Ma le donne in che lingua si parlano?

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Ma le donne in che lingua si parlano?

 Quando mi hanno chiesto di partecipare a donnexdonne mi sono sentita un po’  giù.

Perché oggi non  avevo voglia di parlare sempre del solito argomento della solidarietà tra blogger e  – “Se non ora quando” a parte – non mi veniva in mente nessuna buona  prassi, nessuna azienda progredita, nessuno straccio di idea, niente. Illuminante  sulla  scarsa abitudine delle donne a fare squadra, ma anche sulla poca  attenzione che io personalmente posso aver dedicato all’argomento.

In questo post mi sarebbe piaciuto parlarvi di qualche progetto aziendale, legato al mondo del profitto: sono convinta che i veri cambiamenti sociali, soprattutto quelli legati al lavoro, passino necessariamente dalle imprese, da chi crea valore. Insomma, quando ci sono di mezzo i soldi allora si fa sul serio. Ma purtroppo al momento sono a corto di esempi.

Eppure nella mia vita ho sperimentato la solidarietà femminile, quella delle amiche, ma anche delle donne conosciute casualmente, durante una vacanza, in ospedale, nelle situazioni più disparate. Devo dire che però di solidarietà tra donne sul lavoro non ne ho conosciuta. Anzi, da giovane laureata ho dovuto letteralmente rubare il lavoro a chi mi circondava e capire che in ufficio non si è né si deve per forza essere tutti amici, ma colleghi se va bene capaci di collaborare in modo professionale.

Per la cronaca non ho nemmeno incontrato solidarietà maschile: è vero che un ex capo mi ha dato molti vantaggi che meritavo (per es. corsi di formazione), però non mi ha difeso dal collega che mi ha attaccato dopo essersi preso un garbato due di picche.

Insomma, penso che se la solidarietà tra donne esiste, esiste in una dimensione parallela al lavoro, nel caminetto domestico, nella vita quotidiana in cui si è persone e non lavoratrici. Sul lavoro no, proprio non ho sperimentato solidarietà – IN GENERALE – e quindi anche al femminile.

Come se le donne parlassero due lingue: quella empatica della vita di amiche e mamme e quella più fredda e distaccata di colleghe.

Però ho una bellissima prassi no profit da farvi conoscere, che vede coinvolta direttamente una mia amica, che ci investe tempo, energie e soprattutto cuore.

Insieme ad altre mamme, Laura ha fondato a Milano l’associazione Italiano per Mamme.

Dal loro sito:

”Le donne immigrate, a causa del ruolo che la tradizione assegna loro, o della presenza di figli piccoli, hanno spesso grosse difficoltà ad inserirsi nella civiltà italiana. Il nostro lavoro mira proprio ad accogliere queste donne. Siamo convinte che sostenendo le donne aiutiamo anche le loro famiglie e facilitiamo l’integrazione di tutto il gruppo familiare.

La scuola delle mamme non è soltanto uno spazio dove si impara l’italiano come lingua seconda.

La scuola delle mamme è uno spazio-tempo che le donne immigrate dedicano a se stesse e dove noi volontarie cerchiamo di creare un ambiente piacevole e amichevole.

Oggetto di insegnamento e apprendimento è la lingua italiana, ma anche tutto ciò che rende possibile vivere in Italia: cibo, usi, regole e costumi. Per dirla con il quadro europeo ‘sapere, saper fare, saper essere e saper apprendere’.

Nostro obiettivo è aiutare le nostre allieve a sviluppare la capacità di comunicare, la fiducia nelle proprie capacità, l’apertura alla nuova società, di cui vorremmo diventassero parte attiva. Vogliamo aiutarle a sviluppare una vita migliore nel Paese in cui abitano: tocchiamo argomenti che fanno parte della vita di ogni donna: la casa, la spesa, i bambini, la salute.”

Tra le mamme che frequentano la scuola ci sono tante donne arabe, ma anche – chi l’avrebbe mai detto? – giapponesi.

Sì, perché mentre le donne arabe, pur non parlando la lingua, si aiutano tra di loro e si incontrano, le mamme giapponesi vivono in una totale solitudine, aggravata dalla figura tradizionale del marito/padre, distante e totalmente dedito al lavoro.

Le volontarie dell’associazione accudiscono i bambini delle loro “alunne” durante l’orario delle lezioni di civilizzazione italiana, offrendo così la possibilità concreta di impegnarsi in un’attività intellettualmente stimolante, che potrà anche sfociare nell’acquisizione di un certificato legalmente riconosciuto di conoscenza della lingua italiana.

Aiutare queste donne ad entrare in società può significare crescita delle loro famiglie, integrazione dei figli, consapevolezza dei diritti e dei doveri e forse, un giorno, lavoro.

Io credo che le ore che le volontarie dedicano ad altre donne, ore ritagliate a loro volta tra casa, figli e ufficio, stiano a testimoniare inequivocabilmente che la solidarietà tra donne esiste.

Penso anche che il no profit valga dei bei soldoni: non solo tutti quelli che lo Stato non investe in integrazione, ma anche quelli che una famiglia immigrata integrata può generare lavorando onestamente.

Il pregio di Italiano per Mamme sta nell’aver capito che l’integrazione passa dalle donne, non semplicemente da quello che il capo famiglia porta a casa a fine mese o dalla di lui vita sociale.

Sarebbe bello esportare il progetto in altre scuole, perché l’integrazione è un processo che esce dalle aule per essere vissuto al mercato, al parco, nel singolo quartiere.

Le amiche di IpM cercano nuovi volontari per espandersi in nuove scuole/strutture. Se volete dare loro una mano in qualsiasi modo: http://www.italianopermamme.com/   

Qui di seguito vi lascio i link che partecipano a donnexdonne:

I pensieri di Stefania

Cuor di Carciofo

Chiara di nome

Ipazia è(v)viva

Presa nella rete

Maternity leave

Non voglio mica la luna – Penelope 2.0

Mamma Economia – Aspettando #donnexdonne

Mamma che testa

The Working Mothers Italy

Là in mezzo al mar

Trinity Pat – Donne a favore del parto Eco-logico e Bio-Logico. Logico, no?

Mammamsterdam

Blogger creativa – Donne sul web e buone prassi

Mamma e lavoro

Donne in ritardo

I fratelli Karamazov

Cronache pedagogiche – Cure matrigne

  1. Igor Salomone
    Igor Salomone07-21-2011

    Interessante, molto interessante questa schizofrenia linguistica. Non ci avevo mai pensato. E sai perchè? perchè le donne che conosco io sul lavoro si occupano professionalmente di cura, ovvero quella dimensione nella quale la solidarietà femminile si esprime maggiormente. Ma sul lavoro, come dici tu, no. Sembra un vero e proprio cortocircuito. Riprendo il tema e il tuo post sul mio blog. Grazie.

  2. Adriana Riccomagno
    Adriana Riccomagno07-21-2011

    Purtroppo non è semplice cercare di portare la lingua empatica nel mondo del lavoro: a volte mi guardano come un’aliena, quando ci provo! Ma io procedo imperterrita, la goccia scava la pietra! 😉
    Bel post! Brava!

  3. bismama
    bismama07-21-2011

    Certe donne, per comunicare, utilizzano una variazione dell’ipocrisia. Ecco in che lingua si parlano!

  4. emily
    emily07-22-2011

    mi viene in mente la mamma di rita, compagna del ghana di mio figlio: insieme all’asilo, alle elementari, alle medie. la madre nn è mai riuscita a parlare con le insegnanti xkè nn ha ancora imparato l’italiano….

    • M di Ms
      M di Ms07-24-2011

      Come può supportare sua figlia se non parla l’italiano? La ragazza deve essere molto in gamba.

  5. GoodNews&GoodBooks
    GoodNews&GoodBooks07-22-2011

    Anche io ho fatto l’insegnante di italiano L2 per donne immigrate prima di avere il mio primo figlio e posso testimoniare che è un’esperienza davvero stimolante e arricchente.

    Però, purtroppo, devo anche farvi notare che si tratta di volontarie. E’ questo il motivo per cui la cosa funziona; il settore, infatti, è talmente affamato di fondi (che sono sempre meno) che chi si trova a lavorare come mediatore culturale o insegnante di italiano L2 sarebbe pronto a vendersi perfino la madre pur di poter lavorare. Ricordo bene un paio di telefonate di colleghe dal tono letteralmente minatorio (del tipo: i fondi sono stati ridotti, abbassa le cresta ché io sono qui da più tempo di te e il preside/assessore/sindaco/finanziatore lo conosco come le mie tasche, vatti a cercare qualcosa d’altro perché io sono pronta a morire pur di non mollare la presa) e credo che davvero quando inizia a diventare una questione di profitti lo spazio per la solidarietà termini tutto e di colpo.

    Triste realtà ,ma purtroppo…
    Scusate la lunghezza del commento, a presto!

    Libraia Virtuale

    • M di Ms
      M di Ms07-24-2011

      Sì, in fatti.
      Il brutto di queste buone prassi è che sono buone perchè non circolano soldi. Ed è anche per questo motivo che ne scrivo con un senso di piacere misto a insoddisfazione.

Cosa ne pensi?