La lezione della “brutta bastarda”
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La lezione della “brutta bastarda”

Settembre.
Parrucchiere interno giorno.

Non esistono più i parrucchieri di una volta, quelli in cui per due ore potevi isolarti con una rivista di gossip in mano. Se ci vai nel periodo di inizio delle scuole sarai inevitabilmente coinvolta in discussioni sugli insegnanti che dalle medie in poi se ne fregherebbero della missione educativa, sui supplenti, sui presidi, sui “si dice” e “si sa”. Sarai terrorizzata dai racconti dell’orrore di madri più esperte di te, che ti riverseranno addosso tutte le disavventure dei loro figli, secchioni o asini che siano. E’ allora che capirai di odiare quel proverbio profondamente banale quanto vero: “Figli piccoli, problemi piccoli. Figli grandi problemi grandi”.

Io cerco di non ascoltare troppo queste dicerie e di pensare con la mia testa. Mentre la parrucchiera mi fa i colpi di sole, la mia mente vola lontano dalla testa avvolta in cartine appiccicose e ritorna agli anni delle superiori, al Liceo Classico G. Carducci, a quella classe di soldatini inquadrati senza vizi che eravamo io e i miei compagni. Dei ragazzi così bravi da sembrare finti e anche un po’ imbambolati. Non fumavamo nemmeno le sigarette.

Ancora oggi ricordo tutti i miei insegnanti. Ne ho avuto un paio di pessimi, ma gli altri molto buoni.

E penso a lei, alla prof. di Filosofia, quella donnetta sale e pepe dall’accento brindisino che parlava strano e si curava le malattie avvolgendosi braccialettini colorati ai polsi, una roba da sciamana anni ’70. Una volta venne a scuola dopo essersi cosparsa il corpo di una pomata autoprodotta a base di cipolla, a suo dire ottima contro i reumatismi. E poi era piena di idiosincrasie e aveva questa mania di disprezzare Talete, perché anziché farsi pagare dai suoi studenti chiedeva che dicessero al mondo che tutto quello che sapevano gliel’aveva insegnato lui. Un ringraziamento che finiva per diventare la schiavitù intellettuale perenne.

Avevo 16 anni e per l’estate la prof. mi aveva dato da studiare un libretto di Gianni Rodari, “La Grammatica della Fantasia”. A settembre avrei dovuto esporlo alla classe, gestendo in autonomia l’ora al posto dell’insegnante. Avrei avuto libertà creativa, decidendo da sola cosa e se scrivere alla lavagna, di cosa parlare ai compagni, se stare seduta dietro la cattedra o camminare tra i banchi. Al termine dell’esposizione avrei gestito le domande, sarei stata valutata dalla classe e la prof. ne avrebbe tenuto conto nell’attribuzione del voto.

mappa-einsteinLa prof. ci aveva insegnato ad esporre ed illustrare gli argomenti con il metodo delle mappe mentali. La prima volta che ce ne aveva parlato mi ero sentita persa come una goccia in un bicchier d’acqua. Il concetto non era poi così ostico, ma la prof. parlava difficile, usava termini inventati tipo “metadiscorso”, espressioni all’epoca avveniristiche come “l’esistenza è più del concetto”. Insomma, già facevo fatica a capire cosa fosse la Filosofia e a cosa cavolo servisse, figurarsi a rappresentarla graficamente.
Eppure l’esposizione di Rodari andò bene ed ancora mi ricordo il piacere e la soddisfazione di comunicare ai compagni quello che avevo imparato. Non stavo nemmeno seduta in cattedra, ma davanti, giù dal predellino. Forse è stato allora che ho imparato a parlare in pubblico.
Dopo qualche tempo fui mandata in “tournée” in un’altra classe, ragazzi con cui ci si scambiava sguardi non proprio empatici durante la ricreazione. Ero agitata, ma ferma. E poi se te lo dice la prof. lo devi fare.
Esposi le mie cose e alla fine una ragazza mi prese di punta per mettermi in difficoltà. Io non feci un plissé, risposi e la misi a posto. Ricordo la prof. che sogghignava silenziosa (poi mi dissero che la tipa era la secchiona antipatica della classe ed io era passata per giustiziera).

L’anno dopo studiammo Kant. Per me sarebbe stato più facile scalare l’Everest. Un giorno la prof. ci fece fare un compito in classe a sorpresa. Al termine della prova ci disse: ”Adesso potete scrivere due aggettivi per descrivermi”.
Io vergai a sangue il foglio con “bambina irrazionale”. Qualcun altro osò un “brutta bastarda”.

Passò del tempo e il PCI diventò PD (siamo all’epoca del mite Occhetto). Io ero travolta dai dolori della giovane Werther, la mia vita era un casino, figurati se me ne fregava qualcosa. Anche stavolta la mitica prof. intimò: ”Fuori un foglio bianco. Commentate il passaggio PCI-PD”.
– ?!!
Il mio “elaborato” vinse il Premio Carenza di Idee 1991 e fu letto ad alta voce. Uno dei miei ricordi di scuola preferiti.

Alla maturità poi portai Filosofia e mi venne appioppato un mattone pazzesco, ignoto anche al membro interno, che infatti mi interrogò su altro.
All’epoca questa prof. passava per matta. I colleghi non condividevano i suoi metodi e i genitori nel migliore dei casi non li capivano. C’è anche da dire che i genitori in quegli anni sapevano ancora rispettare gli insegnanti e stare al loro posto. Per noi ragazzi era un simpatico rebus.

E quindi, oggi, che giudizio ne do?
Lo posso dire tranquillamente: è l’insegnante che mi ha insegnato di più, quella che mi ha lanciato tanti messaggi che solo dopo ho capito. Che è importante conoscere la realtà intorno a noi, saper leggere il giornale e rifletterci su, saper parlare in pubblico, saper comunicare il proprio sapere e le proprie idee, amare la sintesi, trovare le priorità, autogestirsi.

Molti anni dopo, quando ho capito tutto questo e avrei voluto dirle grazie, l’ho incontrata alla fermata del tram. Aveva i soliti occhiali a fondo di bottiglia, ma anche un bastone per camminare.

– Prof. sono io.
– Io chi? – mi ha guardato come una talpa in libera uscita. Non si ricordava di me.
Per noi i prof. sono unici, ma non sempre noi lo siamo per loro.

Mi presento, faccio nomi. Non ricorda nemmeno i miei compagni.

– Beh, volevo dirle che poi nella vita le cose che mi ha insegnato mi sono servite. – azzardo. E’ da anni che aspetto questo momento.

Lei mi guarda quasi indifferente e poi mi dice:
– Allora vi ho dato dei validi strumenti. Bene. – La prof. resta la prof.

Arriva il suo tram e io sto lì a guardarla mentre con difficoltà sale e se ne va. Sembra Yoda.
Avrei voluto dirle grazie, ma non potevo. Lei non avrebbe voluto fare la fine di Talete.

  1. ilnonluogodiemilyemily
    ilnonluogodiemilyemily09-22-2014

    dopo 30 anni il mio prof di italiano ci ha ritrovate e abbiamo partecipato tutte insieme a un progetto. questi sono gli insegnanti che avrei voluto x i miei figli….

  2. mammaalcubo
    mammaalcubo09-22-2014

    Ce ne rendiamo conto da adulti di quante cose si imparano oltre alle nozioni a scuola. Al momento magari li maledici, sbuffi, hai 15 anni o giù di lì e non te ne frega molto del tal filosofo, di un teorema o di Dante nel mio caso.
    Quello di italiano al liceo ci chiamava per cognome e ci dava del lei. Ci ha recitato il quinto canto dell’Inferno a memoria e mi ha dato l’unico 4 della mia vita in un tema di cui non avevo capito nulla. Anche la prima volta che ho parlato in pubblico (esposizione in stile conferenza di un argomento approfondito a casa) è stata grazie a lui.
    Quella di matematica, che è stata la mia roccia dal punto di vista del metodo e delle conoscenze, come la tua Yoda non mi ha riconosciuta quando l’ho rivista l’anno scorso a un evento della scuola. E va beh, rimane un mito lo stesso.

  3. M di MS
    M di MS09-23-2014

    Molte cose si capiscono solo dopo.

  4. mamma avvocato
    mamma avvocato09-23-2014

    Che bel ricordo! IO posso dire lo stesso per il mio insegnante di greco e latino.

  5. AGT
    AGT10-06-2014

    Eh beh non potevo non venire a sostenere una delle mie blogger preferite e poi arrivo qui e scopro che mi era sfuggito questo post in cui campeggia uno dei libri e autori che ho amato (e amo) di più, Gianni Rodari con il suo Grammatica della Fantasia me lo sono letta da ragazza al di fuori dalla scuola, al Liceo Artistico queste letture non si facevano ma la mia passione per la scrittura era già ben radicata e ovviamente il tomo campeggia da allora nella mia libreria insieme a tutti gli altri suoi libri.

    La tua prof spalmata di pomata autoprodotta con le cipolle probabilmente l’avrei amata e odiata proprio come te, per poi capirla molto dopo 😉

    Io devo dire che come tutti ho avuto alcuni professori pessimi, altri bravissimi, sono partita con la maestra che per me è ancora un mito e poi molti altri che per fortuna ancora mi riconosco e qualche volta incontro, alcuni li ho anche come amici su facebook sia delle medie inferiori che superiori (altri purtroppo non ci sono più), nessuno dell’università ma quelli hanno lasciato molto meno il segno.

    Invece tremo un po’ per i miei figli, mi sembra che abbiano più difficoltà a capire quali sono le cose importanti, più difficoltà di noi, che siano più confusi e frastornati, ma forse è solo perchè solo la mamma!

Cosa ne pensi?