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Quello che non riesco a dire 19/09/2010

Posted by M di MS in Società.
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Era la prof. di greco e latino della sezione A del mio liceo classico. Aveva la fama di essere una dura. Non regalava facilmente sorrisi e non sapevi mai cosa pensasse finchè non apriva bocca. Le versioni del compito in classe tornavano indietro piene di sottolineature in rosso e blu (ed erano quest’ultime che incidevano sul voto).

Portava un caschetto nero, severo, e in inverno un cappotto rosso un po’ demodé. Ma quando spiegava Tacito o Cicerone ci avvinceva tutti come una domatrice con la sua frusta. Per un attimo non eravamo più in quell’aula di liceo, ma nel I secolo D.C. In un aula di Senato. Non concedeva nulla dunque, ma aveva azzeccato il tema della maturità (il teatro greco) ed eravamo preparatissimi. Sono certa che se quell’anno fosse stata il nostro membro interno le cose sarebbero andate meglio per molti di noi.

Non era solo una prof. Era un esempio senza volerlo minimamente essere. Non ci inculcava valori morali, ma si mostrava sobria ed efficace, dura ma di quella durezza che assomiglia più alla riservatezza che alla freddezza. Anch’io ero una dura (una finta dura) e sentivo di avere qualcosa in comune con lei.

Ci piacevamo ma non mi faceva sconti. Una volta a ricreazione, leggendo il giornale, chiesi se qualcuno voleva venire a vedere “Indiana Jones” con me e lei ne rimase scandalizzata. Ciò, incredibilmente, scatenò un dibattito con la prof. di filosofia che affermava la necessità dell’intellettuale M di MS di” vivere momenti di aggregazione con il gruppo”.

Una mattina vado a scuola e mi spediscono a fare un’intervista con una giornalista che poi sarebbe diventata famosa e che stava facendo una ricerca sulle ragazze dell’epoca. Ricordo una conversazione di un’oretta sui modelli femminili e che a domanda diretta avevo risposto che quella prof. era tra le persone che apprezzavo.

Un paio d’anni dopo io e qualche ex compagno, ormai universitari disinibiti, ci siamo nascosti tra i banchi dei suoi studenti per farle uno scherzo. Era tremendamente assorta proprio come ce la ricordavamo: non si era accorta di nulla. Solo ad un certo punto, quando stava per interrogare un mio compagno al posto del legittimo occupante del banco, è rimasta a bocca aperta e finalmente la classe dei liceali ha potuto sciogliersi in una grassa risata. Per quel giorno la lezione era finita e via con le chiacchiere.

Sono passati tanti anni. Adesso frequento i giardinetti del mio quartiere con i miei figli. Un quartiere lontano dalla scuola e dalla casa in cui sono nata. E me la ritrovo lì, con il suo caschetto nero, il cappotto demodé e l’aria da dura. Che si schiude però in un sorriso pieno di curiosità. La chiamo sempre “Prof” ma oggi è solo una nonna. Chiacchieriamo intensamente ed intanto suo marito gioca con il mio bambino. Mi fa delle confidenze e io a lei.

Qualche volta scambio due parole con sua nuora. Un giorno mi ha obbligato a fare l’imitazione dell suocera! Ero un po’ arrugginita, ma forse mantengo un po’ del mio smalto, visto che si sganasciava dalla risate.

Mi fa sempre piacere incontrare la mia Prof., provo una contentezza pudica, un’emotività trattenuta.

Vorrei tanto dirle, ma non ci riesco, che per i professori noi studenti siamo tanti, gli anni passano e loro finiscono con il dimenticarsi di noi. E invece loro per noi restano unici, nel bene e nel male. In qualche modo indimenticabili.

Ringrazio Aule in Tempesta che mi ha fatto scrivere di getto questo post.

Magna Romagna 13/09/2010

Posted by M di MS in Società.
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- Nooo, veramente vai a Milano Marittima?! – mi chiede estasiato il mio parrucchiere Nicô (da leggere con la “o” chiusa alla barese)

- Sì, vado con i bambini perchè quest’anno ho l’inserimento a fine settembre e proprio non so che fare a Milano. Sarà una cosa tranquilla, per famiglie.

- Ma a Milano Marittima c’è il Papeete. Che bello! Si balla tutto il giorno e poi ci sono tutte le veline e i calciatori. Guarda, questi qui della foto su Novella che stai leggendo…

- …

Con queste premesse sono andata con i bambini per una settimana e M.M., dove non ho furoreggiato per discoteche bensì per sale giochi, ricavandone alcune interessanti conclusioni sociologiche.

  • “Romagna mia Romagna in fiore” non è solo un luogo dello spirito ma anche del corpo. Una lunga distesa piatta popolata da prati, acquitrini e pinete che d’un tratto diventano una massa ipercostruita di case, alberghi, negozietti, bagni.
  • L’ospitalità romagnola è un mito intramontabile. Non essendo provvisti di un mare trasparente come nelle Cinque Terre, da decenni gli albergatori hanno puntato su gentilezza, convenienza, cibo e comfort (difatti i colleghi liguri cercano di essere il più possibile cari ed inospitali, ché le bellezze del posto si devono sudare mica vengono a gratis).
  • Il risciò è vivo e lotta insieme a noi. Per 9 euro l’ora hai la soddisfazione di sudare a quattro ruote svicolando tra le macchine ma almeno smaltendo le lasagne della pensione.
  • L’opzione “tutto compreso” comprende proprio tutto: oltre ai pasti i free drink al bar dell’albergo e della spiaggia. Senza accorgertene ti trovi in un vortice di perdizione:“Mangia, mangia che è tutto pagato!” Entri nella sala ristorante e subito resti intrappolato nella palude degli antipasti (fritti all’italiana, piadine, pizze e chi più ne ha più ne metta). Primo, secondo, dolce, caffè e ammazzacaffè.
  • Come famiglia con figli eravamo giustamente reclusi nel braccio cieco della sala da pranzo, circondati da altri carcerati come noi con il corollario di urla, seggioloni, macchie di sugo. Gli ospiti più socialmente accettabili, cioè quelli senza figli, si godevano la vista del mare dagli ampi finestroni nonché la vicinanza al buffet.
  • Il proprietario dell’albergo, erede di una dinastia romagnola di albergatori, aveva un’idea forse un po’ forzata di ospitalità. Per creare un’atmosfera casalinga la prima sera si è avvicinato al nostro tavolo e di sua iniziativa ha iniziato ad imboccare Buddina, soffiando sul cucchiaio. “Signora, non si preoccupi, sono sanissimo”. Più in generale, all’ora di cena planava sui tavoli declamando a memoria i nomi di tutti i bambini e fingendo interesse per il loro appetito. Appena rispondevi alle domande si girava dall’altra parte. Con linguaggio markettaro direi: abile nella penetrazione del mercato, meno nella retention. Mitica la serata in cui ha apostrofato Marito con “Come sta il nonno?”. E’ sceso il gelo. Essendo poi l’unica serata di Marito all’albergo potete immaginare che valutazione ne abbia dato!


  • Il liscio: in Romagna non si può non ballare il liscio, ma con un occhio alla modernità. Nella serata di danze prevista dal nostro pacchetto il liscio c’era eccome, ma ha visto coinvolte non più di 3 o 4 coppie agées, mentre tutti si sono scatenati con la vecchia cara disco music. Vorrei poter dire che è solo un problema di liscio, invece la verità è che non sappiamo più ballare i balli di coppia. Più balli di coppia meno fantasie extraconiugali, così la penso io!


  • I tedeschi. Glom, ho un nodo alla gola. Quelli di M.M. Non sono proprio i krukki che si trovano a Bibione o a Jesolo, per intenderci la Birkenstock a torso nudo non si vede. Però certe pance…Avranno pensato che sono una gerontofila, con un interesse perverso per gli anziani: a volte mi fissavo su certe pance così sferiche, così perfettamente rotonde che manco Giotto a mano libera. In natura queste proporzioni sono rare. Però a dire la verità il nostro vicino di tavolo turbava alquanto me e Nonna Beat: sui quaranta, strafigo lui, strafiga la moglie, quattro figli. Quattro figli? Li avreste fatti anche voi.
  • Il Paese dei Balocchi. Niente più della Romagna si avvicina alla descrizione del Bengodi di Collodi. Giostre, giostrine, giochi in spiaggia, animazione, parchi, negozietti pieni di cianfrusaglie…I primi due giorni cerchi disperatamente di resistere. Dal terzo l’etica del risparmio vacilla e con la scusa dei bambini sali sulle macchinine pure tu.
  • La spiaggia di sabbia è un toccasana per i genitori. Scioccante per una abituata ai sassi della Liguria. Ho provato l’ebbrezza di stravaccarmi su di un lettino mentre Fagio giocava tranquillamente - da solo – ai miei piedi. La sabbia risolve i momenti morti, la sabbia è feng shui. Peccato che abbia piovuto tutti i giorni, quindi la frequentazione della spiaggia è stata discontinua.

In conclusione: una vacanza basata sul puro relax.

Dopo due giorni volevo fuggire.

Ma non per colpa dell’albergo o del posto. E’ che a non fare niente tutto il giorno mi annoio, non sono più abituata! Dai bambini, che l’anno prossimo organizziamo un bel viaggio on the road!

Certo, se penso a quel che mi sono persa della M. M. by night…

Bolle di sapone 08/09/2010

Posted by M di MS in Società.
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E’ da luglio che non scrivo sul blog e ho ricevuto qualche tiratina d’orecchio.

Oh, non che non ci siamo cose da raccontare.

E’ che in questa lunga estate – forse troppo – mi trovo a vivere come in una bolla sospesa nel tempo, lontana dalla vita di tutti i giorni e lontana soprattutto dalle abitudini, proprio come lo scrivere qui sopra. Mi sento asincrona con il resto del mondo. So che tra poco ricomincerò in modo pressante e contemporaneamente mi sento una privilegiata e me la godo. Anzi, più mi avvicino ai 40 più mi sento egoista e goduriosa, senza sensi di colpa.

Dopo un inverno-primavera trascorsi a vivere attivamente la rete, anche ricominciando a lavorare, piena di idee ed entusiasmo, mi sono scoperta un po’ stanca ed esaurita. Ho preferito lasciarmi vivere senza troppi pensieri ed esistere un po’ meno sul web. Anzi, mi sono ricordata che basta spegnere il pc per non esistere più per un sacco di persone, il che è sempre molto salutare (soprattutto in questi tempi recenti, in cui ho la sensazione che si aprano i blog solo per diventare personaggi da award e collezionare amici su FB. Sbadiglio.).

Ma veniamo alla fredda cronaca.

Sono sparita per trascorrere le vacanze con i miei figli. Inventarmi giochi, fare bagni in piscina, insegnare loro a nuotare, frequentare la baby dance e i giardinetti di tutto il Nord Italia, ma anche vestirli, lavarli, smerdarli. Faccio parte della schiera non così sparuta delle “spesate a Rapallo”, anche se sono stata altrove ed ora mi trovo a Milano Marittima per il gran finale con fuochi d’artificio, un momento pregno di significati “sociologgici” a cui sarebbe carino dedicare il prossimo post ;)

Ad agosto ho incontrato diverse blogger con le loro famiglie e simpatici figlioletti, il che spiega in parte perchè ho latitato dal blog, appagata comunque di socialità web generated.

E’ stata un’estate in cui ho scoperto un sacco di cose:

- anche se propini a tua figlia duenne tutti i giochi da maschio del fratello, nulla accenderà il suo sguardo più di una Barbie pettoruta, con i lunghi capelli biondi, gli occhi sgranati e le gambe senza cellulite. Ho anche scoperto che alle Barbie di oggi hanno messo le mutande (le mie, più disinibite, eravamo negli anni ’70, non le portavano!)

- che i figli in vacanza diventano mammoni, capricciosi e competitivi per giochi e spazio-mamma. Anche se non hanno mai pianto mezza volta durante l’inserimento al nido e la mattina quasi non ti salutano sulla porta di scuola.

- che già oggi ho la chiara sensazione che mia figlia, essendo un concentrato di volontà e carattere, troverà la sua strada nella vita. Mentre il fratello è creativo e sensibile, ma fluttua nel vento come un fuscello.

- che se tuo marito arriva troppo scarico o malato nel week-end per te è finita. Aspetti tutta la settimana per condividere la responsabilità emotiva e materiale dei figli e lui non riesce ad alzarsi dal letto nemmeno per un brodino. Ciò innesca fantasie sessuali sul bagnino e amari amarcord sbirciando le adolescenti della piscina, così libere e indipendenti. Oh, nulla che non possa andare a posto con un buon antibiotico.

- che quando i tuoi bambini vanno d’accordo e riescono a giocare bene insieme il tempo vola via allegramente. E anch’io mi sento molto felice.

- che una buona biblioteca in un posto di montagna sfigato può decisamente dare un twist alla vacanza. Ed è bello andarci con i bambini, visto che c’è una sala tutta per loro.

- che sto iniziando a trattare mia madre come lei tratta mia nonna.

- che c’è un tempo per tutto. Che si è mamme tutta la vita, mogli felici si spera per altrettanto e ragazze per sempre. Anzi, più cresco e più mi sembra di dover ancora crescere.