Il gioco della bottiglia. Come non ve lo hanno mai spiegato
Di Pietro

Il gioco della bottiglia. Come non ve lo hanno mai spiegato

La giornalista Alessandra Di Pietro ha scritto un libro che ho letto con grande interesse, “Il gioco della bottiglia – Alcol e adolescenti quello che non sappiamo”, Add Editore.

Infatti, pur bevendo molto moderatamente ai pasti, scorgo negli occhi del più grande dei miei figli una grande curiosità per quello che c’è nel mio bicchiere, che sia birra, vino o caffè. Sto iniziando a pormi il problema di come trasmettere ai ragazzi l’idea che l’alcol è una cosa piacevole ma non se ne deve abusare. Insomma, questo libro casca a fagiolo.

Leggo dal blog di Alessandra parole e numeri che hanno una certa presa su un genitore:

Come è potuto accadere che alle feste di scuola media ci siano birre al posto dell’aranciata? O che porti tua figlia in discoteca e la vai a riprendere al Pronto Soccorso per coma etilico? I dati Istat sono spiazzanti: tra gli under 18 beve il 21,5% dei maschi e il 17,3 delle femmine, un ventenne su tre per socializzare eccede con la bottiglia. Questi dati li leggi sui giornali o li vedi nei servizi in Tv ma le percentuali sono solo numeri. Poi succede che recuperi tuo figlio ubriaco alla festa dei 16 anni del suo miglior amico, o la tua bambina ti barcolla sui tacchi al ritorno dalla discoteca e il cuore schizza alle stelle: non è più un numero, ora sei tu quello coinvolto. 

Alessandra, cosa ti ha spinto a scrivere questo libro?

Ho due figli tra i 10 e i 13 anni, ho preso in mano la mia ansia. L’alcol è l’unica sostanza psicotropa su cui non vi è allerta, essendo sinonimo di festa.

Perchè gli adolescenti bevono?

I motivi sono vari. Perchè è divertente, perché li aiuta a socializzare, a stare insieme, perché placa la loro ansia, colma il loro stress, esattamente come per gli adulti.

I ragazzi si rendono conto che un consumo scorretto di alcol fa male ed è pericoloso?

Sono consapevoli che l’alcol non fa bene, ma non lo vivono come un problema imminente. A 16, 17 anni l’ipotesi di diventare un alcolista non ti sfiora nemmeno.

Quello che ho capito intervistando gli esperti è che dobbiamo preoccuparci di più se i nostri figli non raccontano delle loro bevute, perché la riluttanza a parlarne è un segnale di un rapporto esclusivo con l’alcol, oppure se vengono sorpresi a bere di nascosto o in casa da soli, sono irascibili e aggressivi, non vedono più gli amici:  l’alcol è una sorta di medicina e non più la bravata di una sera. A quel punto però, non focalizziamoci sulla sostanza ma sui disagi che sta annichilendo.

Cosa possono fare famiglia e scuola?

Per quanto riguarda le scuole, esiste un progetto molto interessante, UNPLUGGED, che vede coinvolte molte regioni italiane e si rivolge agli studenti dai 12 ai 14 anni, nella fascia d’età in cui si generano le life skills, quegli strumenti caratteriali che consentono ai ragazzi di saper dire no, darsi dei limiti.

Lato famiglia, sono giunta alla conclusione che il punto sia esserci, anche con un accudimento ai limiti della noia. Fare il genitore è difficile, ma secondo me bisogna mettere da parte le prediche e mettersi in ascolto. Se dai loro spazio i figli parlano. Il genitore efficace è quello che ascolta.

 

Personalmente ho apprezzato alcune indicazioni pratiche contenute nel libro, soprattutto che è utile contestualizzare il consumo di alcol nella tavola familiare quotidiana o festiva. Un ragazzo che vede bere a tavola i genitori in modo moderato imparerà a bere senza eccessi nelle stesse circostanze. La cultura del bere bene, l’esaltazione del buono condivisa in famiglia sono il miglior strumento contro il binge drinking. Bere e mangiare bene aiuta a socializzare bene.

Aggiungo alcuni consigli pratici dello psicologo Giorgio Nardone, utili in generale nella relazione con un adolescente, al di là dell’alcol:

1. I genitori devono fare un passo indietro perché un figlio ne faccia due avanti. Cioè ti do fiducia e quindi ti responsabilizzo. Sappi però che se non ce la fai io ci sono.

2. Ascolta gli adolescenti e non fare prediche. I ragazzi sono naturalmente istrionici e questo li predispone a raccontarsi se ci sono orecchie disponibili. Il biasimo deve esserci attraverso domande, mai divieto diretto, altrimenti è ribellione sicura.

3. Il miglior modo di educare è testimoniare. I genitori sono il modello comportamentale dei ragazzi. Lo sapevamo già ma è utile ripeterlo. Io per esempio a 15 anni sono stata beccata a fumare e i miei mi hanno sgridato. Non ho più toccato una sigaretta in vita mia, oggi odio il fumo, ma i miei fumavano entrambi. Di cosa stavamo parlando?

Vi lascio con una raccomandazione di Alessandra tratta dal suo libro: i minori NON devono bere alcol. Nel loro corpo manca o funziona a bassissimo regime l’enzima che metabolizza l’alcol, nelle ragazze ancor di più. Non c’è alternativa a questa raccomandazione, anche se magari ci accade di vedere un sedicenne che si fa il birrino.

E aggiungo un invito alla calma e all’ottimismo: il bing drinking c’è ma riguarda una minoranza, il bere non  è il fenomeno numero uno della devianza, non bisogna creare stereotipi. I ragazzi hanno in sè le risorse per gestire il consumo di alcol, ma gli adulti e l’ambiente sociale che li circonda devono fare la loro parte.

Vi consiglio vivamente di leggere questo libro:

Cosa ne pensi?