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Lost in translation – Mi sento fuori posto vol. 1 20/03/2012

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Andare al Consolato cinese di Milano è un’esperienza.

Che ci sei arrivata lo capisci perché ci sono i militari a fare la guardia e perché fuori sono appesi i cartelli degli oppositori politici. Roba che in Cina se ti beccano a leggerli ti sbattono in cella per un mese, invece qui non gli interessa niente a nessuno.


Quando entri nell’androne del Consolato passi dalla porta di sicurezza, che è spalancata, non sorvegliata e sporca. Nell’ingresso staziona un venditore ambulante di tabloid cinesi che ferma tutti quelli che hanno gli occhi a mandorla. A me invece dice: ”Qui nô vittô” (traduz. “Qui non si fa il visto”). Tiro dritto e scelgo uno sportello a caso, perché non c’è una scritta in italiano e io non capisco niente.

Faccio la coda in mezzo a venti cinesi, li sovrasto almeno di una testa, fa un caldo tremendo. Non stanno zitti un momento, continuano ad andare avanti e indietro. A me sembra di stare in una provincia remota del Guangdong. O di essere circondata da una nuvola di mosquitos.

Quando arriva il mio turno la signorina per fortuna parla italiano e mi spiega che devo fare le fotocopie dei documenti nel negozio a fianco del Consolato e poi tornare.

Prima compilo un modulo in cinese scarsamente sottotitolato.

Però lo spazio nei campi del modulo non c’è perché hanno  pensato solo agli ideogrammi. Mi adeguo e stringo un po’ i caratteri.

Il negozio a fianco è un ufficio tristissimo e disadorno affollato all’inverosimile. Subito conto quanti impiegati ci lavorano: sono 5 in 10 metri quadri. Una signora cinese mi fa ottocento fotocopie con un’efficienza degna di Robocop senza mai guardarmi in faccia. In fondo avere a che fare con i cinesi non è così male, ti risparmia un sacco di convenevoli inutili. Mentre aspetto mi devo pure spostare perché nei 30 cm quadri residui hanno allestito uno spazio per fare le fototessere. Credo che il mio gomito sia venuto nella foto.

Mi sento comunque un pesce fuor d’acqua, in ogni caso all’estero, e invece sono a 200 metri dalla Metro 3.

A questo punto entrano due fidanzatini orientali che si bisbigliano nell’orecchio, in italiano: “Parla tu, dai che mi vergogno”. Lui le mostra il famoso modulo e le chiede: ”Cosa c’è scritto qui?” “Milano.” “Eh, troppo facile. Milano lo sanno leggere tutti!”. E io come se incontrassi un italiano su Marte: “Ah, ma voi non parlate cinese?” Eh, sì, esistono anche seconde generazioni che vanno a scuola e non parlano la lingua dei genitori.

Passano i giorni e torno per il ritiro dei documenti. La solita massa di gente che si sposta fuori e dentro il Consolato.

Vado ad un altro sportello, dove un signore mi chiede “con lo sguardo” la ricevuta, scritta ovviamente solo in cinese. Non trova i documenti e io inizio a sudare: se scoppia un problema mi capiranno? Come ci si comporta con i cinesi? Devo essere inflessibile o malleabile?
Alla fine li trova e faccio per pagare. Mi fa no con la testa. Che sia muto? Prende un modulo e con la penna fa un cerchio intorno all’indirizzo di un bar. Si paga solo lì.
Sbuffo e vado in questo bar, gestito chiaramente da cinesi. Avete presente l’ultima scena de “Il Cacciatore”, quando tutti urlano come ossessi con in mano pacchi di banconote stropicciate per la scommessa finale? Più o meno così, fronti madide di sudore comprese. Non accettano carte di credito, bancomat o assegni. Vogliono vedere i soldi. Molto cinese, questo.

Imbufalita per l’assurda perdita di tempo, parto alla ricerca di una banca e prelevo i contanti. Siccome sono tanti soldi li nascondo nei jeans. Arrivo nel bar e faccio come tutti gli altri: agito le banconote stropicciate e liquido la pratica in tempo record.
Torno al Consolato, ritiro il tutto e chiedo la fattura per la società. Il muto ovviamente tace. Dico: ”Invoice”. Allora con il dito mi indica di andare dalla collega poliglotta.

Affronto smadonnando una nuova coda. Mi sento a Pechino in coda al semaforo nell’ora di punta.
Alfine giungo. “Noi siamo un Consolato , non facciamo fattule.”
Bah. Mentre mi allontano perplessa pensando al commercialista, ritrovo lo smog di Piazzale Lodi, l’Ipercoop, i vuccumprà.

E mi rilasso: sono tornata in Italia.

To be continued…

Un nido sul cielo 09/03/2012

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Tra le cose piacevoli dell’essere blogger c’è che ogni tanto ti invitano in qualche posto veramente speciale. A me è successo di andare a pranzo presso “The Cube” di Electrolux su invito delle mitiche Mamme Acrobate .

Sì, “The Cube” è la famosa e famigerata (a seconda dei punti di vista) installazione temporanea costruita sul tetto del palazzo delle Generali in Piazza Duomo a Milano.

“Famosa” per chi ama il design e guarda con curiosità a questo genere di iniziative. “Famigerata” per quanti si sono scandalizzati nel vedere una struttura così moderna – a carattere privato – collocata all’interno di uno spazio storico come la piazza principale della nostra città.

Questa è una polemica che sorge spontanea per la storia di occupazioni commerciali che la piazza ha avuto e per il fatto che tutti i milanesi la sentono come una diretta dependance di casa propria.

Da un anno abbiamo un nuovo sindaco che ha preso una posizione chiara sull’argomento: basta permessi facili in Duomo, “occupiamo” altre zone. Quindi in molti si sono chiesti perché il Comune abbia dato così facilmente il placet ad allestire questa struttura. La versione ufficiale è che il palazzo delle Generali è privato, che la struttura è temporanea e che con i proventi derivanti dal patrocinio il Comune investirà in arredamento urbano.

La mia posizione?

Amo molto il design e adoro il periodo del Salone, quando la città è coinvolta dalla manifestazione con gli show room sempre aperti e le installazioni da visitare in giro per la città. Dicano quello che vogliono, ma “The Cube” a me piace, chi non concorda magari lo preferirà in un altro posto. La vista dall’interno poi è semplicemente fantastica.

Giusto per rimanere in tema con l’occupazione visiva della piazza, mi sembrano molto più brutte sia certe bancarelle e tensostrutture commerciali a cui viene dato spazio proprio sul sagrato (non necessariamente nel periodo natalizio), sia la pubblicità sui ponteggi di restauro del Duomo. All’inizio c’era stata molta insofferenza anche su questo, ma poi ci siamo tutti abituati visto che si tratta di una buona causa.

Giudicate voi come appariva il lato della cattedrale dal mio osservatorio.

Tra i vari aspetti da considerare c’è anche il fatto che “The Cube” viaggerà per le principali metropoli europee (per es. sarà a Londra per le Olimpiadi) e penso che l’amministrazione abbia voluto la sua presenza anche a Milano, la capitale mondiale del design, per inserire la città in questo flusso. O almeno, se io fossi il sindaco la penserei così.

Resta il fatto che “The Cube” ospita numerosi chef stellati, che si alternano ai fornelli. Noi siamo state fortunate perché “ci sono toccati” Enrico e Roberto Cerea di Da Vittorio. Abbiamo potuto assistere alla preparazione dei piatti, proprio come se fossimo ospiti a casa loro. Mi sono sentita veramente privilegiata! Accenderò un mutuo per andare a trovarli nel loro ristorante.

L’auspicio è che iniziative del genere si ripetano, possibilmente ad un livello più democratico di prezzo, in questo modo la città ne sarebbe conquistata.

Ne sono certa: il Fuori Salone è qui a dimostrare quanto i milanesi amino essere coinvolti.

Ed eccovi la consueta carrellata di immagini della blogger curiosona.

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Futuro 01/03/2012

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Il ricordo del nostro amore, di quando eravamo solo in due, di quando abbiamo scelto di essere felici, ottimisti, di essere più di due.

Chissà chissà domani 
su che cosa metteremo le mani 
se si potrà contare ancora le onde del mare 
e alzare la testa 
non esser così seria, rimani 
i russi, i russi gli americani 
no lacrime non fermarti fino a domani 
sarà stato forse un tuono 
non mi meraviglio 
è una notte di fuoco 
dove sono le tue mani 
nascerà e non avrà paura nostro figlio 
e chissà come sarà lui domani 
su quali strade camminerà 
cosa avrà nelle sue mani.. le sue mani 
si muoverà e potrà volare 
nuoterà su una stella 
come sei bella 
e se è una femmina si chiamerà futura. 
Il suo nome detto questa notte 
mette già paura 
sarà diversa bella come una stella 
sarai tu in miniatura 
ma non fermarti voglio ancora baciarti 
chiudi i tuoi occhi non voltarti indietro 
qui tutto il mondo sembra fatto di vetro 
e sta cadendo a pezzi come un vecchio presepio. 
Di più, muoviti più fretta di più, benedetta 
più su, nel silenzio tra le nuvole, più su 
che si arriva alla luna,si la luna 
ma non è bella come te questa luna 
è una sottana americana 
Allora su mettendoci di fianco,più su 
guida tu che sono stanco, più su 
in mezzo ai razzi e a un batticuore, più su 
son sicuro che c’e’ il sole 
ma che sole è un cappello di ghiaccio 
questo sole è una catena di ferro 
senza amore, amore, amore, amore. 
Lento lento adesso batte più lento 
ciao, come stai 
il tuo cuore lo sento 
i tuoi occhi così belli non li ho visti mai 
ma adesso non voltarti 
voglio ancora guardarti 
non girare la testa 
dove sono le tue mani 
aspettiamo che ritorni la luce 
di sentire una voce 
aspettiamo senza avere paura, domani

(Futura, Lucio Dalla)

Grazie, Lucio Dalla, che hai trovato le parole di poesia per esprimere tutto questo.

Fantastici 4. Risolvere ogni cosa. 28/02/2012

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Finora il problema non me lo ero posto in questi termini, ma suona più o meno così.

DATI

Bambina di circa 4 anni dalla personalità esplosiva, egocentrica, estrosa e timida, simpatica e antipatica, forte e frignona, prepotente e paurosa di sbagliare, mammona, gelosa e competitiva nei confronti del fratello maggiore.

AMBIENTE

Mamma estrosa e piaciona, personalità forte/ingombrante, temperamento da leader.

Padre autorevole e normativo, performante in tutto quello che fa, supercervellone, sportivo e simpatico.

Fratello empatico, creativo, simpatica canaglia, dotato per sport e disegno/costruzioni.

Ora.

In una famiglia così che spazio ti ritagli?

Prendi a riferimento la tua mamma che fa la superdonna, non mette mai i tacchi e ha sempre la risposta pronta?

Cerchi una sponda edipica nel papà che però non te ne fa passare nemmeno una e forse la mamma incavolata nera è meglio?

Ti relazioni con un fratello che oltretutto è bravissimo e gli basta uno sguardo per intendersi con mamma e papà?

Mah! Forse l’unico ruolo che resta scoperto è l’intelligente e furbissima rompicoglioni. Che tra l’altro gode di una visibilità quasi costante, soprattutto se c’è la mamma nei paraggi.

Meditavo su tutto ciò quando per caso mi è capitato in mano uno di quei fumetti Marvel per cui Marito va pazzo. Non credevo che I Fantastici Quattro potessero trasformarsi in una seduta di psicanalisi. Come forse sapete, Mr. Fantastic, il capo del gruppo e scienziato ultrageniale, è sposato con la Donna Invisibile, quella che ogni tanto sparisce. Forse però non sapete che hanno due figli: un maschio più grandicello, Franklin, e una bambina, Val. Che guarda caso è la bambina con i codini biondi più intelligente dell’universo.

Insomma, quanto sopra potevo anche sintetizzarlo così.

Clicca per ingrandire(clicca l’immagine per ingrandire)

Però c’è da lavorare, perchè la famiglia dei sogni la vorremmo tutti così:

Girls just wanna have fun! 14/02/2012

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Sono in banca e più precisamente alla scrivania di un funzionario, nel suo ufficio. Stiamo parlando di soldi, tassi e tasse. Cose brutte.

Ad un certo punto mi squilla il cellulare. E’ la Jolanda.

-        Pronto? No, non mi disturbi affatto.

-        Sei pronta? Andiamo a Sanremo!

-        … Sì, grazie. Dopo ci sentiamo che sono in banca.

Clic. Il cellulare mi sfugge dalle mani e piomba addosso al bancario.

-        Scusi! E’ che…vado a Sanremo.

Uno sguardo interrogativo si dipinge sul volto del tipo, che forse tra sé e sé sta calcolando come questo evento possa incidere sul mio profilo di rischio.

Insomma, è così.

Alla soglia dei 40, proprio quando la voglia di divertirti come una ragazza di 15 (!) ritorna prepotentemente, mi si è presentata questa bella occasione.

Mi sposto a Sanremo con la mitica Jolanda per tutta la durata del Festival e insieme cercheremo di essere le vostre inviate, i vostri occhi e le vostre orecchie a caccia di curiosità sui cantanti, i VIP e tutte le notizie che riusciremo a scovare!

Vi aggiorneremo costantemente sui nostri blog, sulla pagina Facebook di P&G dove ogni mattina posteremo le nostre impressioni e i gossip della sera prima, su Pinterest e poi alla sera tutte su Twitter per i commenti in diretta festivaliera!

Preparatevi che vi voglio scatenate e senza peli sulla lingua!

Segnatevi subito il nostro hashtag #mammeasanremo .

Vi segnalo anche altri due appuntamenti:

-        Venerdì 17 dalle 13 alle 14 potrete ascoltarmi e chattare su Mamme In Radio durante la puntata di Mamme In_Quiete.

-        E poi subito dopo, dalle 15 alle 17 aspettiamo le mamme che vorranno chiacchierare con noi presso il negozio Prenatal di Sanremo (Via Eroi Sanremesi 31).

Eccovi il link al sito del Festival con il programma delle 5 serate e i cantanti in gara.

Vi aspettiamo!!!

Liberiamo una ricetta ovvero single di ritorno e la sindrome del frigo semivuoto 31/01/2012

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Le mie dieci lettrici (voglio vedere chi capisce questa citazione letteraria civettuola) mi hanno fatto notare che nel mio precedente post non mi sono soffermata a lungo sull’alimentazione della moglie di quello che non c’è mai. Verissimo e quindi ho deciso di rimediare.

La single di ritorno oscilla tra due stati d’animo: mangio sano e resto in forma vs mangio quello che mi fa godere e al diavolo bilancia e nutrizionisti.

Tendenzialmente la single di ritorno è più propensa a cedere a cena, quando cala la notte e il suo senso di colpa si cela nell’oscurità. E poi si sa che la sera fa freddo, fuori casa e a letto…

Pubblico quindi per le mie lettrici affezionate due perle del mio menu, certa di sorprenderle con la mia creatività :-D

E’ estate, vogliamo sentirci leggère. Orsù abbandoniamoci a cibi dall’aspetto light.

Un piattino di uova farcite: mi prendi l’ovine fresche, me le lessi (non fare casino, ricordati che devi metterle in acqua fredda e contare 5 minuti da quando bolle). Poi mi prendi il tuorlo e me lo lavori con la maionese (astenersi quella allo yogurt), l’acciughina e il cappero. Farcisci il tutto.

Ogni mezzo uovo 200 calorie, alla faccia del light.

E’ inverno, voglia di sapori forti. Tanto il tuo lui stasera non lo devi baciare, puoi quindi abbandonarti al temibile piatto di cipolle rosse, tonno e cannellini!!!

Le cipolle me le metti a bagno per un tot a tua scelta, le tagli sottili.

Butti nel piatto il tonno e i cannellini, annaffi con abbondante aceto balsamico.

 

Et voilà, un piattino tutto da godere rigorosamente a cellulare spento!

Il nostro sommelier consiglia caldamente una Menabrea ghiacciata per rumorosi apprezzamenti.

Che dite, con questo post sarò riuscita  a farmi accettare nel club delle blogger che sanno dispensare consigli e ricette? Ho i miei dubbi.

Però voglio lasciarvi con un pensiero: le storie sono per chi le ascolta, le ricette per chi le mangia. Queste ricette le regalo a un’amica. Non sono di mia proprietà, ma sono solo parte della mia quotidianità: per questo la lascio liberamente andare per il web.

Ci sarà qualcuno che se le piglia???

La vita bella 27/01/2012

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fonte http://mmedia.kataweb.it/foto-utente/558802/case-di-ringhiera

Ieri a Milano è successo un evento di cronaca che mi ha fatto aprire un cassetto della memoria chiuso da tanto tempo.

Il mio asilo era una scuola comunale modello per gli anni ’70, la Casa del Sole al Parco Trotter, nella oggi famigerata Via Padova a Milano. Dico famigerata perché si tratta di una strada lunghissima tanto da toccare la periferia, da sempre popolata dalle tipiche case di ringhiera lombarde. Ma non quelle glamour del centro, bensì quelle un po’ fatiscenti in cui oggi abitano in prevalenza extracomunitari.

Ai miei tempi ci abitavano i milanesoni e i “terroni”, come simpaticamente li definiva mia nonna, una brava donna – diciamo così – espressione culturale del suo tempo. La nonna, che io adoravo e ancora oggi è il ricordo più dolce della mia infanzia, parlava solo in dialetto, indossava scamiciati e girava in ciabatte. La ricordo sempre intenta a scopare casa e ballatoio e a riempire il frigo. Per la nonna infatti amare era dare da mangiare. Oggi pediatri e psicologi ci dicono che dobbiamo stare a dieta, ma a quei tempi il ricordo della guerra era ancora vivo e quindi avere del cibo in casa dava l’idea di non avere più alcun problema nella vita. Inutile dire che la dieta della nonna mi aveva causato un certo sovrappeso.

All’uscita dall’asilo veniva a prendermi il nonno, un signore burbero dai modi ruvidi, che mi teneva d’occhio pedalando la bicicletta in ferro più pesante del mondo. Mio nonno nella vita aveva fatto un po’ di tutto, ma aveva chiuso la “carriera” con una rivendita di carbone (nelle case di ringhiera non c’era il riscaldamento e bisognava avere la stufa), che si trovava proprio accanto al portone di casa. Durante le vacanze estive mi è accaduto spesso di trascorrere i pomeriggi in quel negozio, affacciata alla vetrina a guardare le persone di passaggio. Si fermavano varie amiche di mia nonna: la Sciura Teresina, la Sciura Bambina, la Sciura Regina…Naturalmente avevano tutte la permanente con il cachet azzurrino, la borsa della spesa in plastica a righe (oggi la chiameremmo “shopper”) e le immancabili ciabatte, che dovevano essere proprio comode.

Accompagnavo la nonna a fare la spesa dal pollivendolo a comprare gli “alet de pulaster”, cibo da gourmet,  oppure dalla panettiera che aveva la mano di legno e indossava sempre un guanto nero (immaginate il fascino su me bambina). Frequentavo il bar sotto casa, principale centro di aggregazione dell’isolato, primo posto in cui mia nonna aveva annunciato la mia nascita urlando “L’é nasüda, l’é nasüda!”, nonché bisca clandestina notturna.

Il portinaio della casa di mia nonna era un signore di Napoli, che viveva in una specie di basso milanese, affacciato sul cortile. Giocavo con sua figlia, che un giorno mi ha detto che il papà era stato arrestato. Mia nonna aveva scosso la testa pronunciando il solito “terùn”. Io non capivo molto e non mi facevo domande. Io lì stavo bene e non mi accorgevo né della povertà delle case, che avevano il bagno sul ballatoio, né dello status degli abitanti, nonni compresi. Erano persone socievoli, tutti volevano bene a noi bambini. Al pomeriggio quando non sapevo cosa fare andavo a bussare alle porte delle amiche di mia nonna e chiedevo gli zuccherini. Le signore erano sempre tutte contente di vedermi e mi facevano tanti complimenti. Oggi pensate soltanto all’idea di mandare vostro figlio a suonare i campanelli in giro, senza un adulto.

In inverno stavamo tutti in cucina, che era l’unica stanza riscaldata da una grande stufa. Io mi divertivo a guardare la fiammella da un piccolo finestrino e mi era vietato toccare. Il nonno sopra la stufa scaldava il suo pane. Poi a mezzogiorno tutti a tavola, in silenzio, ad ascoltare il Gazzettino Padano alla radio e guai se aprivo bocca. Se il nonno doveva fare il bagno si tirava fuori un grande “mastellone”, in pratica un catino. Le abluzioni avvenivano in salotto e io restavo temporaneamente esiliata fuori di casa. Questa cosa mi faceva molto ridere.

Dai nonni stavo così bene che a volte la sera non volevo tornare a casa mia e allora dormivo sul divano letto in vera plastica, per altro prestigiosamente situato accanto ad un lavello di servizio, la prima cosa che si vedeva entrando in casa.

La cosa paradossale è che con i miei genitori abitavo in un condominio moderno, in un bell’appartamento pieno di tappeti, mobili in stile, quadri e conducevo una vita completamente diversa da quella della casa di ringhiera. Grazie al lavoro dei miei genitori ho frequentato ambienti e persone molto signorili, fatto grandi viaggi fin da piccola. Oggi più che mai sono convinta che la schizofrenia della mia educazione mi abbia dato tantissimo: la capacità di relazionarmi con chiunque e una grande spontaneità, un tratto del carattere che apprezzo molto negli altri.

La vicina di casa dei miei nonni era una sarta di abiti da sposa, che per ironia della sorte non si era mai sposata e viveva con la mamma. Si chiamava Fernanda. Mi voleva bene e mi insegnava l’uncinetto e la maglia, mi mostrava i cartamodelli, il gessetto, gli spilli, le imbastiture. Mi raccontava i grandi romanzi d’amore, tipo “Via col Vento”. Stavamo sedute sul ballatoio, io su uno sgabellino, innaffiavamo i suoi fiori, spiavamo i dirimpettai (d’estate la ringhiera è un luogo pubblico), mangiavamo il gelato.

Certe volte assistevo alle prove abito delle sue clienti. La mia preferita era una signora sui cinquanta che assomigliava a Nicoletta Orsomando. Era gentile e mi sorrideva sempre. Una sera d’inverno entro e lei mi prende le manine. Dice che sono fredde e me le vuole scaldare. Allora inizia a soffiarci dentro. Chiede: ”Ma tu abiti qui?” “No” – dice subito la Fernanda. “Lei abita in una bella casa, con i suoi genitori. Qui stanno i nonni.”. Probabilmente dovevo aver fatto un po’ tenerezza a quella signora, dovevo esserle sembrata un po’ bambina povera. Da allora venivo sempre a vedere le sue prove abiti.

Un giorno non è venuta più.

Allora la Fernanda mi ha detto che mentre andava in bicicletta la signora era stata tamponata da un’auto e non ce l’aveva fatta.

Si chiude il cerchio. Ecco perché questo fatto di cronaca, che vede protagonista una persona che non conosco ma ha il bel sorriso della signora gentile, mi ha fatto ricordare questo incontro della mia infanzia e la vita serena della casa di ringhiera. Naturalmente spero che l’esito dell’incidente sia diverso!

Scrivo queste cose un po’ per me, che sono una babbiona sentimentale, e forse un po’ per i miei figli, che fanno una vita così diversa, senza nonni in ciabatte e ballatoi da esplorare.

Single di ritorno e la sindrome del nido semi-pieno 24/01/2012

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 La moglie di quello che è sempre in viaggio d’affari:

- Di notte mette l’allarme. Quando lui c’è no, perché lo vive come un attacco alla sua virilità

- Chatta su FB con le amiche fino a mezzanotte, poi non riesce più ad addormentarsi e si rigira nel letto fino alle due #motivo di insonnia n.1

- Mangia la Nutella al cucchiaio di fronte alla televisione sentendosi terribilmente in colpa e meditando su future attività sportive di smaltimento. Soffre di acidità #motivo di insonnia n.2

- Si sente autorizzata a sbriciolare nel letto mentre si soffoca di biscotti. L’ultimo e poi smetto #motivo di insonnia n.3

- Lascia il bucato steso tre giorni nel posto che lui detesta e poi smonta tutto di fretta quando sente la chiave che gira nella toppa

- Non fa il letto salvo cazziarlo quando lui non lo sistema come piace a lei

- Lascia il frigo vuoto, i vestiti a strati sulla poltrona e la tavoletta del wc sempre perfettamente chiusa

- Chiama la baby-sitter ed esce con le amiche

- Si incazza con l’amica che non può uscire perché il marito non c’è  e non sa a chi lasciare i bambini

- Abusa del suo tempo da single lasciandosi andare ad improvvidi acquisti on line di oggetti di design così cariiini

- Non prepara né manicaretti né primi succulenti e con sollievo ricicla il pane del giorno prima

- Mentre scalda i surgelati per i suoi figli pilucca in piedi, esagera con le acciughe, allora apre  due una lattina di birra e si abbandona a rumorosi rutti da camionista.

- Quando lui le telefona prima di cena deve mettere giù dopo un minuto perché sta bruciando il pesce oppure i figli si stanno picchiando di fronte alla televisione

- Quando lui le telefona a tarda ora risponde a monosillabi perché sta guardando qualche reality show tipo “Cerco casa disperatamente” o “Malattie imbarazzanti”. A volte a lui se ne accorge, a volte invece pensa che lei sia troppo stanca.

- Resta sveglia a leggere il suo libro appassionante sapendo di non disturbare nessuno con la luce accesa. Se il libro è un po’ romantico, sospira e sente la mancanza del suo lui, ma il lui fidanzato, quello che non aveva troppi pensieri per la testa.

- Di notte sogna che lei e il marito non sono sposati, anzi, nemmeno fidanzati e che lei lo deve riconquistare

- La mattina quando suona la sveglia allunga il piede nel letto e lo trova vuoto. Allora si ricorda che sono sposati ed era tutto un sogno.

- A colazione si trascina dietro due figli svogliati e recalcitranti. Quando finalmente li ha piazzati perpendicolari alle tazze e costretti a mangiare qualcosa, perde subito il conto dei biscotti del più ciccio e conviene che due paia di occhi sono meglio di uno.

- Ha una socialità ortodossa, in cui le mamme di scuola/karate/nuoto/pallacanestro/giardinetti svolgono un inquietante ruolo di primo piano

- Ha una socialità alternativa in cui le mamme blogger svolgono un inquietante ruolo di primissimo piano

- Smista la posta, va in banca, parla con il portiere, chiama il muratore, sente il dottore delle mutua, svuota la cantina, lava la macchina, fa la revisione, tratta con il commercialista, passa dalla tintoria. Sì, tutte le rotture di palle.

 Quando lui ritorna a casa:

- Il portiere lo chiama con il cognome della moglie. A Natale deve ricordarsi di non dargli la mancia!

- Lei gli corre incontro sulla porta, lo bacia con passione e poi gli indica la pila di roba da rammendare. Perché sì, lei non cuce.

- Lui deve ancora togliersi la giacca quando lei gli mostra i quadri da attaccare, i giocattoli da aggiustare, le bollette da pagare

- Lei gli racconta i fatti salienti dei figli, ma poi indugia sulle uscite serali con le amiche, lo stuzzica raccontandogli di quanti bei ragazzi si vedono nei locali la sera e poi – cacchio – si è dimenticata di comprare il pane fresco!

- A cena non vede l’ora di raccontarle le novità del viaggio, ma i due marmocchi continuano ad interrompere. Mmh, buoni questi ravioli. Deve averli comprati alla gastronomia…

- Mentre lei mette a letto i bambini, lui l’aspetta libidinoso nel talamo nuziale. Si infila sotto le coperte, ma..ehi, cosa sono queste sotto la schiena? Briciole?!

Muble muble, mentre la coppia si riunisce un sol pensiero li accomuna: urge una cena, da soli, in quel bel ristorante dove siamo andati quella volta…quella volta che abbiamo trovato del tempo per NOI.

E voi?

Volete continuare la lista?

Vi racconto la mia crociera 17/01/2012

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In questi giorni la nostra attenzione è calamitata dalla vicenda dell’incredibile naufragio della Costa Concordia e in rete si sprecano i commenti non solo sulla disgrazia ma anche su che genere di vacanza sia la crociera e che tipi strani siano i crocieristi.

Perciò mi è venuta voglia di raccontarvi la mia esperienza su una nave Costa, proprio un anno fa, a Capodanno.

Innanzitutto, perché una crociera?

Io e Marito non siamo abituati alle vacanze organizzate e abbiamo fatto molti viaggi esotici prima di avere figli.

Poi però succede che arrivano loro, sono ancora piccoli, la tua mobilità inizia a diventare molto limitata, tu mamma sei sempre lì a spignattare e sistemare le varie case-vacanze e ti viene un gran voglia di trattarti bene. Stare al caldo in inverno, per esempio, vedere delle belle spiagge, trovare tutto pronto, avere un pediatra sempre a disposizione, non fare per una volta le vacanze intelligenti, ma vivere il tuo cinepanettone. Scattano allora le varie opzioni esotiche e la crociera è quella più conveniente.

Non abbiamo certo pensato che in crociera avremmo visitato bene alcune località caraibiche, ma non si parla mica di città d’arte, per le quali sicuramente la formula da scegliere è un’altra.

Dunque, ci siamo lasciati vivere per una settimana ai Caraibi, con la sola preoccupazione di divertirci e non ingrassare troppo. Per i bambini la crociera è l’equivalente di Disneyland: le sale, gli ascensori megagalattici, il toboga, le piscine e la jacuzzi, lo spettacolo di ballerine e cantanti tutte le sere. Anche solo vivere sulla nave, in cabina, per loro è un’esperienza indimenticabile.

E noi adulti?

Quando ti trovi davanti alla Costa Mediterranea il primo sentimento è di ammirazione. Per chi l’ha progettata e costruita, per chi la muove e la fa vivere. E ti senti incredulo, ti chiedi come può stare a galla questa enormità.

Praticamente il 50% della crociera sta in questo: esplorare la nave, visitarne ogni anfratto accessibile, meravigliarsi degli allestimenti, anche dei più kitsch (ma con tutti i soldi che hanno speso dovevano proprio metterci queste statue orrende?), contare il numero delle piscine, delle palestre, delle sale giochi, dei ristoranti.

La prima giornata la trascorri cercando di ricordare la strada per tornare alla tua cabina senza perderti e a fissare al polso dei tuoi figli l’apposito braccialetto identificativo che dovrebbe restituirteli in caso di smarrimento. La tua sopravvivenza è anche legata all’immediata identificazione del Punto di Incontro, che è un ampio salone in cui ci si dà appuntamento per partire in gita. Di solito nell’attesa ci lasci il golfino che ti avrebbe salvato dall’aria condizionata. Troppo tardi, siamo già in pullman.

Subito scopri che in crociera più che un ospite sei una CARD. Questa non solo funge da documento identificativo (ti fotografano mentre stai ancora sulla passerella, a un metro dal metal detector), ma è lo strumento che ti consente di ESISTERE. Con la card apri la tua cabina, prenoti la gita, compri l’acqua minerale, giochi al casino, fai acquisti nelle boutique. Voi capite benissimo che la funzione della card è quella di farti spendere senza accorgertene; mi è giunta voce di ospiti insolventi trattenuti a fine crociera per uno stage in sala macchine :-D

Il resto del 50% delle emozioni da crociera è realisticamente composto da un 25% di attenzione per le località che si visitano ad ogni attracco e un 25% di smania per il CIBO. Ecco, lo scrivo a caratteri cubitali, così si capisce meglio perché dico che guardando la nave pensavo alla cacca.

Sì, mi immaginavo le enormi quantità di alimenti che 24 ore su 24 venivano prodotte nelle cucine del vascello per alimentare quasi forzosamente 3.500 ospiti. E quindi mi immaginavo 3.500 esofagi, intestini e sciacquoni tirati all’unisono per una settimana, lasciando nella scia della nave rifiuti organici poi divorati da pesci oversize.

Sulla nave ci sono tanti ristoranti, pizzerie, bar lato piscina. La cosa bella di stare in piscina è che si mangia e beve in continuazione senza mostrare continuamente il braccialetto di palline al barista, come si fa in ogni villaggio che si rispetti. Ciò ti dà l’illusione di vivere nel paese di bengodi. Quando finalmente sei sazio ti alzi e te ne vai perché ti accorgi che quelli che ti circondano non ti piacciono e ti sembrano tutti un po’ troppo rumorosi.

Il secondo giorno sei giustamente precettato per l’esercitazione di sicurezza – ahimè di grande attualità. Consiste nell’obbedire alle istruzioni dell’altoparlante e capire dove si trova il tuo punto di raccolta. Tutti obbediscono con un misto di fastidio (uffa, andiamo in gita!) e curiosità scaramantica.

Ma soprattutto è il giorno in cui conosci LUI, colui che decide della tua vita in crociera. Non è il Capitano, bensì il Direttore di Crociera. Il nostro era un signore piacente ed estremamente distinto, dotato di un’energia ed un sorriso ammirevoli. Guardandolo non potevo evitare di chiedermi cosa gli passasse veramente per la testa mentre cercava di far sentire unici quei 3.500 turisti così uguali a quelli della settimana prima e della settimana dopo. La peculiarità del Direttore di Crociera è che dice tutto in 4 lingue con pronuncia perfetta, impiegando quindi 4 volte tanto per comunicare qualsiasi notizia. Il meglio di sé lo dà gestendo noi pecoroni all’imbarco e allo sbarco – perché anche questi momenti sono un po’ spettacolarizzati e quindi si svolgono nel grande teatro – e poi presentando gli show serali. Dopo cena puoi andare in uno dei numerosi bar, in discoteca oppure a teatro. C’è sempre uno spettacolo che ti aspetta, di norma uno veramente bello, per es. quello dell’illusionista, gli altri più di routine.

Meno male che non ho snobbato lo spettacolo più rétro di tutti, quello con la presentazione degli ufficiali dell’equipaggio (prete compreso!), che mi ha fatto sentire veramente babbiona tra i babbioni. Infatti, è stato solo così che ho visto in faccia la Commissaria di Bordo a cui poi, incontrandola per caso, ho potuto fare un bel reclamo. Ma questa è un’altra storia.

Finalmente cominciano le visite a terra. Lì dipende tutto dal paese in cui ti trovi. Se sei in Europa o in paesi in cui sai di poterti muovere in autonomia, è sempre meglio il fai da te. Le gite infatti sono costosissime e non sempre all’altezza. Io mi sono trovata anche da sola con bambini piccoli in luoghi poco ospitali e ho preferito appoggiarmi all’organizzazione finendo con lo spendere veramente troppo.

Il trucco per una crociera riuscita è quindi collegarsi al sito della compagnia con largo anticipo. Infatti da lì è possibile acquistare il viaggio con uno sconto maggiore, scegliere la cabina, prenotare le gite più richieste prima dell’imbarco oppure studiarsele bene per il successivo fai da te.

Ma quando ti abitui a tutto questo tourbillon e ti inserisci nella vita organizzata della crociera inizia un pensiero di sottofondo con domande a cui riuscirai a rispondere solo in parte.

La nostra cameriera cinese dove dorme? E a fine vacanza riuscirai forse ad intuire che dorme al tuo piano, in una cabina nascosta e senza finestre, proprio dietro quella che sembra una parete ma non lo è.

Chi sono tutte queste persone che lavorano sulla nave? Da dove vengono? Sono single o sposati? Hanno figli e quando li vedono? Quanto guadagnano? Amano la vita che fanno?

In linea di massima si capisce che quasi tutto il personale di contatto con i turisti è italiano e parla ovviamente molte lingue. I capocamerieri sono italiani di una certa età, i camerieri e i baristi sono filippini, anche le cameriere al piano sono asiatiche. Immagino che gestire questa massa di personale sia estremamente impegnativo.

Anche io come altri mi sono sentita vagamente a disagio di fronte agli addetti alle mansioni più umili, ma credo sia un falso problema. Penso che il lavoro in nave sia più serio e legale di tanti altri, spero in un trattamento equo. Del resto tutti i lavori sono necessari e hanno una loro dignità se svolti in quadro di rispetto dei diritti.

Oggi ci troviamo di fronte ad una nave affondata.

Consiglierei la crociera?

Certo che sì, oso sperare che ci siano capitani dotati di ben altra professionalità.

Penso che la crociera sia una vacanza adatta a persone poco avventurose, non in grado di gestire da sole un viaggio, desiderose di godere di tutti i comfort, anziani e famiglie su tutti. Personalmente non ho usato il mini club perché preferisco stare con i bambini, ma esiste anche questa possibilità. Per i genitori di adolescenti poi la nave è una manna: i ragazzi girano in gruppo, si divertono a tutte le ore, senza alcun pericolo.

La vacanza in crociera non è certo il modo migliore di conoscere un posto. E’ una sospensione dalla realtà in un mondo che non esiste, una bolla di sapone in cui voli per una settimana. Fino a pochi giorni fa avrei detto che questa pubblicità ha un fondo di verità.

Non è il supermarket dell’amore 13/01/2012

Posted by M di MS in Società.
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Oggi vi propongo un argomento delicato, perché si fa presto a dire “beneficenza”, ma secondo me non tutte le iniziative, pure se lodevoli, sono uguali. E non ne faccio una questione di soldi.

Mi ferma l’ennesima ragazza con la pettorina arancione. Sono di buonumore e mi lascio fermare, pentendomene quasi subito. La ragazza si esprime bene, ha uno sguardo intelligente, si impegna, si presenta molto meglio di altri suoi colleghi che mi è accaduto di incontrare.

Prende il fiato e quasi in apnea mi spiega il concetto di adozione a distanza, contributo mensile, costo di 80 centesimi al giorno, corrispondenza mensile tra l’adottato e l’adottante. Mi mostra la foto di una bellissima adolescente brasiliana, di famiglia numerosa ed indigente.

Aderisco? La facciamo questa bella adozione a distanza?

Ora.

Siamo in mezzo alla strada, nel traffico e nel casino. Ho un calo degli zuccheri. Già che ci siamo mentre la ragazza mi parla arriva un rom con la mano tesa e io mi innervosisco.

No, non la faccio l’adozione a distanza. E non perché io sia contraria.

E’ che non siamo al supermercato dell’adozione a distanza. Guardo la foto della ragazza: bella, sorridente, positiva. Le avranno detto di fare un bel sorriso così qualcuno “la compra”. Provo imbarazzo per lei e per me.

E’ che non penso siano decisioni che uno debba prendere tra lo shopping dei saldi e il pranzo. Non stiamo parlando di una donazione impersonale, un atto di beneficenza una tantum, un regalare abiti, soldi. Si tratta di regalare un pensiero costante, un pensiero di amore e solidarietà a questa ragazza sconosciuta.

Non è che l’interesse per lei mi arriva in cinque minuti di stop nel traffico di Milano, non funziona così.

Magari vorrei parlarne a mio marito, magari vorrei coinvolgere i miei figli, spiegare loro cos’è l’adozione a distanza, renderli partecipi affinché questo diventi un progetto nostro, di famiglia, educativo.

Magari preferisco adottare “in vicinanza” qualche famiglia o bambino italiano.

Magari a me l’adozione a distanza non interessa, mi impegna troppo. Faccio altro nei modi che ritengo io.

E invece la ragazza mi guarda in cagnesco, mi dice che sono la prima a risponderle così. Chi lo sa, magari sono l’unica che le ha dato retta.

E nel frattempo rifletto anche sulle nuove occupazioni dei nostri giovani, tra cui il “Fund raiser” che spicca per onnipresenza nelle nostre piazze. Penso a che lavoro frustante sia: fronteggiare l’indifferenza dei passanti e magari pure qualche sofista come me.