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  • storie della buonanotte per bambine ribelli

    Storie della buonanotte per bambine ribelli (e madri con il senso di colpa)

    Il successo di “Storie della buonanotte per bambine ribelli” è l’esempio lampante di come noi mamme moderne abbiamo interpretato il nostro ruolo di educatrici di figlie femmine.

    Di “Storie della buonanotte per bambine ribelli” ho iniziato a sentir parlare mesi fa, quando anche in Italia si è diffusa la notizia di queste due giornaliste expat, Elena Favilli e Francesca Cavallo, desiderose di realizzare il libro attraverso il crowdfunding di Kickstarter. Passato un po’ di tempo vengo a sapere che la loro idea è riuscita a raccogliere qualcosa come 2 milioni di dollari per procedere alla stampa di 60.000 copie del libro, edito da noi in Italia da Mondadori.

    Oggi il libro è un successone, visto che è in testa alle classifiche delle vendite (ennesima conferma che la letteratura per ragazzi funziona, almeno lei!) e io stessa, dopo aver ordinato il libro su Amazon, ho dovuto aspettare qualche giorno perchè nei magazzini in pronta consegna non c’era più nulla.

    Quando mi è arrivato ho detto: WOW!

    “Storie della buonanotte per bambine ribelli” è un oggetto di per sè bellissimo. Una copertina da urlo, con una finitura superficiale vellutata e preziosa, utilizzando un materiale moderno e “tecnologico”. L’illustrazione di copertina perfetta per essere fotografata, condivisa sui social, non solo esposta in vetrina, ed estremamente accattivante per mamme e bambine. Per non parlare delle illustrazioni (solo illustratrici donne) a corredo delle storie raccontate.

     

    storie della buonanotte per bambine ribelli

     

    Per ogni sera della settimana una pagina che parla di una donna o ragazza che si è distinta nel proprio campo. Non biografie, direi, ma flash sui momenti topici nella vita di queste persone, quelle fasi delle vita in cui hanno dovuto fare scelte, prendere posizione, affermare se stesse e i propri desideri, anche a dispetto di un ambiente ostile.

    A qualcuno però questo libro non è piaciuto (tra le varie critiche: non è inclusivo per i maschi, le donne scelte non andrebbero bene, le bio troppo corte), però a questi detrattori io dico: il suo successo eclatante dovrebbe farvi riflettere più dei difetti che ci trovate.

     

    “Storie della buonanotte per bambine ribelli” è andato a colmare in modo semplice e commercialmente comprensibile un vuoto gigantesco.

     

    Il topos è la storia della buonanotte. E la stragrande maggioranza delle storie della buonanotte prevedono principesse indifese e bellissime che alla fine vengono salvate e si sposano. Qui si va a sostituire il cliché con la realtà della vite di queste donne, ciascuna straordinaria a modo suo.

    E noi mamme moderne abbiamo smesso di sentirci in colpa.

    Abbiamo smesso di leggere storie del tubo per bambine sottomesse.

     

    P.S.: la sera leggo una paginetta a mia figlia, che è grande e potrebbe leggere da sola, ma così abbiamo ripristinato un rituale affettuoso, che le consente di fare molte domande. Infatti, proprio perchè sono bio molto stringate, se un personaggio incuriosisce si può approfondire successivamente insieme e questo è un effetto molto positivo che va al di là del libro. E poi, dal suo letto nella stanza a fianco, anche il fratello ascolta volentieri e fa domande. Più inclusivo di così!

     

     

  • la competizione tra le madri

    La competizione tra le madri

    Stamattina sono stata intervistata da Radio Capodistria. La giornalista, Barbara Costamagna, con poche domande è riuscita a tirare fuori da me molte risposte implicite, le classiche cose che hai dentro ma ogni tanto è sano condividere.

    Qui potete ascoltare quello che ci siamo dette.

     

    Su tutte, oggi che i miei figli si avviano a concludere le elementari, ne vorrei ripetere qui una.

    La competizione tra le madri è come la gramigna:

    intossica l’ambiente.

     

    Prima la gara è sull’età della prima parola o dei primi passi.

    Poi si sposta sul saper leggere a 5 anni, mentre tuo figlio è ancora alla materna.

    Quindi si proietta sui voti di scuola, con bambini costretti ad imparare a memoria il registro di classe per poterlo riferire a casa.

    Ma va avanti anche dopo: sulle prestazioni nelle attività extra-scolastiche, nella bellezza fisica, nel rendimento al liceo, nei fidanzatini…

     

    La giornalista oggi mi ha chiesto: cosa ti aspettavi dal web quando hai aperto il tuo primo blog?

    Ho risposto:

    Nulla, però a quei tempi (nel 2008-2009) ho trovato ascolto, empatia, solidarietà, amicizia.

    Sarebbe bello che nel mondo reale – perché di quello virtuale si fa presto a parlar male e trovare tutti gli alibi del caso – tra madri ci fosse ascolto, empatia, solidarietà e amicizia.

    Che tuo figlio abbia 3 mesi oppure 15 anni.

  • Senza Biglietto da Visita

    Senza Biglietto da Visita, il mio romanzo

    Volevo dirvi che ho scritto un libro. Un romanzo per l’esattezza.

    Si intitola “Senza Biglietto da Visita” e lo potete acquistare su Amazon come ebook e in forma cartacea.

     

    Senza Biglietto da Visita

     

    Lo vedete quel pay-off là in alto?

    Essere se stessi senza un biglietto da visita.

    Il mondo rovesciato, la donna a testa in giù, il portatile abbandonato sul pavimento.

    Ecco, è cominciato tutto da lì.

    Quando ho deciso, d’istinto, senza pensarci, che questo blog si sarebbe chiamato Manager di Me Stessa, Essere se stessi senza un biglietto da visita, non mi rendevo conto che questa definizione avrebbe fatto la differenza. Sempre, anche oggi. Due righe sufficienti a raccontare una storia. Ad immaginare un romanzo.

    E’ stata questa mia sincerità ad interessare gli editor.

    Ma.

    Ma non è finita qui.

    La storia di “Senza Biglietto da Visita” è un concentrato di fortuna e sfiga pazzesche (leggi qui tutta la vicenda incredibile che mi è successa) che mi ha lasciato addosso una gran voglia di farcela con le mie forze a farlo conoscere a più persone possibili.

    Non è la mia autobiografia, ma la storia romanzata di tante donne reali che conosco e a cui “ho rubato” una frase, un pezzetto di vita, un dettaglio professionale. E poi sì, ci sono anche io, e alcuni uomini che ho incontrato, che potrebbero somigliare molto ai vostri mariti e compagni.

    La trama in breve: Silvia Colombo, un bel nome lombardo che è tutto un programma, è una trentenne ambiziosa che si è messa in testa di diventare la dirigente più giovane dell’azienda maschilista in cui lavora. Ha una mamma di successo, delle amiche molto sveglie e un ex fidanzato di cui non sente la mancanza. Ma, improvvisamente, le accade qualcosa che sconvolge il suo orizzonte e ribalta le sue priorità…Non vi dico cosa altrimenti vi rovino il colpo di scena finale, anzi la sequela di colpi di scena.

    Secondo me, è un libro in cui tutte potenzialmente possiamo riconoscerci, le situazioni sono quelle che accomunano la maggioranza di noi ragazze nate negli anni ‘70 di fronte alle scelte importanti della vita.

    E’ un libro che offre più domande che risposte e contiene tanta realtà. Compresi dei bei dialoghi al vetriolo tra donne.

    Se leggerete questo romanzo scommetto che non potrete fare a meno di esclamare:”Questa potrei essere io!”.

     

    Per cui tocca a voi che mi leggete da anni.

    Se vi appassiona ciò di cui vi parlo da sempre qui sul blog, come la conciliazione famiglia-lavoro, la maternità al di là degli stereotipi, i tempi della vita di donne e uomini, questo è il libro che fa per voi.

    Questo è il sito del libro, qui la pagina Facebook.

    Leggetelo e poi fatemi sapere cosa ne pensate, con una recensione, un commento, un post sul vostro blog …

    E poi, se vi è piaciuto, fatelo conoscere alle vostre amiche, la vita dei libri si ciba del passaparola dei lettori.

     

    E io?

    Ora sono felice: la mia storia non è più solo mia, ma anche vostra.

  • Le brillanti libere professioniste post maternità o della conciliazione

    Le brillanti libere professioniste post maternità: ripiego o libera scelta?

    Oggi i miei figli hanno 10 e 8 anni e crescerli finora per me stato è stato come fare il militare. Faticoso, ma formativo. Ci sono situazioni che ho imparato a gestire e altre che devo imparare a gestire: così come quando erano neonati chiedevo consiglio alle mamme dei bimbi più grandi, oggi chiedo consiglio alle mamme dei pre-adolescenti. Vassalle, valvassine e valvassore 🙂

    Sono passati 10 anni, eppure vedo che i problemi delle mamme giovani sono sempre gli stessi: la rinuncia – anche temporanea – al proprio spazio personale e di coppia e i casini sul lavoro (più duri a morire).

    Io il lavoro l’avevo lasciato per fare la mamma full-time con un grande ed epocale senso di fallimento professionale nonché tradimento delle promesse di gioventù. Poi invece, la vita mi ha dato una seconda chance, molto più creativa. Ed eccomi qui, a gestire blog, fare consulenze con il mio home office di cui sono felicissima.

    Tra le varie avventure che mi è successo di vivere non frequentando più un ufficio c’è stata quella di stendere un business plan per aprire un centro privato di assistenza alle mamme. Nel 2008 era un’idea molto nuova.

    Ricordo la sconfortante visita al Tempo per le Famiglie del Comune Milano, lo spazio dove le mamme con i bambini potevano incontrare altre mamme come loro: un’ora alla settimana e c’era pure la lista d’attesa. Io affogavo nella mia solitudine e quindi avevo pensato di passare all’attacco con l’unica mamma a casa che avevo conosciuto dalla pediatra. Per motivi burocratici poi non ne feci nulla, ma aprii questo blog e quindi bene così.

    Però il bisogno c’era e infatti sono nati tanti centri per le mamme, tutti privati, e, guarda caso, spesso gestiti da mamme che avevano mollato il lavoro precedente per fare della soluzione ai problemi di conciliazione il loro nuovo lavoro.

    Tra questi Mami, che ho frequentato poco perché sono fuori zona, ma di cui ho sempre seguito con interesse le molteplici attività e so che è stato molto importante nella vita della mia amica Stefania. Il 25 ottobre, presso l’Auditorium Stefano Cerri di Milano, si terrà un incontro sulla conciliazione famiglia-lavoro organizzato proprio da Mami e vorrei che in qualche modo (di persona o on line) riusciste a seguirlo.

    Vorrei dire una cosa: per me la conciliazione famiglia-lavoro è coincisa con lo stare a casa prima e il re-inventarmi con il lavoro da casa dopo. Ne sono molto felice, perché è stata la scelta giusta per come sono fatta io e come è strutturata la mia famiglia.

    Ma penso che non sia la scelta giusta per tutte le mamme.

    Credo che ci sia qualcosa di profondamente sbagliato nel costringere una mamma lavoratrice a mollare il lavoro, anche se poi si re-inventa, oppure a ridimensionare le proprie ambizioni di lungo periodo.

    Il mondo del lavoro non deve essere sempre modificato uscendone, ma restandoci dentro. I tempi, i modi, la cultura del lavoro devono essere rinnovati da dentro, è l’unico modo per ottenere cambiamenti. Altrimenti continueremo a fare “le brillanti libere professioniste post maternità”, che – lo ripeto – è per molte ma non per tutte. Giustamente.

    In un altro post mi ero già espressa sull’argomento (Lo smartworking è il sogno di una mamma in carriera? Oppure…).

    Cito:

    Io credo che dobbiamo smetterla di considerare la questione del lavoro flessibile, lavoro agile o smartworking che dir si voglia, come una questione che riguarda solo le mamme e le donne in generale. Riguarda tutti i lavoratori, anche gli uomini, molti dei quali sono padri.

    Secondo me parlare di riduzione dell’orario di lavoro quando nasce un figlio o smartworking è certo una cosa giusta, ma non sembrerebbe una concessione strappata con i denti se la flessibilità di tempi e luoghi facesse parte della normale concezione del lavoro anche prima che nasca un figlio.

    Per esempio, sappiamo da tempo che all’estero è comune prendersi un anno sabbatico, che lo fanno anche gli uomini, che se gestito bene non pregiudica necessariamente lo sviluppo successivo della carriera. Voi conoscete qualcuno che si assenta per il sabbatico in Italia e poi riesce a rientrare in azienda? (esclusi ovviamente i dipendenti pubblici). Ho citato l’anno sabbatico come esempio estremo di flessibilità, ovviamente.

    Secondo me parte del problema deriva dal nanismo delle imprese italiane, per cui le assenze dei lavoratori pesano, al contrario di quelle più grandi e con più dipendenti. Forse è anche per questo che modalità di lavoro alternative alla presenza fisica in ufficio 8 ore al giorno risultano così difficili.

     

    Sarebbe bello che all’incontro di Mami partecipasse anche qualche padre e che qualche padre ogni tanto commentasse questi post e dicesse la sua. So che ci sono papà blogger molto attivi, ma tutti gli altri? Ho come la sensazione che la stragrande maggioranza delle mamme se la canti e se la suoni da sola. Anche sul Corriere (Via dal lavoro ma non solo per i figli. I rischi per le casalinghe temporanee).

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  • bad moms

    Morte alle Bad Moms viva le Bad Moms

    Riflessioni a ruota libera scatenate dalla vista in anteprima del film “Bad Moms”

    1.  Questa storia delle brave mamme e delle mamme incapaci mi ha veramente stufata.

    Non è stato un percorso facile o lineare. Semplicemente dopo un certo numero di anni e di illuminazioni (leggi: successi, fallimenti, prove, controprove, litigate, riappacificazioni, tentativi, esperimenti) ti rendi conto di aver imparato molte più cose su di te come mamma, sui tuoi figli, sul padre dei tuoi figli, sul vostro rapporto e sul modo di relazionarvi con gli altri che nessuno può veramente giudicarvi e darvi un voto. Stop.

    2. Basta interiorizzare gli sguardi degli altri – veri o presunti che siano.

    Siamo noi che lasciamo entrare le critiche nella nostra testa. Siamo noi che ci fissiamo con un modello di perfezione che non esiste o non è umanamente accettabile. Per noi. Lo dico sbadigliando, ma mi rendo conto che per moltissime persone non è così ovvio.

    3. Non mi beo dei miei difetti.

    Negli ultimi anni tra le categorie di mamme blogger si è passate dalle “mamme perfette” alle “mamme imperfette” ed infine alle “mamme di merda”. In realtà queste definizioni non ci rappresenteranno mai veramente, smettiamo di usarle.

    4. E’ che ad un certo punto le superi tutte e diventi una mamma “adulta”, vecchia, esperienziata, chiamala un po’ come ti pare. E io personalmente più invecchio come mamma meno mi sento incasellata in una categoria e meno giudico gli altri.

    Con gli anni ho imparato ad essere più tollerante, a farmi gli affari miei, a non giudicare chi vive la famiglia in modo diverso dal mio, perché ho una quantità di problemi nella vita che…grazie, mi bastano i miei!

    5. Del film “Bad Moms” (che fa ridere, ma a volte estremizza ed è un po’ volgarotto) faccio mia questa frase:

    Tutti possono iscrivere i figli ad un corso di violoncello, ma se tu stai crescendo persone buone allora sì che sei una brava mamma.

     

    Ok, “persone buone” è una definizione un po’ generica, si sa che gli americani sono un po’ sempliciotti, ma il succo è: basta ansia da prestazione, fermiamoci un attimo e guardiamo che piccole persone abbiamo davanti. Come stanno? Sono felici? Hanno degli amici? Sanno giocare e stare bene con loro? Sono sportivi da medaglia ma sono degli stronzetti?…(continuare a piacere)

    Insomma, dopo anni di dibattito online sulla maternità vorrei dire a tutte:

    andiamo al succo e poi…fate un po’ quel che vi pare!

    P.S.. dimenticavo, il film. Prendete le vostre amiche mamme preferite e magari aggiungetevi una mamma che secondo voi ha bisogno di una “scossa” e poi andate a vederlo. Naturalmente SENZA FIGLI. Si ride pareccchio ed è meglio dello Xanax. 😀

  • cara giovane mamma

    Cara giovane mamma

    Sono in giro per Milano quando, ad un semaforo, una giovane mamma con un passeggino mi si accosta e chiede indicazioni stradali.

    Le rispondo che la strada più breve è prendere il tram. Lei mi risponde che no, preferisce camminare anche se deve andare abbastanza lontano e fa caldo.

    Ho capito – mi scappa detto. – Camminare migliora la giornata piuttosto che chiudersi in casa con il pupo urlante.

    Mi sento un’impicciona, come quelle vecchie signore che attaccano bottone in farmacia o sui mezzi pubblici. Nessuno ha chiesto la mia opinione.

    E invece questa mamma mi sorride ed esclama:”Proprio così!”

    Senza accorgercene ci troviamo a percorrere un tratto di strada insieme. Non ci conosciamo nemmeno da cinque minuti e mi racconta già tutto: la solitudine nella grande città, i genitori lontani, il reflusso del bambino, la paura di non essere capace di fare la mamma e il desiderio di esserci sempre, al meglio. La permanenza da incubo in ospedale, lo stesso in cui mi sono trovata – male – io, con un’esperienza praticamente fotocopia della mia.

    Si vede che ha bisogno di parlare con qualcuno che la capisca, fosse solo un’estranea come me.

    Mamme blogger, vi ricorda qualcosa?

    Mi racconta che suo marito fatica a capire la sua stanchezza e addirittura un’amica con cui si è giustamente sfogata per i problemi di allattamento l’ha condannata senza un briciolo di empatia: “Essere mamma è un dono, sei pazza a lamentarti?”

    Mamme blogger, vi ricorda qualcosa?

    Le dico che a Milano ci sono posti in cui le neomamme possono conoscersi, socializzare e scambiare pareri. Anzi, che sono un po’ invidiosa, perché ai miei tempi queste cose ancora non esistevano.

    Eppure dal suo sguardo e dai suoi racconti capisco che i problemi sono sempre gli stessi e vanno risolti innanzitutto nella testa e nel cuore delle mamme: la pressione degli “altri” ad essere una Brava Mamma, la paura che abbiano ragione loro, che tu non sia effettivamente capace, il legamene unico con il proprio bambino, così diverso da quello immaginato, così sfiancante e difficile, e ciò nonostante pieno d’amore, di senso, di infinito.

    Sono tutte tacche che ti renderanno Mamma Certificata! – scherzo per darle coraggio.

    Poi passa, sai? Sembra incredibile ma passa. E poi ci sono miliardi di altri temi che ti appassioneranno! Il nido, la scuola materna, le elementari, le attività extrascolastiche…e su tutte troverai altre donne che ti giudicheranno, ti consiglieranno bene o male, cercheranno di farti sentire fuori posto.

    No, non dirmi così! – ride ma non poi tanto la giovane mamma.

    Rido anch’io, cerco sempre di riderci su. Poi mi faccio seria:

    Non farti dire da nessuno sei sei una brava mamma o no. Sei tu la mamma migliore per il tuo bambino. E Poi leggi Winnicot! Quello che parla della mamma sufficientemente buona.

    Si illumina:

    – Lo cerco subito!

    La guardo allontanarsi con il suo passeggino lungo il marciapiede che nove anni fa mi ha visto imboccare di omogeneizzato mio figlio, seduta su un panettone di cemento. Io, che camminavo tutto il giorno in giro per la città con il bambino, per non impazzire chiusa in casa da sola tutto il giorno. Che alla fine ho dato il latte artificiale al bambino quando ho capito che era proprio quella la scelta giusta della brava mamma di mio figlio.

    Che ad un certo punto ho trovato ed ascoltato dentro di me una voce che non sapevo di avere, la voce della mamma che ero diventata: fiduciosa nelle proprie capacità, in sintonia con le esigenze del bambino, senza stare ad ascoltare chi con il ditino alzato volesse spiegarmi cosa significasse essere mamma per mio figlio.

    Cara giovane mamma che ho incontrato oggi e forse un giorno leggerai questo blog:

    ti ho scritto tutto quello che avrei voluto capire subito, ma non va mai così, quando nasce un bambino.

    Prima passi sempre attraverso una serie di problemi, che ti si presentano per la prima volta, ed è solo con la tua esperienza che ne vieni a capo.

    Ma su una cosa hai bisogno degli altri e devi essere irremovibile: pretendi di essere accolta e compresa nella tua stanchezza da chi ti ama e ti sta accanto, è fondamentale. Vivi giornate lunghe e ripetitive e meriti rispetto e vicinanza, proprio per ritrovare energia e motivazione.

    E adesso non aggiungo altro, altrimenti sembro davvero una vecchia impicciona.

    Mi sono tanto rivista in te.

    Un grosso abbraccio.

    Veronica.

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    Vacanze a Panarea con i bambini

    Quest’anno abbiamo pensato che per noi e i bambini l’ideale sarebbe stato una vacanza di mare e cultura, quindi nel Sud Italia.
    Prima tappa di questo viaggio la Sicilia, e più precisamente la meravigliosa Panarea, la più piccola delle Eolie. A seguire 4 giorni a Napoli e dintorni, di cui vi parlerò in un altro post.

    Panarea con i bambini

    Ci sono tanti motivi per cui scegliere una vacanza a Panarea:

    – le Eolie sono state inserite nel patrimonio UNESCO
    – Panarea è piccolissima (34 Km quadrati), per metà disabitata, non circolano le auto (solo quelle elettriche che si trovano sui campi da golf)
    – l’isola è un gioiellino di bellezze naturali: gli scogli che la circondano, le famose fumarole subacquee, la spiaggia di Cala Junco sono indimenticabili
    – pur nelle ridotte dimensioni dell’unico paesino, l’accoglienza è top per case, piccoli hotel di charme e ristoranti di pesce (ristorante preferito Paolino)

    Quando?

    Secondo noi è sempre il momento giusto per una vacanza a Panarea, ma meglio evitare agosto.

    Per vivere pienamente le Eolie ci vuole la barca?

    Sì, però è possibile anche fare come noi, scegliendo una base e facendo escursioni in giornata. Date le distanze, è tutto fattibile e molto piacevole.

    I must a Panarea:

    – il bagno a Cala Junco…

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    e a Cala del Morto

    Panarea con i bambini
    – l’escursione in barca intorno all’isola con lo snorkeling alle fumarole subacquee, la vista delle rovine del porto romano sommerso.

    Panarea con i bambini

    Gli scogli di origine lavica dalle geometrie impressionanti.

    Panarea con i bambini

    Panarea con i bambini

    – la fauna sottomarina, molto vivace. Noi personalmente tra le altre cose abbiamo avvistato tonnetti, lecce, ricci matita che di solito si vedono ai Tropici.

    Panarea con i bambini
    – la vista del mare dai resti del villaggio preistorico
    – le passeggiate in costa al tramonto, assaporando il profumo della vegetazione mediterranea e rigogliosa
    – l’aperitivo al Raja, su una meravigliosa terrazza affacciata sul panorama di Dattilo, Lisca Nera, Lisca Bianca e Bottaro.

    Per i bambini:
    – l’ambiente è estremamente rilassato, libero e privo di pericoli.

    Panarea con i bambini

    Oltre alle esperienze marine, vi è l’abitudine di incontrarsi tutti in piazza dalle 18,30. I bambini giocano a nascondino o pescano al bolentino mentre i genitori aprono la serata con l’aperitivo.
    – da Panarea è facile raggiungere Stromboli, ove regna un’atmosfera diversa, più lunare.

    Panarea con i bambini

    Le spiagge sono nere, se il vulcano è in attività si vede anche una striscia di lava illuminare la notte. Durante la nostra vacanza il vulcano è stato particolarmente tranquillo, ma la nuvoletta di fumo in cima alla montagna c’è sempre. Alle 18 iniziano i tour guidati fino all’Osservatorio sul vulcano (3 ore andata 3 ore ritorno, decidete voi in base alle vostre forze).

    Dove dormire:

    – le case di Panarea sono tutte in stile mediterraneo, bianche con le porte e le finestre azzurre, i pavimenti in maiolica, il patio ombreggiato con tavolo in muratura coperto di piastrelle colorate.

    Panarea con i bambini

    Panarea con i bambini

    Non sono esattamente economiche, ma la vacanza a Panarea è un’esperienza unica. Per i bambini alloggiare in una di queste casette è magico, li fa sentire particolarmente liberi ed inseriti nella natura. In generale le case hanno al massimo una/due camere da letto, più difficilmente tre. La scelta è tra una casa in paese, con la comodità di tutti i servizi vicini, e un alloggio in collina, leggermente più lontano ma con una vista meravigliosa.

     

    Come arrivare:

    – traghetto o aliscafo da Milazzo
    – aliscafo da Napoli (4 ore e mezzo)

    Noi abbiamo scelto di tornare su Napoli per proseguire lì la vacanza. Vi racconto tutto nel prossimo post …

    Panarea con i bambini

    Domande?  Chiedetemi,  proverò a rispondervi!

  • parent coach

    Cos’è il parent coaching e come aiuta i genitori in situazioni difficili

    Ho recentemente scoperto che un’amica che avevo perso di vista da un po’ di tempo, Silvia Vernaschi, ha iniziato a fare  un lavoro molto interessante per noi genitori: il parent coach. Molto incuriosita, ho pensato subito di farle un’intervista per il blog e capire insieme a chi mi legge di cosa si tratta.

    Silvia, cos’è esattamente il Parent Coaching? A chi si rivolge?

    Il parent coaching si rivolge a tutti i genitori che vogliono essere in forma per il lavoro più intenso, difficile ed importante del mondo. A tutti i genitori che vogliono vivere la loro realtà familiare ed il rapporto con i figli con più gioia e serenità.

    Si tratta di un processo che parte dalle difficoltà presenti nella realtà familiare o nella sfera emotiva della persona, e termina nel momento in cui il genitore si sente forte, consapevole, ha trovato le sue risposte ed iniziato a lavorare per costruire la realtà desiderata.

    Grazie al coaching, i genitori si riconnettono con le proprie risorse personali, esterne ed interne, e con i propri punti di forza. In pratica si mettono sul tavolo tutti gli strumenti a disposizione nella vita del cliente, e si riflette insieme su come usarli consapevolmente nei momenti difficili. È un esercizio che regala chiarezza e presenza di spirito.
    Come saprai, il coaching è una pratica molto diffusa nelle grandi aziende. È un processo energizzante che aiuta a vedere le difficoltà con occhi diversi.

    Perchè un genitore dovrebbe rivolgersi ad un parent coach? In che situazione?

    Ognuno di noi incontra difficoltà diverse in momenti diversi, e saper chiedere aiuto è importante, è saggio, è essenziale per non rimanere intrappolati in dinamiche che tolgono energie.
    Sappiamo tutti che il mestiere del genitore è il più difficile ed il più importante che ci sia: non ci sono vacanze, pause, e come tutti i lavori lo si può fare con passione, con impegno, con gioia.
    Ti dò qualche esempio concreto: famiglie expat che affrontano l’ennesimo trasloco che coinvolge anche i figli, e vogliono prepararsi ad affrontarlo al meglio, trasformando le sfide in opportunità. Madri stanche che vogliono trovare o ritrovare gioia nella maternità e condividere le pressioni esterne ed interne, per capire come arginarle.
    Genitori che vogliono crescere i propri figli con gioia ed entusiasmo, e  passare del tempo di qualità in famiglia. O genitori che vogliono sperimentare approcci diversi ed efficaci nella relazione con i figli.
    Genitori single che hanno bisogno di fare il punto, di capire che stanno facendo bene, o cosa cambiare, come fare a ritagliarsi tempo e spazio per una vita personale al di là dei figli.

    Ho aiutato una madre la cui figlia adolescente aveva un rapporto morboso e pericoloso con i social media, dei genitori che avevano perso il controllo rispetto a come, quando e quanto consentire l’uso di computer e ipad. Quando lavoro con un genitore o una coppia, si instaura una relazione costruttiva, basata sul rispetto e sull’ascolto. Ho lavorato con un padre che voleva fermarsi e prendere tempo per valutare quanto bene sta gestendo il rapporto delle sue figlie con l’alimentazione, le tecnologie e la motivazione intrinseca.

    Il coach pone domande che scatenano riflessione nei clienti, ascolta senza giudicare.

    Cosa differenzia un parent coach da uno psicologo?

    Un coach aiuta ad affrontare problemi  presenti, transitori o ricorrenti, che tutti noi ci troviamo a dover affrontare a momenti nella vita o nel lavoro o nella relazione con i figli. Il coach aiuta a prendere quello spazio e quel tempo che le nostre vite frenetiche spesso non ci regalano, per fare il punto e vedere la nostra realtà da prospettive diverse. Io cerco di scoprire i punti di forza di una persona che per diversi motivi può averli persi di vista.

    A volte il coach non è sufficiente per affrontare situazioni  che hanno origini più lontane, con radici più profonde. Nella mia esperienza le persone che sono pronte a regalarsi un percorso di coaching hanno già un altissimo livello di consapevolezza e conoscenza di se stessi. Durante il mio training, ho studiato a lungo come e quando consigliare ai clienti un aiuto diverso, uno psicologo o quant’altro. Non sono due ruoli in competizione, servono scopi diversi.

    Secondo te è meglio che un parent coach sia egli stesso genitore?

    Penso di sì. Penso che sia più semplice capire l’altro e relazionarsi con empatia.

    Come intervieni? Di persona e anche su web?

    Ho lavorato tantissimo via FaceTime e Skype, con due madri che lavorano full time e viaggiano frequentemente. Ho lavorato di persona con parecchi clienti. Funziona sempre e comunque molto bene. Chiaramente per le persone impegnate Facetime e skype sono una risorsa preziosa.

    Leggendo la tua bacheca su Facebook ho visto che ti sei certificata per insegnare mindfulness ai bambini dai 7 agli 11 anni. Di cosa si tratta?

    Mindulness è la mia grande passione. È la capacità di prestare attenzione al presente, intenzionalmente, accettando quello che succede e decidendo come relazionarcisi.

    Ho studiato il curriculum sviluppato negli Stati Uniti da MindfulSchools e quello sviluppato in UK da Mindfulness in Schools Project, per insegnare Mindfulness ai bambini dai 5 ai 12 anni. Sono programmi che hanno un potenziale pazzesco,  un pacchetto di tecniche per gestire relazioni personali e emozioni di cui dotare i bambini fin da giovane età. Si tratta di un insieme di esercizi per imparare a prestare attenzione con consapevolezza a quello che vogliamo, al di la delle distrazioni. Con la pratica, sono esercizi che favoriscono la capacità di concentrazione, in un mondo dove siamo tutti iper stimolati.
    Insegnare Mindfulness nelle scuole ha un potenziale rivoluzionario: si e’ capito che la scuola deve insegnare quegli skills che contribuiscono al benessere emotivo e mentale delle persona. La ricerca mostra chiaramente che il benessere emotivo si può’ coltivare, imparare, come suonare la chitarra: si tratta di imparare delle tecniche, e metterle in pratica con costanza.

    Perchè una scuola dovrebbe dotarsi di un esperto di mindfulness o insegnarla ai propri docenti di ruolo?

    Perché gli insegnanti sono esseri umani con le loro stanchezze, sfide, pregressi, difficoltà, vite personali: subiscono molte pressioni ed il loro ruolo e’ poco riconosciuto.

    Imparare tecniche per promuovere il proprio benessere e gestire la pressione e lo stress, e’ utile per tutti, specie per chi si relaziona con decine di bambini ogni giorno, contribuendo alla loro formazione emotiva, sociale e conoscitiva. Relazionarsi con gli allievi in modo consapevole cambia le dinamiche delle classi e rende il lavoro dell insegnante più piacevole e gestibile.

    Maestri sereni, bambini sereni. Genitori sereni, bambini sereni.

    Silvia Vernaschi ha una pagina Facebook tramite cui potete contattarla. Questa.

  • INCI leggere l'etichetta

    INCI, leggere l’etichetta delle creme solari

    Una cosa che ho imparato di recente è leggere l’etichetta delle creme cosmetiche, soprattutto nel caso siano i miei figli a doverle mettere. Mi riferisco in particolare alla creme solari, che sono essenziali per tutti ma specialmente per loro.

    Una volta mi bastava leggere il livello di protezione (spf 50+) e che fossero resistenti all’acqua. Poi usandole, come sarà successo anche a voi, ho visto che alcune creme non resistono granché oppure creano una patina non assorbibile di grasso sulla pelle. Questo dipende sicuramente dalla loro composizione e non sempre dalla marca più o meno nota.

    Da dove cominciare?

    1. Capire cos’è l’INCI

    L’INCI è la International Nomenclature of Cosmetic Ingredients, ovvero la nomenclatura internazionale che identifica tutti gli ingredienti di un prodotto cosmetico riportati sull’etichetta.

    2. In che ordine appaiono gli ingredienti

    L’ordine di apparizione degli ingredienti è in ordine decrescente di concentrazione fino ad un limite minimo dell’1%.

    In quasi tutti i prodotti cosmetici l’ingrediente principale è l’acqua ed infatti è spesso il primo in elenco. In Europa l’acqua è identificata con il suo nome latino Aqua.

    3. Le sostanze naturali sono sempre indicate con il loro nome latino.

    In particolare, il nome latino della pianta da cui derivano, seguito dal termine inglese che indica la parte della pianta utilizzata (root, leaf, fruit) ed infine dal tipo di prodotto (oil, extract, water). Per esempio: Origanum Majorana Leaf Oil.

    4. Nelle creme sono presenti sostanze strutturali come emollienti, emulsionanti o sostanze che conferiscono maggiore consistenza alla crema, in concentrazione superiore all’1%.

    Sono indicate in etichetta con il loro nome chimico corrispondente. Personalmente sono le sostanze che mi creano sempre dubbi, proprio perché non sono facilmente in grado di capire di che si tratta.

    Però, se ci fate caso, spesso una parte della loro denominazione è in latino, ciò che indica la loro parziale origine naturale. Per es. Sodium Hydroxide, idrossido di Sodio, a basse concentrazioni utile per regolare il ph della crema.

    Poi ci sono altre sostanze come la Vitamina A, la Vitamina E, che non sono facilmente riconoscibili, in quanto indicate rispettivamente con retinyl palimitate e tocopherol.

    5. Nella parte inferiore dell’etichetta di solito si trovano conservanti, colori e profumi in concentrazione inferiore all’1%.

    I conservanti sono indicati con il nome chimico, in modo che le persone allergiche possano identificarli più facilmente.

    I colori sono indicati con la sigla CI (Colour Index), seguita da un numero a 5 cifre per identificarne la tonalità.

    I profumi sono indicati con la dicitura europea “parfum” o americana “fragrance” e devono essere elencati anche i loro componenti aggiuntivi che siano potenzialmente allergizzanti.

    7. Nel dubbio consultare il Biodizionario, l’unico sito italiano in cui è possibile inserire il nome di una sostanza per capire a cosa serve. Tuttavia, la valutazione di ogni sostanza è soggetta alle opinioni di chi gestisce questo database, quindi secondo me deve avere un valore più consultivo che prescrittivo.

    8. Ciò che non spesso non si sa dei fattori di protezione

    Il valore SPF indica il rapporto tra radiazione solare filtrata e radiazione trasmessa alla pelle. SPF 30+ significa che passa 1/30 della radiazione (cioè il 3,3%), SPF 50+ 1/50 (il 2%), quindi la differenza è proprio minima.

    Sappiamo tutti che la crema va applicata prima di andare in spiaggia, in ogni caso 20 minuti prima di esporsi al sole, ma lo facciamo veramente?

    Inoltre i test di laboratorio sono eseguiti applicando 2 mg di prodotto per 2 cm quadrati di pelle, come dire un cucchiaino da caffè per ogni piccola porzione di pelle, per cui di crema bisognerebbe metterne proprio tanta. Se non lo facciamo la protezione è ovviamente inferiore.

    In questo momento sto usando i prodotti Laevia, una giovane azienda italiana, che produce creme con ingredienti naturali e testate su pelli sensibili, con un ottimo rapporto qualità/prezzo, garantito dalla vendita diretta senza costi aggiuntivi di distribuzione.

    creme ok

    Mi piacciono perché proteggono senza lasciare una patina di siliconi sulla pelle (quelli che poi vedi galleggiare a pelo d’acqua) e hanno un profumo di origano e maggiorana veramente fresco. La crema doposole ha lo stesso profumo, è nutriente ma idratante.

    Per voi che mi leggete c’è la possibilità di uno sconto del 10% sull’acquisto del kit solari valido fino al 31 luglio 2016 inserendo il codice “ESTATELAEVIA16”. Cliccate qui per utilizzarlo (spese spedizione gratuite).

     

  • finestra sul cortile

    Azzurro. La mia finestra sul cortile

    Quando ero piccola e finiva la scuola,  passavo lunghi periodi a casa di mia nonna, a Milano.

    Lei faceva i mestieri e io i fatti miei.  Che erano perlopiù trovarmi qualcosa da fare da sola, in quell’appartamento di città dove tutto sapeva di confortante abitudine e caffè Hag.

    È stato per tenere compagnia a me stessa che sono diventata lettrice insaziabile, presentatrice e conduttrice radiofonica immaginaria, direttrice d’orchestra con la penna Bic e suonatrice autodidatta di armonica a bocca. 

    La nonna non mi portava in giro, come fanno oggi le nonne moderne che sono sempre da Accesorize con le nipotine. Io mi sentivo un po’ sola e  dentro di me avevo la certezza che la vita fosse sempre da qualche altra parte, di sicuro non dove ero io.

    (Tra l’altro è una sensazione che spesso provo ancora oggi, da adulta. Che ci sia sempre qualcosa di più eccitante da scoprire e io possa restarne fuori.)

    Quando proprio non ne potevo più di stare chiusa dentro quelle quattro mura mi affacciavo al balcone che dava sul cortile.
    Il cortile era enorme,  comprendeva un intero isolato. Case costruite tra la fine degli anni Trenta e Cinquanta, un po’ severe, tutte con il loro affaccio interno, tanti piani e il portone a vetri.
    Stavo delle ore a scrutare i balconi, palazzo dopo palazzo, cercando di intuire la vita nascosta dietro le pesanti tende verdi da sole.
    C’erano i balconi tutti ordinati,  con l’armadio di metallo, i vasi con i gerani, qualche pezzo di carta argentata messa apposta per tenere lontani i piccioni.
    C’erano i balconi tristi, disadorni, abbandonati a se stessi, vuote pertinenze di case abitate solo la sera dopo il lavoro.
    C’erano balconi pieni di movimento: la pensionata che svelta stendeva i panni,  la porta finestra lasciata aperta da cui filtrava la voce di un telegiornale, il marito in canottiera che veniva a fumarsi una sigaretta dopo pranzo.

    Un giorno in un cassetto trovai un vecchio binocolo appartenuto a mio zio da piccolo. Da allora le mie incursioni solitarie non furono più le stesse.
    Iniziai a sbirciare i balconi più lontani, scoprendo sempre nuovi dettagli.
    Il movimento delle foglie degli alberi, per esempio, gli studenti fuori sede che suonavano la chitarra  (e che eco fantastica in giro per il cortile), scorci di cucine illuminate, schizzi di rubinetti e stoviglie nello scolapiatti, gatti invisibili ad occhio nudo.
    Quando mia nonna si accorse del mio passatempo mi sgridò: non si spiavano gli altri in casa propria!
    Io invece non capivo cosa stessi facendo di così sbagliato: erano gli altri ad offrirsi al mio sguardo.

    Finché un giorno un signore si accorse di me. Forse anche lui stava perlustrando annoiato l’andamento monotono del grande cortile. Fatto sta che mi guardò.
    E io mi sentii un po’ smascherata di un torto che non avevo commesso. Mi vergognai e corsi subito in casa a nascondermi.
    Giocai con il binocolo ancora un paio di volte, ma poi non lo feci più.

    Ieri sera ho riguardato “La Finestra sul Cortile” di Alfred Hitchcock con i miei figli ed è così che molti di questi ricordi sono riaffiorati.
    Lunghe estati calde e noiose in compagnia di nonni affettuosi ma poco coinvolgenti, giochi inesistenti tutti da inventare, la compagnia di me stessa come quella di una migliore amica. Il bisogno di spiare gli altri per interrompere la monotonia.

    Non avrei mai pensato che fossero proprio quei pomeriggi interminabili  – un po’ a perdere – ad insegnarmi a vivere la vita di oggi.  Solitaria, autogestita, automotivante.
    Con quella sensazione che la vita sia sempre da qualche altra parte, ora.

     

    Photo credit: Gianfranco Goria

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