La vita bella 27/01/2012
Posted by M di MS in Società.Tags: essere e apparire
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Ieri a Milano è successo un evento di cronaca che mi ha fatto aprire un cassetto della memoria chiuso da tanto tempo.
Il mio asilo era una scuola comunale modello per gli anni ’70, la Casa del Sole al Parco Trotter, nella oggi famigerata Via Padova a Milano. Dico famigerata perché si tratta di una strada lunghissima tanto da toccare la periferia, da sempre popolata dalle tipiche case di ringhiera lombarde. Ma non quelle glamour del centro, bensì quelle un po’ fatiscenti in cui oggi abitano in prevalenza extracomunitari.
Ai miei tempi ci abitavano i milanesoni e i “terroni”, come simpaticamente li definiva mia nonna, una brava donna – diciamo così – espressione culturale del suo tempo. La nonna, che io adoravo e ancora oggi è il ricordo più dolce della mia infanzia, parlava solo in dialetto, indossava scamiciati e girava in ciabatte. La ricordo sempre intenta a scopare casa e ballatoio e a riempire il frigo. Per la nonna infatti amare era dare da mangiare. Oggi pediatri e psicologi ci dicono che dobbiamo stare a dieta, ma a quei tempi il ricordo della guerra era ancora vivo e quindi avere del cibo in casa dava l’idea di non avere più alcun problema nella vita. Inutile dire che la dieta della nonna mi aveva causato un certo sovrappeso.
All’uscita dall’asilo veniva a prendermi il nonno, un signore burbero dai modi ruvidi, che mi teneva d’occhio pedalando la bicicletta in ferro più pesante del mondo. Mio nonno nella vita aveva fatto un po’ di tutto, ma aveva chiuso la “carriera” con una rivendita di carbone (nelle case di ringhiera non c’era il riscaldamento e bisognava avere la stufa), che si trovava proprio accanto al portone di casa. Durante le vacanze estive mi è accaduto spesso di trascorrere i pomeriggi in quel negozio, affacciata alla vetrina a guardare le persone di passaggio. Si fermavano varie amiche di mia nonna: la Sciura Teresina, la Sciura Bambina, la Sciura Regina…Naturalmente avevano tutte la permanente con il cachet azzurrino, la borsa della spesa in plastica a righe (oggi la chiameremmo “shopper”) e le immancabili ciabatte, che dovevano essere proprio comode.
Accompagnavo la nonna a fare la spesa dal pollivendolo a comprare gli “alet de pulaster”, cibo da gourmet, oppure dalla panettiera che aveva la mano di legno e indossava sempre un guanto nero (immaginate il fascino su me bambina). Frequentavo il bar sotto casa, principale centro di aggregazione dell’isolato, primo posto in cui mia nonna aveva annunciato la mia nascita urlando “L’é nasüda, l’é nasüda!”, nonché bisca clandestina notturna.
Il portinaio della casa di mia nonna era un signore di Napoli, che viveva in una specie di basso milanese, affacciato sul cortile. Giocavo con sua figlia, che un giorno mi ha detto che il papà era stato arrestato. Mia nonna aveva scosso la testa pronunciando il solito “terùn”. Io non capivo molto e non mi facevo domande. Io lì stavo bene e non mi accorgevo né della povertà delle case, che avevano il bagno sul ballatoio, né dello status degli abitanti, nonni compresi. Erano persone socievoli, tutti volevano bene a noi bambini. Al pomeriggio quando non sapevo cosa fare andavo a bussare alle porte delle amiche di mia nonna e chiedevo gli zuccherini. Le signore erano sempre tutte contente di vedermi e mi facevano tanti complimenti. Oggi pensate soltanto all’idea di mandare vostro figlio a suonare i campanelli in giro, senza un adulto.
In inverno stavamo tutti in cucina, che era l’unica stanza riscaldata da una grande stufa. Io mi divertivo a guardare la fiammella da un piccolo finestrino e mi era vietato toccare. Il nonno sopra la stufa scaldava il suo pane. Poi a mezzogiorno tutti a tavola, in silenzio, ad ascoltare il Gazzettino Padano alla radio e guai se aprivo bocca. Se il nonno doveva fare il bagno si tirava fuori un grande “mastellone”, in pratica un catino. Le abluzioni avvenivano in salotto e io restavo temporaneamente esiliata fuori di casa. Questa cosa mi faceva molto ridere.
Dai nonni stavo così bene che a volte la sera non volevo tornare a casa mia e allora dormivo sul divano letto in vera plastica, per altro prestigiosamente situato accanto ad un lavello di servizio, la prima cosa che si vedeva entrando in casa.
La cosa paradossale è che con i miei genitori abitavo in un condominio moderno, in un bell’appartamento pieno di tappeti, mobili in stile, quadri e conducevo una vita completamente diversa da quella della casa di ringhiera. Grazie al lavoro dei miei genitori ho frequentato ambienti e persone molto signorili, fatto grandi viaggi fin da piccola. Oggi più che mai sono convinta che la schizofrenia della mia educazione mi abbia dato tantissimo: la capacità di relazionarmi con chiunque e una grande spontaneità, un tratto del carattere che apprezzo molto negli altri.
La vicina di casa dei miei nonni era una sarta di abiti da sposa, che per ironia della sorte non si era mai sposata e viveva con la mamma. Si chiamava Fernanda. Mi voleva bene e mi insegnava l’uncinetto e la maglia, mi mostrava i cartamodelli, il gessetto, gli spilli, le imbastiture. Mi raccontava i grandi romanzi d’amore, tipo “Via col Vento”. Stavamo sedute sul ballatoio, io su uno sgabellino, innaffiavamo i suoi fiori, spiavamo i dirimpettai (d’estate la ringhiera è un luogo pubblico), mangiavamo il gelato.
Certe volte assistevo alle prove abito delle sue clienti. La mia preferita era una signora sui cinquanta che assomigliava a Nicoletta Orsomando. Era gentile e mi sorrideva sempre. Una sera d’inverno entro e lei mi prende le manine. Dice che sono fredde e me le vuole scaldare. Allora inizia a soffiarci dentro. Chiede: ”Ma tu abiti qui?” “No” – dice subito la Fernanda. “Lei abita in una bella casa, con i suoi genitori. Qui stanno i nonni.”. Probabilmente dovevo aver fatto un po’ tenerezza a quella signora, dovevo esserle sembrata un po’ bambina povera. Da allora venivo sempre a vedere le sue prove abiti.
Un giorno non è venuta più.
Allora la Fernanda mi ha detto che mentre andava in bicicletta la signora era stata tamponata da un’auto e non ce l’aveva fatta.
Si chiude il cerchio. Ecco perché questo fatto di cronaca, che vede protagonista una persona che non conosco ma ha il bel sorriso della signora gentile, mi ha fatto ricordare questo incontro della mia infanzia e la vita serena della casa di ringhiera. Naturalmente spero che l’esito dell’incidente sia diverso!
Scrivo queste cose un po’ per me, che sono una babbiona sentimentale, e forse un po’ per i miei figli, che fanno una vita così diversa, senza nonni in ciabatte e ballatoi da esplorare.







