubatori non servano, adesso non vorrei esagerare in senso opposto, però a volte i cd. voucher che vengono offerti alle start-up e che le obbligano a spenderli per i servizi di marketing e communication (per dirne una) solo dentro l’incubatore sono un vero aiuto o un po’ dei paletti?

  8. Elena zanotto
    Elena zanotto06-05-2013

    Ciao ho partecipato anche io alla splendida giornata del 25 maggio con il mio piccolissimo blog e ho toccato con mano una realtà di mamme brave e consapevoli del loro progetto, ne ho avuto quasi soggezione , nel senso buono, perché ho compreso che fare la blogger e farne un lavoro e’ molto faticoso, e io ho veramente tanto da imparare da tutte voi . La mia esperienza e’ partita al contrario. ho perso il lavoro, mi sono inventata un lavoro, Il Mondo di Bu, ho ritrovato lavoro e oro faccio due lavori. L’ anno scorso ho aperto la partita IVA e sono approdata alla rete dopo. Il mio strumento preferito e’ Facebook. Non so se posso considerarmi una start up ma la domanda che mi pongo e’ quanto la rete può aiutare il mio lavoro? L’economia del fare e la vita da blogger come possono Convivere felicemente insieme? Forse sono andata fuori tema ma la sensazione che ho dopo aver letto il tuo post alimenta quel sottoposto di paure che si hanno quando sei manager di te stessa….

    • M di MS
      M di MS06-05-2013

      Intanto permettimi di farti i complimenti: sei brava!
      Sei la start-upper di te stessa.

      Se l’economia del fare e FB possono stare insieme? Ma certo!
      Tu fai delle cose e utilizzi il blog e la rete per farle conoscere, ottimo. AVanti così.

  9. my
    my06-05-2013

    Bello questo post! anche se non faccio parte del mondo delle start up (sono una lavoratrice dipendente) ho la mia da dire su questo argomento. Concordo in pieno sul fatto che sia molto triste pensare che queste siano la risposta per l’occupazione femminile e che non sia mai ben chiaro se siano una vittoria o una sconfitta per le mamme. La vittoria, lo diciamo sempre, è poter scegliere!!! Come ci sono molte iniziative per aiutare le mamme ad aprire la propria piccola attività a me ogni tanto piacerebbe fare qualcosa per aiutare le mamme a pretendere e ottenere il part time e l’orario elastico (come ho avuto io) in un’azienda privata! Raccontare la mia piccola esperienza, di un titolare d’azienda che quando sono andata a comunicargli che aspettavo il mio primo figlio non ha nè sorriso, nè fatto auguri nè niente ha semplicemente detto “in questa azienda il part time non si da’. Buongiorno”. (Buongiorno a te!) E di come 4 anni dopo, di ritorno dalla seconda maternità il part time me l’ha dato eccome e 2 anni ancora dopo l’ha trasformato in p.t. a tempo indeterminato. Di tutto quello che c’è stato in mezzo, della fatica, del lavoro, del “Rendersi indispensabile”, del lavoro sulla mia professionalità, sui miei rapporti con i clienti, della dimostrazione quotidiana che sì, mi serve il p.t., ma quando c’è bisogno io ci sono anche a 60 ore a settimana……..tutto cose che non considero una vittoria…..ho dovuto dimostrare di valere per 3 dei miei colleghi uomini, mentre loro non avevano altro da fare che andare ogni anno a chiedere l’aumento (cosa che io non faccio da quando son rimasta incinta la prima volta)….anche qui non sappiamo se si parli di vittorie o sconfitte per le donne, ma ora lavoro 28 ore a settimana, ho un sacco di tempo per la casa i bambini e per me stessa. E per ora mi basta 🙂

    • M di MS
      M di MS06-05-2013

      Sei brava. Punto.

      • my
        my06-06-2013

        addirittura. No. E’ che ho pensato che questa era l’unica cosa GIUSTA da fare. E quindi forse era la soluzione che faceva per me e ce l’ho messa tutta. Solo che mi addolora che richiedere un giusto trattamento dalla propria azienda non sia quasi mai fra le opzioni messe davanti ad una donna.

  10. tito
    tito06-05-2013

    Che bel post. Dà delle parole ad una serie di disagi che molti di noi sentono. E non per questo dobbiamo smettere di incoraggiare come paese, forse più con regole e con una burocrazia amichevoli, chi vuole mettersi in proprio. Ma più di tutto penso, d’accordo con te, che la tematica di agevolare la nascita di nuove idee imprenditoriali non va lasciata ai venture capitalists ed al mondo del digitale, che vuole vedere nei business plans tassi di crescita a due cifre l’anno, inseguendo il miraggio di quelle oche diecine di esempi da silicon valley, sempre gli stessi, di gente che è diventata milionaria a 25 anni.
    E’ molto simile al problema dei ragazzi che da grandi vogliono fare tutti i campioni dello sport come Totti o Kobe Bryant.

    • M di MS
      M di MS06-05-2013

      Sono stata alla Wired Next Fest, un evento piacevole ed interessante.
      Però devo ammettere che assistere a dibattiti con i soliti noti (perchè in Italia sono sempre gli stessi), seppure in gamba e meritevoli, ha amplificato in me questa sensazione di straniamento. Tutti lì ad ascoltare chi ce l’ha fatta nel digitale, ma poi in concreto, a casa…?

  11. michelacalculli
    michelacalculli06-05-2013

    Penso che sto entrando in una startup non-giovane, non-digitale e che è stata presa per il culo per i cosiddetti finanziamenti pubblici, giusto giusto in questi giorni…

    • M di MS
      M di MS06-05-2013

      Ah ah! Preparati che tra un po’ partirà questo nuovo trend…

  12. Peppe
    Peppe06-05-2013

    Grandissima, chiunque Tu sia!!!

    Peppe

    • M di MS
      M di MS06-05-2013

      Grazie, chiunque tu sia 🙂

  13. Elena Galli WorldWideMom
    Elena Galli WorldWideMom06-05-2013

    ovviamente non posso che condividere e riprendere opinioni di altri commenti. Sono pro l’idea di inventarsi, proporsi, trasformarsi. Ma è chiaro che fare l’imprenditore non può nascere dal nulla e non tutti sono tagliati per essere imprenditori.
    Punto di vista dalla Silicon Valley: ci sono quelli che inventano la app multimilionaria, il ragazzino che diventa l’uomo più ricco del mondo perchè ha inventato instagram e ci sono anche quelli che ieri erano manager e oggi lavorano da Starbuck senza batter ciglio o ci sono quelli che decidono che vendere panini alle aziende super-yeah-auanagana e portarli in ufficio sia molto meglio che vendere “panini digilitali”.

    Nonostante ci siano lacune enorme, è il modo e la voglia di proporsi che qui hanno che mi piace. A 20 anni ma anche a 50! La start up a 40 anni dopo 20 anni di lavoro in ufficio…perchè no?
    Sono più in dubbio sui giovani che non hanno voglia di fare la gavetta. Raga’ prima ci si fa il mazzo e poi, forse, con la passione si creano le cose migliori.

    • M di MS
      M di MS06-05-2013

      Infatti io mi chiedo quali siano le soluzioni per gente che resta a casa a 50 anni e non riesca più a farsi assumere. Forse anche (ma non solo) questa?

      • Mammafelice
        Mammafelice06-07-2013

        Ma queste persone di 50 anni, che lavoro sanno fare? Perché guarda che io un 50enne che sa programmare, o una 50enne che mi faccia la parte amministrativa, altroché che li assumerei. Ma vuoi mettere l’esperienza e la dedizione? E quanto meno spendi in formazione?
        E ci ho pure provato, ma ho trovato solo persone con esperienza generica: e allora, se devo insegnare tutto il lavoro a un dipendente, tanto vale che lo insegno a uno giovane.
        La triste realtà è che i nostri genitori hanno fatto carriera (alle nostre spalle) senza averne le competenze: hanno potuto fare i dirigenti con la terza media (e non per il titolo di studio, ma per il livello di competenza) e credersi dei veri dirigenti quando non lo erano. Poi è ovvio che se alla loro età escono dall’azienda in cui sono stati senza mobilità per 40 anni, non trovano più lavoro: loro sanno fare quel lavoro lì, di quell’ufficio lì, di quell’azienda lì. Non sanno mica lavorare davvero.

        • M di MS
          M di MS06-07-2013

          Cavoli, se è vero.

        • la Lu
          la Lu06-07-2013

          No, un’amministrativa di 50 non la assumono, perchè l’esperienza ha un suo costo che l’azienda non vuole pagare, convinta di poter utilizzare i consulenti. E’ un dato di fatto, tu Barbara sei l’eccezione.

          • Mammafelice
            Mammafelice06-07-2013

            Lu, non è così: molto più conveniente la 50enne, che magari è pure in mobilità e hai agevolazioni. Solo che gente brava non se ne trova!

          • Mammafelice
            Mammafelice06-07-2013

            E se vogliamo anche essere cattivi: la 50enne non fa figli. Cavolo, se conviene. Ma gente di 50 anni che sa fare bene il suo lavoro, l’azienda non la licenza mica. A casa purtroppo ci sono gli operai o impiegati generici, quelli che andavano bene quando il lavoro prosperava.

  14. silvietta
    silvietta06-05-2013

    applausi. a te e ai commenti. domani studio.

  15. Francesca
    Francesca06-07-2013

    Complimenti per il post, che mi trova d’accordo in tutto e per tutto, ma vorrei proporre un’ulteriore riflessione.
    A ma sembra si stia guardando al mondo digitale come alla panacea per tutti i mali, una “Santa Internet” miracolosa: siamo stanchi dei politici? il voto digitale risolverà tutto! la disoccupazione è alle stelle? ma ci sono le start-up digitali! c’è qualcosa che non funziona? apriamo una pagina di protesta su Facebook!
    Mi sembra un modo veloce per insabbiare problemi in un mare di parole e pochi fatti, senza dover fare la fatica di cambiare la realtà che sta al di fuori della rete…

    • M di MS
      M di MS06-07-2013

      Assolutamente d’accordo con te.Senza internet non vivrei, ma resta un mezzo.
      Inoltre, penso che chi crede di risolvere problemi molto grandi solo con “Santa internet” in realtà sappia poco di molte cose.

Cosa ne pensi?