Ho letto “Out of the Blue” e mi sono sentita come 10 anni fa
depressione post partum

Ho letto “Out of the Blue” e mi sono sentita come 10 anni fa

Ho letto il libro di Valentina Colmi, “Out of the Blue”, e mi sono commossa molto.

41aa1hJwh6LValentina racconta la sua depressione post partum, come l’ha vissuta e come ne è uscita. Se per caso tu che mi leggi sei una neomamma un po’ in crisi, sappi che è normale. Non ti auguro di avere la depressione, ma nel caso, sappi che non sei sola. Apriti, leggi questo libro.

Io sono diventata mamma per la prima volta ormai dieci anni fa, ma alcune esperienze riaffiorano vive, basta una frase del libro, un dialogo, una situazione.
Ricordo benissimo che non mi sentivo una madre capace. Purtroppo nel mio caso tutto è partito dalla pessima esperienza di ricovero ospedaliero.

La vera fortuna del parto naturale rispetto al cesareo, secondo me, prima della ferita e delle punture di eparina, è che dopo due giorni puoi uscire e tornare a casa tua.

Ricordo la degenza post parto nel grande ospedale in cui è nato mio figlio come il periodo più brutto della mia vita. 5 giorni sottoposta alle regole inflessibili di procedure uguali per tutte. Le procedure uguali per tutte, si sa, funzionano se tutto va bene, se non hai esigenze molto diverse dalla massa. Ma se tu e tuo figlio siete diversi, allora siete fottuti.

Un neonato che non si attacca sembra un problema banale.
Un neonato che non mangia per 5 giorni dopo la nascita perché non si attacca, piange tutto il giorno e a sua madre non viene lasciato mai un attimo di tregua è tortura.

Sono stata abbandonata in una stanza d’ospedale per 5 giorni, mentre nel letto accanto a me si alternavano due mamme stanche ma sorridenti, libere di uscire dalla prigione.
Un posto in cui quando chiedevo aiuto si presentava un’ostetrica sempre diversa, che premeva la faccia del bambino sul mio seno come se bastasse solo quello. Il bambino non ciucciava o – più spesso – si girava dall’altra parte. Mi lasciavano sola a provare e non cambiava mai niente.

Una notte, sfidando il bruciore pulsante alla ferita, mi sono aggrappata alla culla del bambino e l’ho spinto giù per il corridoio verso la nursery. E lì, l’ho abbandonato, in mezzo agli altri che dormivano. Lui piangeva disperato e io lo lasciavo lì, non ero in grado, ci pensasse qualcun’altro.
Stavo per uscire dalla sala, quando mi ha intercettato un’infermiera mai vista prima.
– Cos’ha questo bambino?
– Non lo so. – ho risposto io.

Lei lo ha sollevato, lo ha guardato con amore e di nascosto dai medici mi ha allungato un minuscolo biberon di latte artificiale: il suo primo vero pasto dopo giorni! Ripeto: di nascosto dai medici, perché l’allattamento doveva essere naturale.
Ho passato quella notte sveglia a tirarmi il latte: non usciva niente.

Il giorno della dimissione io e mio marito ci siamo messi in coda dietro ad altre coppie, in attesa di incontrare il medico. Le mamme erano tutte sorridenti, i padri emozionati ma felici.

Io mi sentivo a pezzi e odiavo la loro felicità.

Quando è stato il nostro turno il medico ha scritto sul foglio di dimissioni, senza nemmeno guardarmi in faccia, “allattamento a richiesta”. Mi sono sentita come una condannata a morte e sono scoppiata a piangere.
Il medico ha alzato la testa e mi ha mandato da un’altra ostetrica.

“Se proviamo a mettere il bambino in posizione palla da rugby magari si attacca”. Seee.

Sono uscita dall’ospedale in lacrime, tutta un’altra cosa da quello che mi ero immaginata.
Appena entrata in casa la visita di mio suocero, di fronte a cui sorridere e mostrarmi contenta. Uno sforzo immane.

Mio figlio non si è mai attaccato, al consultorio mi hanno sempre fatto sentire una mamma che non si impegnava abbastanza, mi hanno rovinato tutto, ancora oggi se ci penso ho l’odio dentro.

Ci ho messo almeno 4/5 mesi a sentirmi la madre di mio figlio. Anche se ci sono stata e mi sono presa cura di lui sfidando le mie capacità. Fare la mamma di un neonato la prima volta può essere devastante, toglierti qualsiasi libertà fisica ed intellettuale.

Non ho avuto la depressione post partum solo perché sono sempre stata abituata a cavarmela da sola e a difendermi dalle mie debolezze. E poi perché ero assistita da un marito speciale con un lavoro flessibile. Avevo paura di restare da sola con mio figlio. Non oso pensare come me la sarei cavata se Marito fosse andato subito in ufficio.

Ma alla fine, nonostante le premesse, ne sono uscita così bene che l’anno dopo ho fatto subito un’altra bambina. Volevo chiedere le pastiglie per non avere la montata lattea, ma mi vergognavo.

E invece, nessun problema, è andato tutto bene. Io e mia figlia siamo entrate in quella norma che ti consente di aderire alle regole impersonali del grande ospedale, in cui sei un numero. Essendo preparata, ho vissuto da veterana i giorni di prigionia del secondo cesareo, scivolando nelle maglie del sistema, prendendo le mie scorciatoie, sapendo come muovermi. A la guerre comme à la guerre.

Finchè è un giorno mi sono trovata in camera l’infermiera “buona” di due anni prima, quella che mi aveva regalato il latte di nascosto. Allora io, emozionatissima, l’ho ringraziata, le ho detto che lei era stata l’unica persona ad aiutarmi lì dentro, mi sono pure messa a piangere.
Lei mi ha guardato senza riconoscermi né ricordarmi.
Non importa. Spero di averle trasmesso comunque tutta la mia gratitudine e il senso del suo mestiere.


 

Qui potete leggere un’intervista che ho rilasciato a Valentina un po’ di tempo fa, prima che lei scrivesse il suo libro. Sono rimasta molto colpita dalle mie stesse parole, perchè oggi vedo una grande affinità tra la mia esperienza e quella narrata in “Out of The Blue”.

  1. Valentina Colmi
    Valentina Colmi06-06-2016

    Veronica, grazie per questo bellissimo post. Mi fa una rabbia sapere che le cose non cambiano, mai.

    • M di MS
      M di MS06-06-2016

      Non so se le cose non cambiano mai per davvero. Forse in un piccolo ospedale il trattamento sarebbe stato diverso.
      Inoltre oggi, almeno a Milano dove abito io, esistono corsi pre-parto veramente mirati all’assistenza psicologica delle mamme. Ecco, questi secondo me aiutano molto. Eviterei invece i corsi mirati solo agli aspetti medici (come spingere, perchè l’epidurale, sì o no il cesareo), perchè il vero problema è quello che succede dopo.

      • Valentina Colmi
        Valentina Colmi06-06-2016

        Io ho partorito in un grosso ospedale di Milano solo 3 anni fa e come hai detto tu, non c’è poi molta differenza con quello che è successo a te. La seconda figlia l’ho avuta a Voghera e sono stata benissimo; ho chiesto di non allattare e nessuno mi ha detto “no, ma perché’?”. Io il corso pre parto l’ho trovato inutile, anche perché riguarda solo gli ultimi mesi di gravidanza e non si valuta il percorso emotivo.

  2. Dalia
    Dalia06-07-2016

    Veronica, leggere questo tuo post mi ha fatto ricordare la mia (contrastata) storia di allattamento (misto). Con il primo figlio non sei mai preparata…e forse qualche corso di formazione in più, per il personale degli ospedali, ma anche per le mamme (non solo in gravidanza) sarebbe davvero necessario.
    Ho partorito in Italia, ho avuto un cesareo, e per di più una delle ostetriche era un generale che parlava ed agiva per convinzioni sue fortissime, senza prendere in considerazione i casi singoli: parto in casa, allattamento a richiesta, alzati e cammina dopo un cesareo (che mi aveva lasciata praticamente dissanguata), ecc… Forse per questo gli estremismi riguardo a parto e allattamento mi stanno un po’ sulle scatole, chissà.

    • M di MS
      M di MS06-07-2016

      Sei diplomatica 😉

  3. M.
    M.06-07-2016

    Mi è venuto il magone… Ho avuto un buon parto ma l’allattamento fu un mezzo disastro; ho rischiato la depressione per portarlo a termine! Ore e ore sul divano, tiralatte, tisane di finocchio a litri.
    È una esperienza che non ripeterei, devo solo ringraziare il mese e mezzo di allattamento misto che ci consentì di rimetterci in forze, anche il neonato!!

    • M di MS
      M di MS06-07-2016

      Sante parole.

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