Lettera a una mamma #losguardodeglialtri  #WDSD2014 #DearFutureMom
Friendship Day Quotes 13

Lettera a una mamma #losguardodeglialtri #WDSD2014 #DearFutureMom

Oggi proverò a cimentarmi in un compito un po’ rischioso: esprimere cosa penso riguardo a qualcosa di cui di solito è meglio non parlare. Non per menefreghismo, cattiveria, ostilità. Semplicemente perché ci sono in ballo i sentimenti di genitori e bambini e io non vorrei proprio urtare la sensibilità di nessuno.
Ma ho ricevuto un invito molto cortese da Martina, che è mamma di Emma, una bambina con la sindrome di Down, a spezzare il muro di imbarazzo che divide chi non ha niente a che vedere con questa mutazione genetica e chi invece c’è dentro per tutta la vita.
Ci proverò.

Cara Martina, mi chiedi qual è lo sguardo che poso sui bambini con Sindrome di Down.

E’ lo sguardo di chi dovrebbe stare zitta di fronte alla vita degli altri, perché non prova sulla sua pelle le difficoltà, le prove, l’altalena dei vostri sentimenti. Qualsiasi esso sia, qualsiasi significato vogliamo attribuirgli, mi sembra sempre lo sguardo sbagliato, sempre diverso da come voi lo vorreste. Potrei sembrarvi a volte inopportuna, altre insistente, altre compassionevole, altre ancora volutamente distratta. Io invece con il mio sguardo vorrei comunicarvi empatia, solidarietà, ma temo di essere fraintesa, di infastidirvi. Ho sempre il sospetto che le mamme di chi nasce Down, ma anche di chi ha altre patologie gravi, vogliano semplicemente sparire nel paesaggio, essere indistinguibili da mille altre persone che si incontrano dal panettiere, in metropolitana, al supermercato. Magari ecco, per una volta essere ricordate come quelle con i capelli rossi o con le belle scarpe alla moda. Poi tu mi risponderai e forse mi spiegherai che mi sbaglio.

Anche quando incontro bambini o adulti Down non so mai come comportarmi. Un gesto di gentilezza in più fa piacere o infastidisce? La normalità non è forse il tenere esattamente lo stesso comportamento che terrei nel caso di un qualsiasi altro bambino?
E poi tieni presente una cosa. Secondo me il vero tabù non è tanto il rapportarsi alla persona geneticamente diversa, ma il fatto che la sua esistenza è l’incarnazione delle paure più grandi per un genitore. Così come incontrare un barbone ci terrorizza, anche il figlio malato di qualcun altro ci fa una paura terribile. Avrebbe potuto succedere a noi, invece il caso, il destino, Dio hanno deciso di no. Non c’è merito e non c’è colpa. Questo fa scappare la gente. Non tutti per fortuna!

Ma sai una cosa? Ultimamente sto cambiando atteggiamento su molti fronti. Forse sto solo invecchiando o forse è che in effetti di gente “diversa” ne incontro molta più di una volta. Ti faccio qualche esempio.

Nel mio quartiere abita da sempre una coppia con un figlio tetraplegico. Tutti i giorni li vedo occuparsi di lui con amore infinito. Li vedo per strada, nei negozi, all’edicola. E’ una visione così consueta che ormai non mi fa alcun effetto. E’ normale.
Quando vado in piscina poi, spesso nella corsia accanto alla mia nuota un gruppo numeroso di persone con vari deficit cognitivi piuttosto gravi ed evidenti. Uomini e donne che magari cinquant’anni fa sarebbero stati chiusi in un istituto e che invece oggi fanno sport, escono, scherzano, giocano. Persone che si espongono pesantemente allo sguardo degli altri, sono tutti in costume da bagno e a volte non sono proprio bellissimi.
Beh, mi sono abituata ai loro schizzi, al loro tono di voce un po’ sopra le righe, al loro essere casinisti. I due accompagnatori non li trattano certo con particolare delicatezza. Molte volte noto che li incoraggiano all’autonomia, li pungolano, li prendono simpaticamente in giro. Per me sono diventati un panorama abituale, a cui non faccio più caso.

Un ultimo racconto di vita.
La mia nonna è molto anziana e siamo stati costretti a ricoverarla in una struttura per persone non autosufficienti. Lì dentro si vedono cose ancora belle, tenere, commoventi e cose squallide, avvilenti, a cui nessuno vorrebbe mai assistere. Ormai frequento questo posto da due anni e per me è una grandissima scuola di umiltà. Mi ha fatto capire quanto siamo piccoli, limitati e quanto sia ingiusto giudicare gli altri, mancare di rispetto. Quanto siamo tra noi tutti diversi e tutti uguali.

Quindi, per tornare alla domanda iniziale, qual è il nostro sguardo su di voi.
Quello che oggi mi interessa di più è educare i miei figli a non discriminare chi è diverso. Cosa difficilissima, perché noi adulti siamo bravissimi a discriminare anche chi non la pensa come noi, figuriamoci chi ha qualche sindrome. Quando accade che i bambini mi facciano domande su persone con malattie visibili (loro per esempio sono molto colpiti dai nani) cerco di spiegare tutto con molta calma, usando termini che spero corretti e tecnici più che emotivi. Non vorrei trasmettere loro giudizi ma spiegazioni. Per intenderci, vorrei evitare di dire “ha il Down, poverino”. Se tu spieghi i bambini capiscono e non sono mai cattivi. Ricordo benissimo la mia compagna di asilo Down. Non la sopportavo, era aggressiva e dispettosa e litigavamo spesso. Ma nessuno, né le maestre né i genitori, mi avevano spiegato che Barbara non era cattiva, aveva solo aveva qualche difficoltà comportamentale. I tabù esistevano eccome.

Oggi per fortuna di questi ed altri argomenti si può parlare senza nascondersi, come se fosse una vergogna. Ci sono le mamme blogger, video chiari e commoventi come questo, i giornali.

Questa è la risposta alla tua domanda. Non so se ti ha soddisfatta, ma sono stata sincera.

Adesso sono io che rivolgo una domanda a te, Barbara e Valle:

 come vorreste che fossero i nostri sguardi?

  1. pointsofview
    pointsofview03-19-2014

    Ebbene sì Veronica hai colto nel segno, io voglio sparire nel paesaggio, voglio passare inosservata, voglio non essere guardata come la mamma di, la moglie di, la figlia di, quella che lavora da… Se lo sguardo deve essere quello a volo d’uccello vorrei essere invisibile. Altrimenti vorrei essere semplicemente Martina. E se l’altro da me mi deve guardare vorrei che lo facesse solo per guardarmi negli occhi, come hai fatto tu oggi. Occhi limpidi che puntano pupilla dentro pupilla. Se lo sguardo si deve posare su Emma voglio che sia per vedere Emma non la sindrome.
    E’ vero, a volte siamo noi ad alzare quel muro, i “pregiudizi” a volte sono anche dalla nostra parte. Forse più che pregiudizi sono tentativi di proteggersi… Quando i nostri figli nascono passiamo almeno il 20% del nostro tempo a far rimbalzare le sciocchezze che ti dicono, i luoghi comuni oppure le cattiverie gratuite, tutte noi ne abbiamo esperienza, quindi costruiamo una corazza dura dura che ci protegga dal mondo esterno. Ed ecco che a volte capita di perderci gli sguardi benevoli affettuosi o semplici, quelli che vedono il bambino non la sua disabilità, rimbalzano sulla nostra scorza dura e ce li perdiamo…
    Come vorrei che fosse il vostro sguardo?
    Vorrei che fosse carico di parole, come quelle che ho letto in questi giorni. Non parole di ammirazione o di stima, non c’è da ammirare una madre che ama il proprio figlio , ma parole di condivisione, storie, esperienze, ricordi, parole che abbattono il muro del silenzio e danno voce a quello sguardo. Se la mamma al parco mi vuole conoscere, può farlo, venire da me e chiedermi: “cos’ha Emma?”, come fa suo figlio che mi dice “ma perché parla così?” I bambini lo fanno con semplicità e spontaneità, io rispondo alla sua domanda che non trovo né inopportuna né morbosa. Una mamma, che conoscevo appena, un giorno è venuta da me e mi ha detto: “mio figlio mi fa domande su Emma e io non so cosa rispondere, cosa gli posso dire?” A me quella mamma è piaciuta un sacco, si è messa lì davanti a me nuda in tutta il suo imbarazzo e la sua inadeguatezza, come siamo tutti davanti a quello che non conosciamo.
    Anche a me capita di sentirmi in difficoltà davanti a disabilità che non conosco, inutile negarlo, ma il punto è provarci, provare a conoscere, perché è lo sguardo che fugge che ci fa sentire invisibili, lo sguardo che sbircia ci rende un fenomeni da baraccone, lo sguardo che insiste che percepiamo morboso. Allora guardiamoci semplicemente negli occhi, sorridiamo e proviamo a conoscerci!
    Quello che hai raccontato tu nella seconda parte del post, quando parli dei vicini nel quartiere, della piscina o della casa dove è ricoverata tua nonna, ecco questo è il mio sogno… Quando tutto comincia a diventare normale, anche quello che è fuori dall’ordinario diventa talmente parte della tua vita che non è più altro da te, questa è vera inclusione, nemmeno più il bisogno di chiamarla integrazione. Non ci sono più sguardi degli altri, ma solo incroci di sguardi, pupille nelle pupille, non ci sono più muri, non c sono più silenzi, ma parole, domande, storie da raccontare, non ci sono più ponti tra NOI e VOI, ma solo un NOI.
    Grazie Veronica!

    • ERIKA DI MINIMODA
      ERIKA DI MINIMODA03-19-2014

      Ho letto con molto piacere ed attenzione sia il post che la risposta della mamma in questione, e sono davvero ammirata per quanto entrambi siano scritti bene. Al di là del tema questione, brave brave entrambe.

    • Barbaramfc
      Barbaramfc03-20-2014

      La risposta di Martina riunisce tutti i miei pensieri. Sono gli stessi.
      A livello personale, posso aggiungere che conosco l’imbarazzo (che sotto sotto è paura, come dici tu) di fronte alla disabilità, alla malattia. Solo se si ha confidenza con queste realtà si può sperare in una reazione spontanea e naturale. In tutti gli altri casi, per quanto ci si impegni, lo stupore, la curiosità, sono evidenti. Io la curiosità la comprendo, accetto anche i modi goffi e impacciati, ma preferisco di gran lunga quando si sciolgono in un sorriso, piuttosto che in un distogliere gli occhi.
      Di sorrisi non cene sono mai abbastanza 😉

  2. M di MS
    M di MS03-21-2014

    Carissime,

    grazie per essere venute qui a raccontarmi la vostra vita.

    Sono contenta di aver partecipato a questo progetto, è servito molto anche a me per capire quanto spesso vengo a contatto con la diversità tutti i giorni e come l’incontro con i diversi sia diventato “normale”.
    Ma per ottenere questa sensazione di normalità bisogna frequentarsi, vedersi e non chiudersi ciascuno nelle proprie vite. Comportarsi con naturalezza.

    Quanto a voi due mamme, quando mi capita di incontrarvi di persona penso sempre che Barbara è quella pazza dei lavori a maglia, ride sempre e ah, sì, è la mamma di Killò. E che Martina segue un progetto di arte con i bambini che mi interessa ed è una gran bella donna. Ah, e adesso ho scoperto che è la mamma di Emma. :-)

  3. ail
    ail03-24-2014

    Focus e il portale nostrofiglio.it hanno deciso di intervistare, attraverso questo sondaggio online,
    assolutamente anonimo, uomini e donne italiani sul tema “Padri”: possono rispondere anche le mamme!
    http://www.focus.it/padri/

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