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Liberiamo una ricetta ovvero single di ritorno e la sindrome del frigo semivuoto 31/01/2012

Posted by M di MS in Società.
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Le mie dieci lettrici (voglio vedere chi capisce questa citazione letteraria civettuola) mi hanno fatto notare che nel mio precedente post non mi sono soffermata a lungo sull’alimentazione della moglie di quello che non c’è mai. Verissimo e quindi ho deciso di rimediare.

La single di ritorno oscilla tra due stati d’animo: mangio sano e resto in forma vs mangio quello che mi fa godere e al diavolo bilancia e nutrizionisti.

Tendenzialmente la single di ritorno è più propensa a cedere a cena, quando cala la notte e il suo senso di colpa si cela nell’oscurità. E poi si sa che la sera fa freddo, fuori casa e a letto…

Pubblico quindi per le mie lettrici affezionate due perle del mio menu, certa di sorprenderle con la mia creatività :-D

E’ estate, vogliamo sentirci leggère. Orsù abbandoniamoci a cibi dall’aspetto light.

Un piattino di uova farcite: mi prendi l’ovine fresche, me le lessi (non fare casino, ricordati che devi metterle in acqua fredda e contare 5 minuti da quando bolle). Poi mi prendi il tuorlo e me lo lavori con la maionese (astenersi quella allo yogurt), l’acciughina e il cappero. Farcisci il tutto.

Ogni mezzo uovo 200 calorie, alla faccia del light.

E’ inverno, voglia di sapori forti. Tanto il tuo lui stasera non lo devi baciare, puoi quindi abbandonarti al temibile piatto di cipolle rosse, tonno e cannellini!!!

Le cipolle me le metti a bagno per un tot a tua scelta, le tagli sottili.

Butti nel piatto il tonno e i cannellini, annaffi con abbondante aceto balsamico.

 

Et voilà, un piattino tutto da godere rigorosamente a cellulare spento!

Il nostro sommelier consiglia caldamente una Menabrea ghiacciata per rumorosi apprezzamenti.

Che dite, con questo post sarò riuscita  a farmi accettare nel club delle blogger che sanno dispensare consigli e ricette? Ho i miei dubbi.

Però voglio lasciarvi con un pensiero: le storie sono per chi le ascolta, le ricette per chi le mangia. Queste ricette le regalo a un’amica. Non sono di mia proprietà, ma sono solo parte della mia quotidianità: per questo la lascio liberamente andare per il web.

Ci sarà qualcuno che se le piglia???

La vita bella 27/01/2012

Posted by M di MS in Società.
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fonte http://mmedia.kataweb.it/foto-utente/558802/case-di-ringhiera

Ieri a Milano è successo un evento di cronaca che mi ha fatto aprire un cassetto della memoria chiuso da tanto tempo.

Il mio asilo era una scuola comunale modello per gli anni ’70, la Casa del Sole al Parco Trotter, nella oggi famigerata Via Padova a Milano. Dico famigerata perché si tratta di una strada lunghissima tanto da toccare la periferia, da sempre popolata dalle tipiche case di ringhiera lombarde. Ma non quelle glamour del centro, bensì quelle un po’ fatiscenti in cui oggi abitano in prevalenza extracomunitari.

Ai miei tempi ci abitavano i milanesoni e i “terroni”, come simpaticamente li definiva mia nonna, una brava donna – diciamo così – espressione culturale del suo tempo. La nonna, che io adoravo e ancora oggi è il ricordo più dolce della mia infanzia, parlava solo in dialetto, indossava scamiciati e girava in ciabatte. La ricordo sempre intenta a scopare casa e ballatoio e a riempire il frigo. Per la nonna infatti amare era dare da mangiare. Oggi pediatri e psicologi ci dicono che dobbiamo stare a dieta, ma a quei tempi il ricordo della guerra era ancora vivo e quindi avere del cibo in casa dava l’idea di non avere più alcun problema nella vita. Inutile dire che la dieta della nonna mi aveva causato un certo sovrappeso.

All’uscita dall’asilo veniva a prendermi il nonno, un signore burbero dai modi ruvidi, che mi teneva d’occhio pedalando la bicicletta in ferro più pesante del mondo. Mio nonno nella vita aveva fatto un po’ di tutto, ma aveva chiuso la “carriera” con una rivendita di carbone (nelle case di ringhiera non c’era il riscaldamento e bisognava avere la stufa), che si trovava proprio accanto al portone di casa. Durante le vacanze estive mi è accaduto spesso di trascorrere i pomeriggi in quel negozio, affacciata alla vetrina a guardare le persone di passaggio. Si fermavano varie amiche di mia nonna: la Sciura Teresina, la Sciura Bambina, la Sciura Regina…Naturalmente avevano tutte la permanente con il cachet azzurrino, la borsa della spesa in plastica a righe (oggi la chiameremmo “shopper”) e le immancabili ciabatte, che dovevano essere proprio comode.

Accompagnavo la nonna a fare la spesa dal pollivendolo a comprare gli “alet de pulaster”, cibo da gourmet,  oppure dalla panettiera che aveva la mano di legno e indossava sempre un guanto nero (immaginate il fascino su me bambina). Frequentavo il bar sotto casa, principale centro di aggregazione dell’isolato, primo posto in cui mia nonna aveva annunciato la mia nascita urlando “L’é nasüda, l’é nasüda!”, nonché bisca clandestina notturna.

Il portinaio della casa di mia nonna era un signore di Napoli, che viveva in una specie di basso milanese, affacciato sul cortile. Giocavo con sua figlia, che un giorno mi ha detto che il papà era stato arrestato. Mia nonna aveva scosso la testa pronunciando il solito “terùn”. Io non capivo molto e non mi facevo domande. Io lì stavo bene e non mi accorgevo né della povertà delle case, che avevano il bagno sul ballatoio, né dello status degli abitanti, nonni compresi. Erano persone socievoli, tutti volevano bene a noi bambini. Al pomeriggio quando non sapevo cosa fare andavo a bussare alle porte delle amiche di mia nonna e chiedevo gli zuccherini. Le signore erano sempre tutte contente di vedermi e mi facevano tanti complimenti. Oggi pensate soltanto all’idea di mandare vostro figlio a suonare i campanelli in giro, senza un adulto.

In inverno stavamo tutti in cucina, che era l’unica stanza riscaldata da una grande stufa. Io mi divertivo a guardare la fiammella da un piccolo finestrino e mi era vietato toccare. Il nonno sopra la stufa scaldava il suo pane. Poi a mezzogiorno tutti a tavola, in silenzio, ad ascoltare il Gazzettino Padano alla radio e guai se aprivo bocca. Se il nonno doveva fare il bagno si tirava fuori un grande “mastellone”, in pratica un catino. Le abluzioni avvenivano in salotto e io restavo temporaneamente esiliata fuori di casa. Questa cosa mi faceva molto ridere.

Dai nonni stavo così bene che a volte la sera non volevo tornare a casa mia e allora dormivo sul divano letto in vera plastica, per altro prestigiosamente situato accanto ad un lavello di servizio, la prima cosa che si vedeva entrando in casa.

La cosa paradossale è che con i miei genitori abitavo in un condominio moderno, in un bell’appartamento pieno di tappeti, mobili in stile, quadri e conducevo una vita completamente diversa da quella della casa di ringhiera. Grazie al lavoro dei miei genitori ho frequentato ambienti e persone molto signorili, fatto grandi viaggi fin da piccola. Oggi più che mai sono convinta che la schizofrenia della mia educazione mi abbia dato tantissimo: la capacità di relazionarmi con chiunque e una grande spontaneità, un tratto del carattere che apprezzo molto negli altri.

La vicina di casa dei miei nonni era una sarta di abiti da sposa, che per ironia della sorte non si era mai sposata e viveva con la mamma. Si chiamava Fernanda. Mi voleva bene e mi insegnava l’uncinetto e la maglia, mi mostrava i cartamodelli, il gessetto, gli spilli, le imbastiture. Mi raccontava i grandi romanzi d’amore, tipo “Via col Vento”. Stavamo sedute sul ballatoio, io su uno sgabellino, innaffiavamo i suoi fiori, spiavamo i dirimpettai (d’estate la ringhiera è un luogo pubblico), mangiavamo il gelato.

Certe volte assistevo alle prove abito delle sue clienti. La mia preferita era una signora sui cinquanta che assomigliava a Nicoletta Orsomando. Era gentile e mi sorrideva sempre. Una sera d’inverno entro e lei mi prende le manine. Dice che sono fredde e me le vuole scaldare. Allora inizia a soffiarci dentro. Chiede: ”Ma tu abiti qui?” “No” – dice subito la Fernanda. “Lei abita in una bella casa, con i suoi genitori. Qui stanno i nonni.”. Probabilmente dovevo aver fatto un po’ tenerezza a quella signora, dovevo esserle sembrata un po’ bambina povera. Da allora venivo sempre a vedere le sue prove abiti.

Un giorno non è venuta più.

Allora la Fernanda mi ha detto che mentre andava in bicicletta la signora era stata tamponata da un’auto e non ce l’aveva fatta.

Si chiude il cerchio. Ecco perché questo fatto di cronaca, che vede protagonista una persona che non conosco ma ha il bel sorriso della signora gentile, mi ha fatto ricordare questo incontro della mia infanzia e la vita serena della casa di ringhiera. Naturalmente spero che l’esito dell’incidente sia diverso!

Scrivo queste cose un po’ per me, che sono una babbiona sentimentale, e forse un po’ per i miei figli, che fanno una vita così diversa, senza nonni in ciabatte e ballatoi da esplorare.

Single di ritorno e la sindrome del nido semi-pieno 24/01/2012

Posted by M di MS in Società.
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 La moglie di quello che è sempre in viaggio d’affari:

- Di notte mette l’allarme. Quando lui c’è no, perché lo vive come un attacco alla sua virilità

- Chatta su FB con le amiche fino a mezzanotte, poi non riesce più ad addormentarsi e si rigira nel letto fino alle due #motivo di insonnia n.1

- Mangia la Nutella al cucchiaio di fronte alla televisione sentendosi terribilmente in colpa e meditando su future attività sportive di smaltimento. Soffre di acidità #motivo di insonnia n.2

- Si sente autorizzata a sbriciolare nel letto mentre si soffoca di biscotti. L’ultimo e poi smetto #motivo di insonnia n.3

- Lascia il bucato steso tre giorni nel posto che lui detesta e poi smonta tutto di fretta quando sente la chiave che gira nella toppa

- Non fa il letto salvo cazziarlo quando lui non lo sistema come piace a lei

- Lascia il frigo vuoto, i vestiti a strati sulla poltrona e la tavoletta del wc sempre perfettamente chiusa

- Chiama la baby-sitter ed esce con le amiche

- Si incazza con l’amica che non può uscire perché il marito non c’è  e non sa a chi lasciare i bambini

- Abusa del suo tempo da single lasciandosi andare ad improvvidi acquisti on line di oggetti di design così cariiini

- Non prepara né manicaretti né primi succulenti e con sollievo ricicla il pane del giorno prima

- Mentre scalda i surgelati per i suoi figli pilucca in piedi, esagera con le acciughe, allora apre  due una lattina di birra e si abbandona a rumorosi rutti da camionista.

- Quando lui le telefona prima di cena deve mettere giù dopo un minuto perché sta bruciando il pesce oppure i figli si stanno picchiando di fronte alla televisione

- Quando lui le telefona a tarda ora risponde a monosillabi perché sta guardando qualche reality show tipo “Cerco casa disperatamente” o “Malattie imbarazzanti”. A volte a lui se ne accorge, a volte invece pensa che lei sia troppo stanca.

- Resta sveglia a leggere il suo libro appassionante sapendo di non disturbare nessuno con la luce accesa. Se il libro è un po’ romantico, sospira e sente la mancanza del suo lui, ma il lui fidanzato, quello che non aveva troppi pensieri per la testa.

- Di notte sogna che lei e il marito non sono sposati, anzi, nemmeno fidanzati e che lei lo deve riconquistare

- La mattina quando suona la sveglia allunga il piede nel letto e lo trova vuoto. Allora si ricorda che sono sposati ed era tutto un sogno.

- A colazione si trascina dietro due figli svogliati e recalcitranti. Quando finalmente li ha piazzati perpendicolari alle tazze e costretti a mangiare qualcosa, perde subito il conto dei biscotti del più ciccio e conviene che due paia di occhi sono meglio di uno.

- Ha una socialità ortodossa, in cui le mamme di scuola/karate/nuoto/pallacanestro/giardinetti svolgono un inquietante ruolo di primo piano

- Ha una socialità alternativa in cui le mamme blogger svolgono un inquietante ruolo di primissimo piano

- Smista la posta, va in banca, parla con il portiere, chiama il muratore, sente il dottore delle mutua, svuota la cantina, lava la macchina, fa la revisione, tratta con il commercialista, passa dalla tintoria. Sì, tutte le rotture di palle.

 Quando lui ritorna a casa:

- Il portiere lo chiama con il cognome della moglie. A Natale deve ricordarsi di non dargli la mancia!

- Lei gli corre incontro sulla porta, lo bacia con passione e poi gli indica la pila di roba da rammendare. Perché sì, lei non cuce.

- Lui deve ancora togliersi la giacca quando lei gli mostra i quadri da attaccare, i giocattoli da aggiustare, le bollette da pagare

- Lei gli racconta i fatti salienti dei figli, ma poi indugia sulle uscite serali con le amiche, lo stuzzica raccontandogli di quanti bei ragazzi si vedono nei locali la sera e poi – cacchio – si è dimenticata di comprare il pane fresco!

- A cena non vede l’ora di raccontarle le novità del viaggio, ma i due marmocchi continuano ad interrompere. Mmh, buoni questi ravioli. Deve averli comprati alla gastronomia…

- Mentre lei mette a letto i bambini, lui l’aspetta libidinoso nel talamo nuziale. Si infila sotto le coperte, ma..ehi, cosa sono queste sotto la schiena? Briciole?!

Muble muble, mentre la coppia si riunisce un sol pensiero li accomuna: urge una cena, da soli, in quel bel ristorante dove siamo andati quella volta…quella volta che abbiamo trovato del tempo per NOI.

E voi?

Volete continuare la lista?

Vi racconto la mia crociera 17/01/2012

Posted by M di MS in Società.
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In questi giorni la nostra attenzione è calamitata dalla vicenda dell’incredibile naufragio della Costa Concordia e in rete si sprecano i commenti non solo sulla disgrazia ma anche su che genere di vacanza sia la crociera e che tipi strani siano i crocieristi.

Perciò mi è venuta voglia di raccontarvi la mia esperienza su una nave Costa, proprio un anno fa, a Capodanno.

Innanzitutto, perché una crociera?

Io e Marito non siamo abituati alle vacanze organizzate e abbiamo fatto molti viaggi esotici prima di avere figli.

Poi però succede che arrivano loro, sono ancora piccoli, la tua mobilità inizia a diventare molto limitata, tu mamma sei sempre lì a spignattare e sistemare le varie case-vacanze e ti viene un gran voglia di trattarti bene. Stare al caldo in inverno, per esempio, vedere delle belle spiagge, trovare tutto pronto, avere un pediatra sempre a disposizione, non fare per una volta le vacanze intelligenti, ma vivere il tuo cinepanettone. Scattano allora le varie opzioni esotiche e la crociera è quella più conveniente.

Non abbiamo certo pensato che in crociera avremmo visitato bene alcune località caraibiche, ma non si parla mica di città d’arte, per le quali sicuramente la formula da scegliere è un’altra.

Dunque, ci siamo lasciati vivere per una settimana ai Caraibi, con la sola preoccupazione di divertirci e non ingrassare troppo. Per i bambini la crociera è l’equivalente di Disneyland: le sale, gli ascensori megagalattici, il toboga, le piscine e la jacuzzi, lo spettacolo di ballerine e cantanti tutte le sere. Anche solo vivere sulla nave, in cabina, per loro è un’esperienza indimenticabile.

E noi adulti?

Quando ti trovi davanti alla Costa Mediterranea il primo sentimento è di ammirazione. Per chi l’ha progettata e costruita, per chi la muove e la fa vivere. E ti senti incredulo, ti chiedi come può stare a galla questa enormità.

Praticamente il 50% della crociera sta in questo: esplorare la nave, visitarne ogni anfratto accessibile, meravigliarsi degli allestimenti, anche dei più kitsch (ma con tutti i soldi che hanno speso dovevano proprio metterci queste statue orrende?), contare il numero delle piscine, delle palestre, delle sale giochi, dei ristoranti.

La prima giornata la trascorri cercando di ricordare la strada per tornare alla tua cabina senza perderti e a fissare al polso dei tuoi figli l’apposito braccialetto identificativo che dovrebbe restituirteli in caso di smarrimento. La tua sopravvivenza è anche legata all’immediata identificazione del Punto di Incontro, che è un ampio salone in cui ci si dà appuntamento per partire in gita. Di solito nell’attesa ci lasci il golfino che ti avrebbe salvato dall’aria condizionata. Troppo tardi, siamo già in pullman.

Subito scopri che in crociera più che un ospite sei una CARD. Questa non solo funge da documento identificativo (ti fotografano mentre stai ancora sulla passerella, a un metro dal metal detector), ma è lo strumento che ti consente di ESISTERE. Con la card apri la tua cabina, prenoti la gita, compri l’acqua minerale, giochi al casino, fai acquisti nelle boutique. Voi capite benissimo che la funzione della card è quella di farti spendere senza accorgertene; mi è giunta voce di ospiti insolventi trattenuti a fine crociera per uno stage in sala macchine :-D

Il resto del 50% delle emozioni da crociera è realisticamente composto da un 25% di attenzione per le località che si visitano ad ogni attracco e un 25% di smania per il CIBO. Ecco, lo scrivo a caratteri cubitali, così si capisce meglio perché dico che guardando la nave pensavo alla cacca.

Sì, mi immaginavo le enormi quantità di alimenti che 24 ore su 24 venivano prodotte nelle cucine del vascello per alimentare quasi forzosamente 3.500 ospiti. E quindi mi immaginavo 3.500 esofagi, intestini e sciacquoni tirati all’unisono per una settimana, lasciando nella scia della nave rifiuti organici poi divorati da pesci oversize.

Sulla nave ci sono tanti ristoranti, pizzerie, bar lato piscina. La cosa bella di stare in piscina è che si mangia e beve in continuazione senza mostrare continuamente il braccialetto di palline al barista, come si fa in ogni villaggio che si rispetti. Ciò ti dà l’illusione di vivere nel paese di bengodi. Quando finalmente sei sazio ti alzi e te ne vai perché ti accorgi che quelli che ti circondano non ti piacciono e ti sembrano tutti un po’ troppo rumorosi.

Il secondo giorno sei giustamente precettato per l’esercitazione di sicurezza – ahimè di grande attualità. Consiste nell’obbedire alle istruzioni dell’altoparlante e capire dove si trova il tuo punto di raccolta. Tutti obbediscono con un misto di fastidio (uffa, andiamo in gita!) e curiosità scaramantica.

Ma soprattutto è il giorno in cui conosci LUI, colui che decide della tua vita in crociera. Non è il Capitano, bensì il Direttore di Crociera. Il nostro era un signore piacente ed estremamente distinto, dotato di un’energia ed un sorriso ammirevoli. Guardandolo non potevo evitare di chiedermi cosa gli passasse veramente per la testa mentre cercava di far sentire unici quei 3.500 turisti così uguali a quelli della settimana prima e della settimana dopo. La peculiarità del Direttore di Crociera è che dice tutto in 4 lingue con pronuncia perfetta, impiegando quindi 4 volte tanto per comunicare qualsiasi notizia. Il meglio di sé lo dà gestendo noi pecoroni all’imbarco e allo sbarco – perché anche questi momenti sono un po’ spettacolarizzati e quindi si svolgono nel grande teatro – e poi presentando gli show serali. Dopo cena puoi andare in uno dei numerosi bar, in discoteca oppure a teatro. C’è sempre uno spettacolo che ti aspetta, di norma uno veramente bello, per es. quello dell’illusionista, gli altri più di routine.

Meno male che non ho snobbato lo spettacolo più rétro di tutti, quello con la presentazione degli ufficiali dell’equipaggio (prete compreso!), che mi ha fatto sentire veramente babbiona tra i babbioni. Infatti, è stato solo così che ho visto in faccia la Commissaria di Bordo a cui poi, incontrandola per caso, ho potuto fare un bel reclamo. Ma questa è un’altra storia.

Finalmente cominciano le visite a terra. Lì dipende tutto dal paese in cui ti trovi. Se sei in Europa o in paesi in cui sai di poterti muovere in autonomia, è sempre meglio il fai da te. Le gite infatti sono costosissime e non sempre all’altezza. Io mi sono trovata anche da sola con bambini piccoli in luoghi poco ospitali e ho preferito appoggiarmi all’organizzazione finendo con lo spendere veramente troppo.

Il trucco per una crociera riuscita è quindi collegarsi al sito della compagnia con largo anticipo. Infatti da lì è possibile acquistare il viaggio con uno sconto maggiore, scegliere la cabina, prenotare le gite più richieste prima dell’imbarco oppure studiarsele bene per il successivo fai da te.

Ma quando ti abitui a tutto questo tourbillon e ti inserisci nella vita organizzata della crociera inizia un pensiero di sottofondo con domande a cui riuscirai a rispondere solo in parte.

La nostra cameriera cinese dove dorme? E a fine vacanza riuscirai forse ad intuire che dorme al tuo piano, in una cabina nascosta e senza finestre, proprio dietro quella che sembra una parete ma non lo è.

Chi sono tutte queste persone che lavorano sulla nave? Da dove vengono? Sono single o sposati? Hanno figli e quando li vedono? Quanto guadagnano? Amano la vita che fanno?

In linea di massima si capisce che quasi tutto il personale di contatto con i turisti è italiano e parla ovviamente molte lingue. I capocamerieri sono italiani di una certa età, i camerieri e i baristi sono filippini, anche le cameriere al piano sono asiatiche. Immagino che gestire questa massa di personale sia estremamente impegnativo.

Anche io come altri mi sono sentita vagamente a disagio di fronte agli addetti alle mansioni più umili, ma credo sia un falso problema. Penso che il lavoro in nave sia più serio e legale di tanti altri, spero in un trattamento equo. Del resto tutti i lavori sono necessari e hanno una loro dignità se svolti in quadro di rispetto dei diritti.

Oggi ci troviamo di fronte ad una nave affondata.

Consiglierei la crociera?

Certo che sì, oso sperare che ci siano capitani dotati di ben altra professionalità.

Penso che la crociera sia una vacanza adatta a persone poco avventurose, non in grado di gestire da sole un viaggio, desiderose di godere di tutti i comfort, anziani e famiglie su tutti. Personalmente non ho usato il mini club perché preferisco stare con i bambini, ma esiste anche questa possibilità. Per i genitori di adolescenti poi la nave è una manna: i ragazzi girano in gruppo, si divertono a tutte le ore, senza alcun pericolo.

La vacanza in crociera non è certo il modo migliore di conoscere un posto. E’ una sospensione dalla realtà in un mondo che non esiste, una bolla di sapone in cui voli per una settimana. Fino a pochi giorni fa avrei detto che questa pubblicità ha un fondo di verità.

Non è il supermarket dell’amore 13/01/2012

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Oggi vi propongo un argomento delicato, perché si fa presto a dire “beneficenza”, ma secondo me non tutte le iniziative, pure se lodevoli, sono uguali. E non ne faccio una questione di soldi.

Mi ferma l’ennesima ragazza con la pettorina arancione. Sono di buonumore e mi lascio fermare, pentendomene quasi subito. La ragazza si esprime bene, ha uno sguardo intelligente, si impegna, si presenta molto meglio di altri suoi colleghi che mi è accaduto di incontrare.

Prende il fiato e quasi in apnea mi spiega il concetto di adozione a distanza, contributo mensile, costo di 80 centesimi al giorno, corrispondenza mensile tra l’adottato e l’adottante. Mi mostra la foto di una bellissima adolescente brasiliana, di famiglia numerosa ed indigente.

Aderisco? La facciamo questa bella adozione a distanza?

Ora.

Siamo in mezzo alla strada, nel traffico e nel casino. Ho un calo degli zuccheri. Già che ci siamo mentre la ragazza mi parla arriva un rom con la mano tesa e io mi innervosisco.

No, non la faccio l’adozione a distanza. E non perché io sia contraria.

E’ che non siamo al supermercato dell’adozione a distanza. Guardo la foto della ragazza: bella, sorridente, positiva. Le avranno detto di fare un bel sorriso così qualcuno “la compra”. Provo imbarazzo per lei e per me.

E’ che non penso siano decisioni che uno debba prendere tra lo shopping dei saldi e il pranzo. Non stiamo parlando di una donazione impersonale, un atto di beneficenza una tantum, un regalare abiti, soldi. Si tratta di regalare un pensiero costante, un pensiero di amore e solidarietà a questa ragazza sconosciuta.

Non è che l’interesse per lei mi arriva in cinque minuti di stop nel traffico di Milano, non funziona così.

Magari vorrei parlarne a mio marito, magari vorrei coinvolgere i miei figli, spiegare loro cos’è l’adozione a distanza, renderli partecipi affinché questo diventi un progetto nostro, di famiglia, educativo.

Magari preferisco adottare “in vicinanza” qualche famiglia o bambino italiano.

Magari a me l’adozione a distanza non interessa, mi impegna troppo. Faccio altro nei modi che ritengo io.

E invece la ragazza mi guarda in cagnesco, mi dice che sono la prima a risponderle così. Chi lo sa, magari sono l’unica che le ha dato retta.

E nel frattempo rifletto anche sulle nuove occupazioni dei nostri giovani, tra cui il “Fund raiser” che spicca per onnipresenza nelle nostre piazze. Penso a che lavoro frustante sia: fronteggiare l’indifferenza dei passanti e magari pure qualche sofista come me.

Memorie di una patata 10/01/2012

Posted by M di MS in Società.
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Di ritorno da una ritemprante vacanza in montagna i ricordi più vividi riguardano le lunghe ed avventurose discese in bob attraverso i boschi, le arrampicate, le camminate nel bianco latte di una tormenta di neve, le sfide a palle di neve e monosci.

I bambini ridevano e si lanciavano, senza timore.

Quanto conta la complicità con i genitori nell’affrontare con entusiasmo le prime piccole avventure?

Saper giocare e buttarsi, spronare i figli a superare le paure con un esempio positivo, senza umiliarli, fare le cose INSIEME a loro. E’ fondamentale e per me è una rivincita.

Da piccola ero una patatona e la cosa mi veniva ricordata ad ogni piè sospinto. Era un’ingiustizia di cui allora non ero consapevole, visto che i miei genitori non praticavano alcuno sport ed in ogni caso non riuscivano a trasmettermi il senso del divertimento, bensì del dovere. Lo sport come una cosa che DOVEVO fare perché ero robusta e pigra, un obbligo.

La vera botta all’autostima sono stati gli anni di ginnastica artistica. Immaginate una bambina 10 centimetri più alta e 10 chili più pesante delle coetanee indossare un body aderente di lycra e cercare di fare una ruota aggraziata. Una tragedia, mi prendevano pure in giro. Pensate come mi sentissi insicura. Ancora oggi credo che la mia poca voglia di competere derivi da questa esperienza. Mia madre non capiva, io piangevo, ma a lei faceva comodo che la sua bambina facesse un’attività sportiva nell’orario di scuola, senza troppi sbattimenti logistici. E poi dovevo dimagrire. Mi sentivo in colpa.

Nella vita adulta ho continuato con lo sport, ma in modo anafettivo, come fanno di solito le donne che si guardano la cellulite allo specchio.

Poi un giorno, a 30 anni, ho scoperto che mi piaceva nuotare. Ho mollato la palestra e ho iniziato ad impegnarmi volentieri. Lo so che per molti le vasche sono il massimo della noia, invece a me danno soddisfazione e vi garantisco che i risultati si vedono. Trovare uno sport adatto al proprio fisico è essenziale per riuscire e non sentirsi degli incapaci.

Perciò ora che sono mamma prendo molto sul serio la scelta dello sport per i miei figli. Non voglio fare danni. Siamo mente e corpo, prendere coscienza delle proprie forze fisiche aiuta anche lo spirito e l’atteggiamento nei confronti degli altri.

Avere un figlio atletico mi riempie di orgoglio. Magari tutti i maschi sono così, mica lo so io. Però che bello vivere le sue piccole imprese sportive, vederlo così disinvolto. Invece con la femmina sono in crisi. La vedo bella, ma robusta. Le amiche fanno tutte danza, so che a lei piacerebbe, ma temo possa subire le umiliazioni che ho vissuto io, non sarà mai una silfide…Cosa faccio?!

Più in generale non credo tanto nello sport praticato una settimana all’anno, ma nello stile di vita, che è più istruttivo. Usare poco la macchina, andare a piedi, cercare occasioni per muoversi.

Voglio pensare di essere una mamma che offre il buon esempio – ora che non sono più la vecchia patatona.