“La ricreazione è finita” di Roger Abravanel. Guardiamo in faccia il problema.
Laureati

“La ricreazione è finita” di Roger Abravanel. Guardiamo in faccia il problema.

Ho appena finito di leggere La ricreazione è finita” di Roger Abravanel e Luca D’Agnese.

E’ un libro che secondo me dovrebbero leggere tutti i genitori che si preoccupano del futuro scolastico e professionale dei propri figli. Anche se i miei bambini vanno ancora alle elementari la lettura quotidiana di dati negativi relativi all’occupazione e la fuga dei cervelli non mi fa certo stare tranquilla. Ecco perché ho letto questo libro con molto interesse.

So che Abravanel non è molto amato da alcune categorie (professori universitari di atenei minori, insegnanti di scuola superiore e sindacati) per la sua interpretazione di certi dati relativi al rendimento di queste ultime. Per quanto mi riguarda il libro pone delle domande giuste, se poi le risposte non piacciono possiamo trovarne di nostre e andare a verificare personalmente i dati su:

Alma Laurea e Eduscopiosito utilissimo per scegliere la scuola superiore.

Il problema è: esiste un gap tra ciò che chiede il mondo del lavoro ad un neolaureato e le competenze che i giovani al primo impiego mediamente possiedono.

I datori di lavoro cercano:

  • Etica del lavoro: capacità di lavorare con rigore ed autonomia per il piacere e la soddisfazione di farlo, senza il classico capo che soffia sul collo
  • Problem solving: c’è un problema e cerco di risolverlo. Questa attitudine si impara meglio in facoltà come Ingegneria, ecco uno dei perché del suo successo, oltre alla matematica.
  • Capacità di comunicare: a più livelli. Con colleghi, capi e sottoposti, ciò che è alla base del…
  • Team work: i geni incompresi non servono
  • Passione per ciò che si fa, anche fuori dal lavoro

I datori di lavoro valutano negativamente:

  • Lauree anche eccellenti conseguite ampiamente fuori tempo massimo. Un 110 e lode ottenuto a 30 anni indica una propensione allo studio che non tiene conto delle tempistiche, a meno che si tratti di uno studente lavoratore.
  • L’assenza delle doti di cui sopra, che determinano la scelta almeno per il 70% dei casi.

Da un’analisi delle carriere di ragazzi che “ce l’hanno fatta” si capisce che:

  • Hanno seguito le proprie convinzioni e non il fatalismo (non proseguendo professioni di famiglia o studiando nonostante condizioni economiche sfavorevoli)
  • Non hanno cercato alibi per non provarci (l’assenza di meritocrazia, le discriminazioni)
  • Si sono resi indipendenti dalla famiglia appena possibile
  • Hanno abbandonato le comodità accettando le difficoltà
  • Non hanno avuto paura di fallire (se ho paura di fallire ho paura di cambiare)
  • Hanno trovato la propria passione (spesso in ambienti diversi da quelli di nascita)
  • Hanno costruito una reputazione personale
  • Sono diventati cittadini del mondo

E le famiglie?

Secondo Abravanel dovrebbero scegliere la scuola con lo spirito del cliente e non basandosi sulla semplice vicinanza a casa. Dovrebbero consultare le statistiche relative alle performance degli studenti che escono dalle superiori (sia nelle fonti sopracitate sia sul sito della Fondazione Agnelli).

Inoltre dovrebbero spingere i figli a trovarsi dei lavoretti estivi o a fare collaborazioni durante l’università. I neolaureati che non conoscono minimamente il mondo del lavoro sono visti maluccio.

Posso confermare che quando feci i primi colloqui il fatto di aver collaborato con un’agenzia di marketing particolarmente innovativa durante gli anni dell’università mi fece sicuramente notare, ma ricordo anche la madre di quel mio amico che con aria schifata proclamava che finchè avesse studiato suo figlio non avrebbe mai lavorato (come se fosse un disonore).

Certo, un problema che il libro elude e invece secondo me va affrontato è che il nanismo medio delle imprese italiane implica che a molti laureati venga offerto un lavoro da diplomato e che vi sia una differenza minima di salario tra queste due categorie. Da ciò secondo me non deriva solo uno spreco di risorse, ma anche la sensazione che non ci sia lavoro quando i dati dicono che invece mancano certe categorie di lavoratori. (a parte ancora la mancanza di cultura manageriale in molte PMI che non è appealing per molti brillanti neo laureati e professionisti in genere, ma non ricorriamo troppo a questa scusa sennò Abravanel ci boccia :-) )

Ed infine possiamo discutere per ore su cosa sia la buona scuola. La questione non è scuola privata o pubblica, ma la scuola che prepara a fare domande, a lavorare in gruppo e comunicare. Le famose soft skill insomma.

Chissà se sarò in grado di trovarne una per i miei figli? Certo, io ai tempi l’avevo trovata, almeno in parte: della mia prof. di Filosofia considerata pazza da alcuni colleghi e genitori avevo già parlato (La lezione della brutta bastarda).

Guardo gli occhi intelligenti dei miei figli e mi chiedo se riuscirò ad offrire loro ciò che meritano, sia a scuola che fuori.

 

Photo Credit: Luftphilla

  1. Stefano T. Rollani
    Stefano T. Rollani06-22-2015

    “I datori di lavoro cercano:” e segue una lista di punti sui quali si può essere più o meno d’accordo. Poi arriva l’ultimo, come un fulmine a ciel sereno: “Passione per ciò che si fa, anche fuori dal lavoro”, e qui scatta la paura. Ma cosa cazzo dovrebbe fregare a un datore di lavoro di come un dipendente passa il tempo al di fuori del lavoro? Perché l’etica del lavoro deve essere totalizzante? Perché deve inglobare e annichilire ogni aspetto dell’essere umano? Perché dovrebbe essere un problema se quando torno a casa dopo 12 ore di lavoro, l’unica cosa di cui ho voglie è masturbarmi ascoltando Bach mentre sto appeso a testa in giù da una pertica dei vigili del fuoco?

    • M di MS
      M di MS06-22-2015

      😀 😀 😀

      Ma mica vuol dire questo!

      Vuol dire che se io sono un selezionatore con davanti 100 c.v. facilmente propenderò – a parità di qualifiche – per quello che si distingue per la proattività, voglia di fare e competenze relazionali acquisite in vario modo, tra cui per es. volontariato, hobby particolari, scoutismo, lavori giovanili durante gli studi etc..

      Al giorno d’oggi anche ai capi viene chiesto di essere persone a tutto tondo, figurati ai novellini.

  2. Andrea
    Andrea07-04-2015

    Mi pare molto interessante, e direi abbastanza allineato ad Abravnel, questo contributo nel blog di un famoso consulente di management americano…che avendo 4 figli ha scritto anche sulla “gestione efficace” della famiglia:
    http://www.tablegroup.com/blog/smart-vs-healthy-for-grads

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