Una volta ero una manager. Poi ho fatto solo la mamma. Adesso per lavorare mi basta un pc.
Non sto piu' dietro ad una scrivania ma mi sento piu' viva ed interessante di prima.

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Ho il Folletto ma ho provato il nuovo Dyson DC52. E vi dico che…

Mi è arrivato a casa un regalo. Questo.

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Il Dyson DC52 Animal Turbine.

Non so voi, ma a me un aspirapolvere che si chiama così mi scatena tutto un istinto selvaggio verso le pulizie.
E’ il top di gamma della Dyson, appena uscito in Italia, la killer application degli aspirapolveri, in grado di eliminare i peli di qualsiasi animale domestico dalla vostra poltrona preferita. Ma a casa mia sarà utilissimo per raccogliere qualcosa di peggio, i miei lunghi capelli decolorati.

Perché ho accettato di fare questa prova prodotto? Solitamente non ne faccio qui sul blog.
Molto semplice: perché ho sposato un ingegnere.

Ora, mi sembra di vedere la faccia delle lettrici che hanno fatto la mia stessa scelta: un sorrisetto di solidarietà e comprensione.
Infatti, l’Ing. James Dyson, l’inventore di questo ed altri prodotti avveniristici, è un mito per tutti i colleghi. Per darvi un’idea, è uno che nel 1978, insoddisfatto delle prestazioni del suo aspirapolvere, se ne è inventato e brevettato uno tutto suo, di nuova generazione, basato sulla tecnologia dei cicloni  “Dyson Cinetic™”. (Questo fatto che un uomo sia insoddisfatto delle prestazioni del proprio aspirapolvere è commovente, lasciatemelo dire.) Esattamente come vostro marito ingegnere, che quando cambia le pile a Cicciobello critica la progettazione dello sportello e vi spiega dove hanno sbagliato i cinesi nel farlo. Qui il livello è superiore, ovviamente.

Insomma, Marito voleva assolutamente provare il Dyson (beh, avrete notato tutte che contiene un pregevole compressore centrifugo, vero?), ma ho scoperto anche un paio di altre cose. Che molte mie amiche hanno il Dyson perché anche il loro di marito lo voleva assolutamente (pure se fa l’avvocato :-) ). E che i Dysoniani sono dei fan: una volta provato il prodotto vedono la luce e si danno la mission di evangelizzare gli amici. Per dire, una persona di cui mi fido moltissimo, Mamma in 3D , mi ha coinvolto in questo test.

Caspiterina, la mia curiosità era massima.

Ed ecco le mie considerazioni.

Diciamo subito che ho il Folletto, regalo di nozze, e non sono proprio abituata male. Aspirapolvere verticale, tanti pezzi per fare tante cose, i sacchetti e il filtro da cambiare abbastanza spesso.
Quando lo uso mi sento più o meno così:

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Sicura e tradizionale.

Invece, appena ho messo in funzione il Dyson e ho impugnato il manico mi sono sentita così:

weaver-gun-PROMO-1Moderna e potente.

Il Dyson poi è così bello che quasi ti dispiace metterlo in sgabuzzino.

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Senza contare che i figli ti sbavano intorno chiedendoti di usarlo. A loro sembra un giocattolo spaziale e non vedono l’ora di pulirti il tappeto. Infatti…

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Comunque, ho effettuato il mio test domenica mattina, a ventiquattro ore dall’ultima pulizia totale, e il risultato è stato questo:

dyson polvere casaLa vedete la riga rossa con la scritta MAX? Quello è il livello massimo di capacità dell’aspirapolvere. Praticamente già pieno. Eppure la casa mi sembrava pulita.

Allora è vero quello che dicono in Dyson: la capacità di aspirazione dei loro prodotti è superiore e costante nel tempo, a differenza di altri aspirapolveri che con il tempo perdono di potenza.

Questa scoperta mi ha ispirato alcune comparazioni con il Folletto in base alla mia esperienza d’uso.

I plus:

Con una potenza di aspirazione di 263 Airwatts il Dyson pulisce meglio e più velocemente . La sensazione di pulito con minore sforzo è tangibile.

- Non ha sacchetti da acquistare o filtri da cambiare ogni anno. Nessun costo “nascosto”.

Proprio il mese scorso ho dovuto pagare 75 Euro di assistenza perché il mio Folletto aveva avuto problemi di filtro e non si accendeva più. Poiché solitamente cambio il sacchetto ogni 3 mesi e il filtro ogni anno, in dieci anni di utilizzo Dyson risparmierei circa 545 Euro. Volete fare anche voi il calcolo? Cliccate qui: http://www.dyson.it/aspirapolvere/a-traino/cinetic.aspx

-        Sapere di non buttare via sacchetti non riciclabili e quindi inquinanti mi fa sentire bene. Passiamo la vita a riciclare la carta e la plastica. Pensiamo all’impatto dei sacchetti sull’ambiente!

-        Si pulisce facilmente e velocemente.

-        Non pesa, è maneggevole, arriva in un attimo sotto i letti e in alto, negli angoli dei soffitti.

-        Ha diversi accessori interessanti. Per esempio una spazzolina che funziona bene negli spazi piccoli e la turbospazzola antigroviglio, che per chi ha peli e capelli  in giro per casa è molto comoda.

- Rispetto al mio Folletto (verticale), la struttura a traino consente di utilizzare tutte le spazzole con molta più comodità. Spesso io non utilizzo tutti gli accessori del Folletto proprio per questo motivo.

I minus per quanto mi riguarda sono solo tre:

-        Le istruzioni dei numerosi accessori allegate al prodotto al di sotto delle aspettative per un elettrodomestico di fascia alta come questo. L’intuito dell’utente esperto mi ha aiutato, ma mi sembra un’occasione di comunicazione – anche del valore del prodotto – migliorabile.

-        Il modello di aspirapolvere a traino DC52 è veramente fantastico ma un po’ ingombrante. Riporlo in un piccolo spazio può non essere facile.

- Non ha in dotazione una spazzola che, associata ad un sapone specifico, lavi a secco i tappeti, ma questo può non interessare a tutti.

In conclusione:

Il Dyson 52DC Animal Turbine ha prestazioni superiori e soddisfa la mia voglia di affrancarmi dai sacchetti e dalle spese di manutenzione. Per cui sono ben felice di averlo e ve lo consiglio. 

Se vi interessa, ho la possibilità di offrire a due mie lettrici/lettori uno

sconto del 50% 

su questi modelli (cliccare qui per maggiori info):

- DC52 Animal Turbine (prezzo al pubblico €649)

- DC52 Allergy Care (prezzo al pubblico €599)

- DC52 Multifloor (prezzo al pubblico €549)

- DC63 Allergy (prezzo al pubblico €549)

- DC42 Allergy (prezzo al pubblico €609)

- portatile DC43H Mattress (prezzo al pubblico 259,00)

Spese di spedizione  di 11,59€ a parte.

Sbrigatevi a scrivermi, è la prima volta in anni che posso offrire un “regalo” a chi mi legge e mi fa molto piacere! 

(fonte immagine in alto qui)

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Fallire è figo se sai cosa fartene

Prima di leggere questo post guardate il foglio qui sotto e tenetelo a mente.

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Fatto?
Bene, state a sentire.

L’altro giorno una mia amica mi confessa con un po’ di imbarazzo che su Facebook non scrive niente, ma le piace seguire gli status degli altri perchè la loro vita le sembra bellissima. Io sorrido e la rassicuro. Carissima, su Facebook novantanove volte su cento la gente condivide solo le cose belle, si dà un tono, racconta a se stessa e agli altri di avere un’esistenza favolosa.

Ammettere a se stessi un fallimento è seccante, parlarne in giro ancor di più.

Eppure chi non ha mai fallito non ha mai vissuto. C’è un sacco di gente che non prende iniziative per paura di sbagliare. Un mio amico una volta mi ha detto che secondo lui ogni storia prima di sua moglie era stata solo un fallimento necessario verso la felicità coniugale. Sì, però poi si sono lasciati. Forse la catena non si era ancora esaurita.

Ma usciamo dal privato e parliamo di lavoro.
A differenza di noi italiani, sempre alla ricerca della bella figura mentre tentiamo di nascondere la polvere sotto il tappeto, gli americani hanno un amore viscerale per le storie di IN-successo.

Fateci caso, nelle biografie di tutti i grandi, Steve Jobs per citarvi il più famoso, si trova sempre un fallimento iniziale che però offre lo spunto per imparare dagli errori e rinascere alla grande. La storia dell’eroe finisce bene perché è iniziata molto male. Sì, proprio come in Rocky.

Negli USA aver fondato una start-up che non è andata bene per poi rilanciarsi in una nuova impresa è un fattore che accresce il credito delle persone. E’ il requisito minimissimo. Hai sbagliato, hai imparato dai tuoi errori, sei preparato.

E’ per questo che mi ha fatto piacere sapere che qualcuno ha organizzato il Fail Fest, un evento in cui finalmente si parla di errori, fallimenti e lezioni apprese. Le storie di successo sono interessantissime, ma le proprietà terapeutiche degli sbagli sono insuperabili. Se non avete voglia di raccontare agli altri i vostri errori – non chiamateli sfiga perché state barando! – almeno fatelo a voi stessi. Serve.

Bene. Ritorniamo al foglio all’inizio del post.
E’ stato il mio Primo Grande Fallimento.

Esami di maturità, anni ’90. Sono preparata, ho studiato, bei voti in tutte le materie. All’orale porto Latino, una passeggiata.
Mi interroga questo prof. sardo. Vuole sapere tutto su un autore minore e sulle sue opere. Parto tranquilla. So tutto, gli dico tutto.

Ma lui non sembra soddisfatto e mi guarda con superiorità.
- Ci pensi bene. Manca qualcosa.

Manca qualcosa. Ma cosa?!

Ho detto tutto, impossibile. Scavo nei meandri della mente, giro le pagine del libro con la forza della memoria, ma niente da fare. Mi si seccano le fauci, la mia testa è vuota.

Nel frattempo è sceso un silenzio gelido. Il prof. mi guarda arcigno. Alle sue spalle, lì nel corridoio dove per anni ho mangiato la merenda all’intervallo, vedo le porte dei bagni e mi chiedo perché una debba fare il primo esame importante della propria vita di fronte ad un cesso.

Non la so. Non la so.

Il prof. ora mi osserva dall’alto in basso e sembra quasi sorridere. Mi chiede un foglio.
Vorrà forse aiutarmi? Sollecita strappo la metà del mio quaderno e gliela porgo fiduciosa.

Scarabocchia qualcosa e poi, con fare lento e plateale, gira il foglio verso di me.

E io vedo questo.

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E’ allora che, visibilmente soddisfatto e alzando la voce perché tutti sentano bene, mi spiega:
- Lei mi ha detto tutto tranne questo.

E io lì capisco.

Capisco che non mi vuole dare una mano e non vuole valutare ciò che so, ma solo ciò che non so. E gode, perché lo ha trovato. Ed è così sadico da farmi un disegno per farmelo capire meglio.

E’ uno stronzo. Mi sta umiliando. Intuisce che me ne rendo conto e la cosa gli rende il compito ancora più dolce.

Mi arrendo. Sono solo una diciottenne che non sa niente della vita. Per favore facciamola finita presto che sento la sedia sprofondare nelle sabbie mobili.

Il prof. di merda non si abbassa nemmeno a svelarmi la risposta che non conosco. Me lo dice con sguardo afflitto un’altra prof.: “La magia…”.

Ah sì? – penso io cadendo dal pero. La magia sarebbe servita a me per sottrarmi a quell’esame.

L’interrogazione finisce mestamente. Il professorino ripiega il foglio come fosse una reliquia e io me ne vado a spalle basse. Esco dalla scuola, torno a casa e non penso più all’esame. Ma non ci penso più veramente, tale è la voglia di girare pagina. Non andrò nemmeno a guardare i tabelloni quando usciranno i voti. Sarò matura con un voto molto più basso delle aspettative. Un fallimento.

Caro prof. di merda, tu, con i tuoi occhialetti da intellettuale, la tua spocchia e soprattutto la voglia di umiliarmi, voglio dirti una cosa: grazie.

Non so se poi eri un bravo prof. di Latino, ma come maestro di vita non sei stato niente male.
Mi hai insegnato che per quanto tu ti sforzi ci sarà sempre qualcuno che guarderà solo a ciò che non sei stato capace di fare. Per lui sarai sempre un bicchiere mezzo vuoto.

Professorino, siccome dai miei fallimenti ho imparato ad imparare, oggi ti dedico questo:

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Nota avvocatessa sposa attore

Pensateci un attimo.

Siete una professionista di fama internazionale, nel senso che vi conoscono quelli che vi devono conoscere, quelli del vostro giro, a cui sono note le vostre competenze e vi stimano.
Provenite da una famiglia di persone istruite e benestanti.
Fate la vostra vita, siete indipendenti economicamente, non vi manca nulla. Frequentate bene.
Vivete in una delle città più eccitanti del mondo, Londra, in mezzo a gente che vi somiglia.
Siete belle di una bellezza particolare, eleganti, piene di fascino.

Ora.

Uno degli uomini più desiderati del mondo si innamora di voi, capitola rovinosamente ai vostri piedi spezzando milioni di cuori, vi regala un anello da 500.000 dollari e trasforma la vostra vita in una favola ad occhi aperti.
Addirittura vi chiede di sposarlo e voi lo sposate (!) con una cerimonia cinematografica, ideata per ricavarne la massima esposizione sui mass media planetari.

Cosa succede adesso?

Diventate un’icona di stile. I vostri outfit sono fotografati, analizzati, commentati, copiati.
Iniziate ad avere dei fan.
I principali giornali vi dedicano copertine e reportage.
Fate una vita da film.
Tutte vi invidiano. Voi godete.

Ma.

Per la massa passate da brillante professionista a:
- “moglie di”
- personaggio pubblico da radiografare ad ogni singola uscita.
- icona di stile in tacco dodici anche quando avete il ciclo e vi sentite come una mongolfiera.
- oggetto di illazioni: a quando l’erede? Avete litigato? Lui si butterà in politica? E voi?

Insomma, sembra tutto fantastico, ma nei fatti con gioia avete barattato la vostra immagine pubblica professionale, discreta e tutto sommato libera, con una sovraesposizione universale e definitiva.
Mai più passeggiate in tuta da ginnastica con il giornale sotto braccio, mai più in metropolitana senza essere notata, mai più vacanze da persona qualunque, mai più parole dette a caso, anzi acqua in bocca per non essere fraintese. Paparazzi, inseguimenti, giudizi, pettegolezzi.

Sapete cosa vi dico?

Credo proprio che l’affare l’abbia fatto il vostro Lui.

A meno che non siate proprio innamorate, il che spiega tutto.

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La lezione della “brutta bastarda”

Settembre.
Parrucchiere interno giorno.

Non esistono più i parrucchieri di una volta, quelli in cui per due ore potevi isolarti con una rivista di gossip in mano. Se ci vai nel periodo di inizio delle scuole sarai inevitabilmente coinvolta in discussioni sugli insegnanti che dalle medie in poi se ne fregherebbero della missione educativa, sui supplenti, sui presidi, sui “si dice” e “si sa”. Sarai terrorizzata dai racconti dell’orrore di madri più esperte di te, che ti riverseranno addosso tutte le disavventure dei loro figli, secchioni o asini che siano. E’ allora che capirai di odiare quel proverbio profondamente banale quanto vero: “Figli piccoli, problemi piccoli. Figli grandi problemi grandi”.

Io cerco di non ascoltare troppo queste dicerie e di pensare con la mia testa. Mentre la parrucchiera mi fa i colpi di sole, la mia mente vola lontano dalla testa avvolta in cartine appiccicose e ritorna agli anni delle superiori, al Liceo Classico G. Carducci, a quella classe di soldatini inquadrati senza vizi che eravamo io e i miei compagni. Dei ragazzi così bravi da sembrare finti e anche un po’ imbambolati. Non fumavamo nemmeno le sigarette.

Ancora oggi ricordo tutti i miei insegnanti. Ne ho avuto un paio di pessimi, ma gli altri molto buoni.

E penso a lei, alla prof. di Filosofia, quella donnetta sale e pepe dall’accento brindisino che parlava strano e si curava le malattie avvolgendosi braccialettini colorati ai polsi, una roba da sciamana anni ’70. Una volta venne a scuola dopo essersi cosparsa il corpo di una pomata autoprodotta a base di cipolla, a suo dire ottima contro i reumatismi. E poi era piena di idiosincrasie e aveva questa mania di disprezzare Talete, perché anziché farsi pagare dai suoi studenti chiedeva che dicessero al mondo che tutto quello che sapevano gliel’aveva insegnato lui. Un ringraziamento che finiva per diventare la schiavitù intellettuale perenne.

Avevo 16 anni e per l’estate la prof. mi aveva dato da studiare un libretto di Gianni Rodari, “La Grammatica della Fantasia”. A settembre avrei dovuto esporlo alla classe, gestendo in autonomia l’ora al posto dell’insegnante. Avrei avuto libertà creativa, decidendo da sola cosa e se scrivere alla lavagna, di cosa parlare ai compagni, se stare seduta dietro la cattedra o camminare tra i banchi. Al termine dell’esposizione avrei gestito le domande, sarei stata valutata dalla classe e la prof. ne avrebbe tenuto conto nell’attribuzione del voto.

mappa-einsteinLa prof. ci aveva insegnato ad esporre ed illustrare gli argomenti con il metodo delle mappe mentali. La prima volta che ce ne aveva parlato mi ero sentita persa come una goccia in un bicchier d’acqua. Il concetto non era poi così ostico, ma la prof. parlava difficile, usava termini inventati tipo “metadiscorso”, espressioni all’epoca avveniristiche come “l’esistenza è più del concetto”. Insomma, già facevo fatica a capire cosa fosse la Filosofia e a cosa cavolo servisse, figurarsi a rappresentarla graficamente.
Eppure l’esposizione di Rodari andò bene ed ancora mi ricordo il piacere e la soddisfazione di comunicare ai compagni quello che avevo imparato. Non stavo nemmeno seduta in cattedra, ma davanti, giù dal predellino. Forse è stato allora che ho imparato a parlare in pubblico.
Dopo qualche tempo fui mandata in “tournée” in un’altra classe, ragazzi con cui ci si scambiava sguardi non proprio empatici durante la ricreazione. Ero agitata, ma ferma. E poi se te lo dice la prof. lo devi fare.
Esposi le mie cose e alla fine una ragazza mi prese di punta per mettermi in difficoltà. Io non feci un plissé, risposi e la misi a posto. Ricordo la prof. che sogghignava silenziosa (poi mi dissero che la tipa era la secchiona antipatica della classe ed io era passata per giustiziera).

L’anno dopo studiammo Kant. Per me sarebbe stato più facile scalare l’Everest. Un giorno la prof. ci fece fare un compito in classe a sorpresa. Al termine della prova ci disse: ”Adesso potete scrivere due aggettivi per descrivermi”.
Io vergai a sangue il foglio con “bambina irrazionale”. Qualcun altro osò un “brutta bastarda”.

Passò del tempo e il PCI diventò PD (siamo all’epoca del mite Occhetto). Io ero travolta dai dolori della giovane Werther, la mia vita era un casino, figurati se me ne fregava qualcosa. Anche stavolta la mitica prof. intimò: ”Fuori un foglio bianco. Commentate il passaggio PCI-PD”.
- ?!!
Il mio “elaborato” vinse il Premio Carenza di Idee 1991 e fu letto ad alta voce. Uno dei miei ricordi di scuola preferiti.

Alla maturità poi portai Filosofia e mi venne appioppato un mattone pazzesco, ignoto anche al membro interno, che infatti mi interrogò su altro.
All’epoca questa prof. passava per matta. I colleghi non condividevano i suoi metodi e i genitori nel migliore dei casi non li capivano. C’è anche da dire che i genitori in quegli anni sapevano ancora rispettare gli insegnanti e stare al loro posto. Per noi ragazzi era un simpatico rebus.

E quindi, oggi, che giudizio ne do?
Lo posso dire tranquillamente: è l’insegnante che mi ha insegnato di più, quella che mi ha lanciato tanti messaggi che solo dopo ho capito. Che è importante conoscere la realtà intorno a noi, saper leggere il giornale e rifletterci su, saper parlare in pubblico, saper comunicare il proprio sapere e le proprie idee, amare la sintesi, trovare le priorità, autogestirsi.

Molti anni dopo, quando ho capito tutto questo e avrei voluto dirle grazie, l’ho incontrata alla fermata del tram. Aveva i soliti occhiali a fondo di bottiglia, ma anche un bastone per camminare.

- Prof. sono io.
- Io chi? – mi ha guardato come una talpa in libera uscita. Non si ricordava di me.
Per noi i prof. sono unici, ma non sempre noi lo siamo per loro.

Mi presento, faccio nomi. Non ricorda nemmeno i miei compagni.

- Beh, volevo dirle che poi nella vita le cose che mi ha insegnato mi sono servite. – azzardo. E’ da anni che aspetto questo momento.

Lei mi guarda quasi indifferente e poi mi dice:
- Allora vi ho dato dei validi strumenti. Bene. – La prof. resta la prof.

Arriva il suo tram e io sto lì a guardarla mentre con difficoltà sale e se ne va. Sembra Yoda.
Avrei voluto dirle grazie, ma non potevo. Lei non avrebbe voluto fare la fine di Talete.

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#Londra con i bambini: 10 cose da fare per visitarla senza stress

Che Londra sia una città fantastica e piena di stimoli non è una novità e non basta certo una settimana da turisti per apprezzarla completamente. Quando si viaggia con due bambini di 6 e 8 anni secondo me la cosa più importante è non farsi prendere dall’ansia di vedere tutto e riuscire a mantenere alto lo spirito della truppa. Solo così non arriveranno crisi di stanchezza ingestibili in grado di compromettere la visita al museo più bello.

In questo post, assolutamente personale e non esaustivo, vi racconto cosa abbiamo fatto noi per conoscere Londra senza stress.

1.      Affittare un appartamento per vivere il glamour e il romanticismo delle case vittoriane

20140722_201630Trascorrere alcuni giorni in una vecchia casa inglese ti fa credere di vivere in un film! Le facciate in stile, i soffitti alti, le finestre affacciate sulle strade civettuole sono un vero sfizio. Per i bambini poi una casa del genere è di gran lunga più affascinante di un hotel. Inoltre, la vita casalinga ci ha costretto a vivere il quartiere, andare a fare la spesa al supermercato, girare per i negozi della zona, attività sempre “istruttive” quando si vive all’estero.

A Londra si possono affittare diversi tipi di appartamenti, in base alle zone e al budget. Noi ci siamo affidati a Friendlyrentals e ci siamo trovati bene.

 

2. Iniziare la visita di Londra dai parchi cittadini.

Essendo un’estate con un clima piacevole e non piovoso, iniziare l’esplorazione della città da Kensigton Gardens, Hyde Park e St. James Park ha ben disposto i bambini. Camminare tanto con lo scopo di visitare parchi enormi e meravigliosi non è mai stato faticoso. Sono bellissimi, ben tenuti, attrezzati (wc puliti facilmente reperibili) ed offrono lo spunto per raccontare la storia di Londra in modo simpatico.

20140723_114058-001Da non perdere ovviamente la favolosa area giochi dedicata alla Principessa Diana e relativa fontana. Per gli amanti del genere, piante di more come se piovesse a cui attingere a piene mani.

3.      Vivere il Tamigi sul London Eye e il battello

20140724_103230-001Una ruota panoramica confortevole ed ultramoderna e un battello da cui scendere e salire per visitare anche la zona del Tower Bridge sono state tra le attività preferite dai bambini. Un must. Per vivere qualche emozione in più esiste anche la possibilità del giro in gommone!

 

4.      Non fissarsi con la visita ai musei a tutti i costi.

O almeno noi la pensiamo così. Innanzitutto, quando visitiamo una città all’inizio privilegiamo sempre le passeggiate a piedi in modo che si possa tutti respirare un po’ l’aria che tira, capire la personalità della città. Quindi passiamo alla cultura. A Londra ci sono così tanti musei che è impossibile visitarli tutti in poco tempo, bisogna scegliere. Con  i nostri figli la strategia è stata questa: tutto Science Museum, molto interessante, moderno, con un’area didattica veramente divertente; giro veloce al Natural History Museum, piuttosto vetusto, per apprezzare i fossili più scenografici; aree selezionate del British Museum, vedere tutto con due bambini piccoli è un suicidio, bisogna scegliere. L’ingresso ai musei è gratuito, quindi non è un problema se volete vedere solo alcune cose e tornare nei giorni seguenti. Se poi andate a Westminster Abbey un gentile volontario vi distribuirà un questionario in italiano con alcuni facili quiz per coinvolgere più facilmente i più piccoli.

 5. Via dalla pazza folla

20140725_112755-001Ci siamo presi un giorno per scappare dalla città e rifugiarci a pochi chilometri dal centro per visitare i Kew Gardens. Enormi e curati, sono un passatempo divertente ed istruttivo. Ai bambini sono piaciute in particolare la camminata sopraelevata tra gli alberi più alti e le serre. Consigliati come pausa rigenerante.

6.      La storia inglese: re, regine e morti ammazzati

Esercita sui bambini un fascino irresistibile. Partite preparati. Noi abbiamo trovato un paio di guide molto utili e divertenti, scritte apposta per loro. La visita alla Torre di Londra ovviamente è un must. I bambini vogliono vedere dove appendevano le teste mozzate dei prigionieri.

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7.      Il cibo

Cibo a Londra vuol dire provare un po’ di tutto. Dalla chicken pie vista in “Galline in Fuga” al tradizionale fish&chips in un vero pub, alla cucina libanese e internazionale in genere. Visitare i supermarket  come se fossero musei, quando si fa la spesa, resta un’attività istruttiva, non parliamo poi di Whole Foods Market, il modello a cui si è ispirato Eataly.

8. Guardare la tv, sfogliare i giornali in edicola ed appassionarsi ai gossip reali.

Cosa c’è di meglio che guardare i programmi della tv inglese e commentarli insieme? I cartoni, ma anche i programmi di news hanno un potere attrattivo sui più piccoli, anche se non capiscono una parola. Se poi trovate in onda Mr. Bean è il massimo!

In edicola troverete moti giornali di gossip sui Reali di casa Windsor. State certi che un prodotto del genere, che parla di veri principi e principesse, non lascerà le bambine indifferenti.

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9. Visitare la Tate Modern

Le opere esposte alla Tate Modern in molti casi sono incomprensibili per molti adulti, figurarsi per due bambini. Ottimo! Quale miglior occasione per accostarsi all’arte moderna in modo…spiritoso e, diciamo, creativo? Ancora oggi i miei figli parlano dello “strano museo” e ricordano l’installazione finale, fatta apposta per loro.

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10. Fare cose sceme, ogni tanto, e prenderla con leggerezza.

Andare sul bus a due piani, bagnarsi tutti a a Somerset House, perdersi da Hamleys.

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Tutte cose che la sera vi faranno addormentare stanchi ma felici nei vostri caldi lettucci.

 

 

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Settembre. Non è tempo di partire.

Onestamente.

Perchè dovrebbe venirmi voglia di tornare alla vita di tutti i giorni?

Ho trascorso un mese eseguendo operazioni basilari.

Svegliarmi senza la sveglia. Quando accade è bellissimo. Dopo le nove e mezza addirittura fantascientifico.

Vivere di focacce, frutta e gelati.

Girare scalza.

Guardare i pesci negli occhi  e fargli ciao con la manina.

Non ho propositi per il nuovo anno. Non ho nessuna voglia di tornare a scarrozzare i figli tra scuola e corsi, di fare la spesa all’Esselunga, di guidare la macchina nel traffico, di stare attenta a come mi vesto.

Ho passato un mese fantastico con i miei figli guardandoli mentre imparavano a cucire…

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…mentre giocavano a vecchissimi giochi in scatola trovati in soffitta (chi di voi aveva “Happy Days”?)…

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…mentre in giornate di pioggia costruivano amache  improbabili per i loro peluches…

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…mentre facevano amicizia con le rane…

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Perchè, perchè dovrei tornare a casa, alle responsabilità, alle menate e tutto il resto?

Vorrei che la vita fosse sempre così. Seduta tra le barche, il mento tra le ginocchia, a guardare i bambini che giocano sotto le lenzuola stese.

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Meno male che esiste #Londra

L’ultima volta che sono stata a Londra avevo 24 anni. Ci sono ritornata la settimana scorsa, a 42.

Nel lontano 1996 ero stata ospite di un mio amico italiano che viveva in un basement, il piano interrato delle tipiche case vittoriane che a Londra sono ovunque, insieme a un ragazzo di Bristol e una napoletana che voleva imparare l’inglese. Della città mi avevano colpito il fermento, le facce di tanti colori, i musei, così diversi dai nostri, ma anche i locali in cui uscire la sera, i bus a due piani affollati alle due di notte, lo shopping vintage che in Italia non andava ancora di moda.

La sera uscivamo con dei ragazzi inglesi. A me piaceva quello che parlava come un lord e aveva la chevalière, quell’anello con lo stemma araldico che i nobili portano al mignolo. Un giorno ci portò a spasso sulla sua Dyane 4 tutta scassata e ci fece fare dieci giri della piazza di fronte a Buckingham Palace. A me sembrava di stare in un film.
Quando camminavo per strada annusavo un’aria fresca carica di promesse, mai assaporata prima, sentendomi in un posto magico, tutto da scoprire. Un posto dove succedevano delle cose.
Questo accadeva diciotto anni fa.

Ora ci sono ritornata con la mia famiglia e ho visto tutto un altro film. Nella borsa avevo le salviettine umidificate, la guida con mappa plastificata comprata in Italia e il cellulare per scattare tante foto.
La sera incontravamo frotte di giovani tirati a lucido che uscivano per andare in qualche locale, mentre noi strisciavamo verso casa con le ossa a pezzi dopo giornate di interessanti ma estenuanti visite. Li guardavo con invidia: la ragazza del 96 è ancora viva e lotta insieme a noi. Lasciamo perdere. Se è inutile nascondere che il tempo passa è anche vero che la Londra vista con gli occhi di oggi mi ha detto molte più cose di allora.

Che la città sia sempre stata piena di italiani non è una novità, ma quello che mi ha impressionato non sono state le frotte di ragazzini con lo zainetto della EF, quanto i trentenni che ho incontrato ovunque: al supermercato, al ristorante, in metropolitana. Non sono turisti, lavorano lì. Come la ragazza dell’agenzia a cui ci siamo rivolti per affittare una casa o la figlia di nostri cari amici, che vende gioielli da Selfridges, per non parlare dei camerieri dei ristoranti.

- C’è una venditrice italiana per ogni stand – mi spiegava la mia amica F., indicandomi le postazioni dei gioiellieri accanto alla sua.

Che poi sembra facile inseguire il sogno della città cosmopolita, ma facile non è. F. mi ha spiegato che paga più di 350 sterline per una stanza in condivisione con un’amica all’interno di un appartamento di periferia in cui vivono anche altre ragazze, con un solo bagno. La solitudine è sempre in agguato. Tutti che vengono per fare un po’ di soldi e poi andarsene, pochi interessati a stringere vere amicizie. Il panino della pausa pranzo acquistato dove costa meno e il magone della nostalgia che fa venire un groppo in gola. Eppure nonostante questo, F. è convinta della sua scelta e mi dice che avrebbe dovuto farlo prima dei trent’anni.

Anche la ragazza dell’agenzia, dopo più di dieci anni di lavoro in hotel in Italia, ha cambiato vita in cerca di un miglioramento professionale e mi dice che oggi è felice.

Per una settimana io e la famiglia abbiamo giocato a fare gli inglesi in un appartamentino ameno di un bel quartiere della città, ma avere il coraggio di trasferirsi è tutta un’altra cosa. Le nostre vite sono qui, ma per me e Marito è stato inevitabile chiederci dove sarà il futuro dei nostri figli. Avete presente quella sensazione di panico che vi viene quando la nave sta affondando? Ecco, qualcosa di molto simile.
- Ragazzi, studiate bene l’inglese e magari il cinese, che non si sa mai.

Che i bambini non siano scemi lo sappiamo già tutti. Ma sapete cosa mi hanno risposto quando ho chiesto loro cosa li aveva colpiti di più di Londra?
La risposta unanime è stata: “Non ci sono scritte sui muri e cacche di cani per terra”.

Mi sono sentita umiliata. A parte che è vero e anche noi adulti lo abbiamo notato, cavoli, è mai possibile che due bambini di prima e seconda elementare trovino eccezionale che non ci siano scritte sui muri e cacche per terra?!

Ah, naturalmente nessun ciclista sui marciapiedi (sì, ci sono le ciclabili), nessuno zingaro appostato alle macchinette automatiche dei biglietti della metropolitana, nessun barbecue puzzolente con musica o bonghi a Hyde Park o simili.

Sarà forse perché esiste tolleranza zero?

Se tu imbratti i giochi dei bambini ti do la multa. Se tu non raccogli la cacca del tuo cane ti do la multa. Se ti becco a fare affissioni abusive ti do la multa. Ma te la do davvero, perché i poliziotti li incontri per strada. Stamattina mi hanno raccontato che qui a Milano la settimana scorsa sono usciti fior di articoli nella cronaca locale per lo scandalo suscitato da una multa ad un ciclista colto con il cellulare all’orecchio. La regola c’è, ma pare brutto applicarla.

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“Fatti i cazzi tuoi” è il nostro motto nazionale. Quello che mi è sembrato chiaro è che a Londra i cazzi sono di tutti.

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Belle le case vittoriane, vero? Beh, ce ne sono un sacco, di bianco pittate. Di un bianco abbagliante e mai, dico mai, nessun tag imbecille, nessuna scritta fatta per noia o spregio.

Certo che abbiamo visto gli homeless, che abbiamo letto i giornali con relative magagne nazionali (a proposito, su tutti i giornali qui si parla dell’incidente dell’aereo caduto in Ucraina, ce l’hanno a morte con Putin, in Italia mi sembra che tutto sia già caduto tutto nel dimenticatoio), che non è tutto rose e fiori.

Ma la sensazione qui è che esista una prospettiva, una direzione, uno scopo comune.

E’ qualcosa che senti camminando per le strade. Sì, lo so che il paragone con l’Italia è improponibile, che la storia della Gran Bretagna è diversa dalla nostra e costellata di gloriose vittorie militari e famiglie reali, ma ad ogni piè sospinto lì c’è qualcosa che lo ricorda alla gente. Che ti ricorda che sei inglese e ne devi essere orgoglioso, anche se poi prendi il sussidio di disoccupazione o non lo prendi più.

Se invece tu adesso esci per strada e fermi un ragazzo di vent’anni e gli chiedi cos’è stata la Marcia su Roma, chi era Aldo Moro e perché è stato ucciso, oppure cosa è successo il 2 agosto del 1980 è molto probabile che non sappia risponderti. E questo perché dopo tanti anni ancora stiamo a scannarci su cosa sia la “vera verità” di questi fatti storici, perché è vero tutto e il contrario di tutto, perché si sa che la prof. di storia è una comunista e quindi te la racconta come vuole lei o “Boia chi molla” è solo un modo per tifare allo stadio.
Non sappiamo chi siamo e in ogni caso quel poco ci basta per non esserne orgogliosi. Cantare l’inno nazionale e provare qualche brivido è un atto imbarazzante relegato ai Mondiali di calcio, dove per altro da due edizioni diamo sfoggio delle nostre migliori qualità nazionali: l’autocommiserazione, l’individualismo e la ricerca della bella figura, immagine retorica che esiste solo da noi ed è intraducibile.

Poi sì, sono solo una turista italiana a Londra, una che per fare un po’ di conversazione a qualche cena racconterà che a Londra tutto costa carissimo, solo che nel ‘96 mica mi pagavo io le vacanze, quindi non ci stavo tanto attenta.
Che nel quartiere dove stavamo noi (Kensigton, non un quartiere operaio) esiste la più alta concentrazione di Ferrari, Maserati e Lamborghini che abbia mai visto in vita mia. Tra l’altro, parcheggiate fuori da una pizzeria qualsiasi, tranquillamente aperte.
Che i londinesi sono molto gentili e cercano spesso di darti una mano se ti vedono in difficoltà, specie gli anziani.
Che la Londra di oggi è diversa da quella di dieci anni fa e di quella che sarà tra dieci anni, mentre da noi è tutto fermo nel pantano, basti vedere la fatica di un restauro del Colosseo pagato da privati o il solito magna magna della vergogna di Milano, l’Expo.

(A proposito, mi chiedo quanto viaggino i nostri politici, quanto sappiano del mondo. Il London Eye, per dire, è gestito in partnership con EDF Energy ed è una delle attrazioni principali della città. Ma potrei anche citarvi le tante idee semplici, a basso costo ed impatto ambientale, che ho visto in giro, come certi giochi per i bambini a Kew Gardens. I limiti imposti dal patto di stabilità sono reali, ma sono spesso diventati un alibi. Le idee, la creatività e la volontà di agire per il bene di tutti non sempre costano.)

Passeggiare per le strade più eleganti della città poi ed assistere al trionfo della moda e della cultura gastronomica italiana mi faceva salire la scimmia. Siamo apprezzati in tutto il mondo per questi aspetti eppure tutta questa grande bellezza che ci portiamo dentro dov’è a casa nostra? Nella sciatteria delle nostre città, nella terra di nessuno che sono diventate, nel dissesto idrogeologico, nella bruttezza vera e propria di certe case e palazzi?

Per anni abbiamo vissuto di conserva, proprio perchè nati in una terra naturalmente e storicamente dotata, che ci ha offerto l’alibi per non fare niente, restare immobili. Chi ci ha amministrato non è mai stato capace di pensare oltre i sei mesi. Quando vai in città come Londra è lampante che chi governa pensa a cinque o dieci anni.  La programmazione, una filosofia di pensiero sono il cardine su cui poi si muovono l’urbanistica e le scelte culturali degli amministratori.

Insomma, dopo una settimana me ne sono tornata a Milano con le orecchie un po’ basse. L’ho vista bruttissima, eppure la mia zona non è male.

Marito saggiamente mi sprona: “Meno male che fuori dall’Italia esistono posti così. Questo non deve abbatterci, ma darci una speranza.”

Va bene, mi do una calmata. Nel prossimo post vi darò i  miei consigli di viaggio.

Per il momento mi limito a confermarvi che Londra continua ad essere un posto dove – per fortuna – succedono delle cose.

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Ti racconto una storia

- Nonnona, ti racconto una storia.

- Alza la voce che non sento bene.

- C’era una volta una bambina che si chiamava Cappuccetto Rosso e doveva attraversare il bosco per portare la merenda alla sua nonna che era malata. Un po’ come te che sei qui a letto in ospedale.

La Bisnonna sorride, anche se è un po’ sorda e fa fatica a capire tutte le parole.

La bisnipotina va avanti a raccontare. Poi:

-        Nonnona, fai tu la parte della nonna di Cappuccetto!

La faccia rugosa di ultranovantenne si illumina in un sorriso.

- Chi bussa alla mia porta?

- Sono Cappuccetto – dice Buddy facendo il vocione del lupo.

- Avanti, Cappuccetto!

Buddy si avvicina alla bisnonna e la abbraccia: ”Non è vero! Sono il lupo e ti mangio!”

La nonnona ride. Tutti ridiamo.

Poi Buddy recita la scena dell’arrivo di Cappuccetto e si lascia mangiare dalla nonna-lupo. Le mani di alabastro trasparente della bisnonna afferrano la nipotina, ma è come una carezza.

Alla fine arrivo io, che sono il Cacciatore. Apro la pancia della nonna-lupo, traggo in salvo le innocenti e tutti vissero felici e contenti, tranne uno.

Per un attimo ci siamo dimenticate di essere in una casa di riposo per persone non autosufficienti. Non abbiamo più visto le pareti asettiche dell’ospedale e la vicina di letto con il Parkinson. Non abbiamo più sentito l’odore della malattia e della vecchiaia.

Eravamo là nel bosco, tra i fiori profumati, e potevamo udire il fruscio delle foglie sugli alberi.

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Al centro sociale con i bambini. Abbiamo fatto anche questa!

Una delle cose che mi diverte di più è andare a zonzo per la città con i miei figli. Lasciarci guidare dall’ispirazione del momento, aprirci all’imprevisto.
Tra le mie passeggiate preferite c’ il giardino segreto noto a pochissimi che si trova all’interno dell’Anfiteatro Romano: non sembra nemmeno di stare nel centro di Milano.

Uscendo bighelloniamo per Corso di Porta Ticinese con i suoi negozi da hipster metropolitani che a me piacciono sempre moltissimo e mi fanno venire voglia di mollare tutto per fare il giro del mondo in smartphone e sacco a pelo.

Poi passiamo per Piazza Sant’Eustorgio, diamo un’occhiata ai suoi locali con i tavolini all’aperto e percorriamo la stradina pedonale che costeggia il Parco delle Basiliche. Con la bella stagione è tutto molto bohémien e poco milanese.

E’ a questo punto che inciampiamo in uno splendido murale, questo.

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- Mamma, ti prego, fai una foto!

Ok, faccio la foto. Poi procediamo lungo la viuzza e vediamo che al di là del cancello esiste un bellissimo giardino e di nuovo uno splendido murale.

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Non ho ancora fatto in tempo a capire dove ci troviamo che mi si avvicina un ragazzo gentile e mi chiede se vogliamo fare un giro all’interno.

A questo punto capisco che siamo in un centro sociale, lo Zam.

Siccome sono curiosa come una scimmia e il ragazzo mi dice che all’interno c’è un posto che di solito piace tanto ai bambini, ci incamminiamo dietro di lui.

Il centro è una scuola occupata, anzi scusate, okkupata. E’ in stile anni ’40 o giù di lì.  Una volta doveva essere molto bella. Saliamo al terzo piano. In alto, sospesa nel mezzo della tromba delle scale c’è questa.

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Tranquilli, è di cartapesta.

E poi arriviamo a scoprire la “sorpresa”.

Una grande sala interamente adibita a palestra di arrampicata, con pareti attrezzate  e calzature. Mio figlio è andato fuori di testa.

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Ci restiamo un’ora, non riesco a farlo smettere!

Ne approfitto per conoscere meglio la nostra guida, immagino uno studente universitario, e farmi raccontare cosa c’è dietro un centro sociale.

Mi racconta che la scuola era abbandonata da molti anni e occupandola l’hanno bonificata dalle siringhe. I frequentatori vanno dai 13 ai 46 anni. Tra questi molti ragazzini per cui l’alternativa sarebbe stare su di una panchina ad annoiarsi. Dice che gli è accaduto di spiegare ad alcuni di questi che non ci si droga. E io  penso: alla faccia dell’equazione centro sociale = droga, facce strane etc etc.

Mi dice che l’amministrazione cittadina non ha una linea univoca nei loro confronti, ma si sente che presto li manderanno via.

Gli chiedo per chi vota e mi risponde che non vota da dieci anni.

Chi ha messo i soldi per acquistare le attrezzature? Dice che sono soldi personali degli occupanti, da ripagare con le attività del centro. Il costo per l’uso della palestra è di 3 euro, ma per noi è gratis. Senza che se ne accorga infilo qualche monetina nel barattolo di vetro delle birre, sopra il frigo.

Vista l’occasione per sbirciare qua e là concordo con i bambini un’ispezione in tutte le stanze aperte per vedere cosa c’è. Quando mai ci ricapita.

Troviamo un’aula studio con belle lavagne su cui qualcuno ha tracciato formule chimiche…

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…mobili di risulta a creare un salottino…

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… e libri regalati.

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E’ in preparazione una sala da adibire a falegnameria e fai-da-te, come va di moda adesso.

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Fuori il giardino con vista su Sant’Eustorgio è stupendo. C’è pure l’orto.

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Sedersi a chiacchierare all’aperto è piacevole. Avessi meno da fare…

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E qualcuno si diverte su altalene improvvisate.

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Usciamo dal centro. Io sono pensierosa, i bambini entusiasti. Mio figlio vuole tornare ad arrampicarsi lì almeno due pomeriggi la settimana.

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Non sono mai stata una tipa da centro sociale, ma non avevo mai ben capito a cosa servisse.

Io sono per la legalità e il rispetto delle regole, per cui okkupare è sbagliato.

Però come madre e cittadina penso sia un vero peccato che una scuola così bella cada a pezzi e l’unica alternativa al degrado sia un’occupazione abusiva.  Perchè non riaprirla?

E poi si tratta di una struttura in centro, proprio accanto ai modelli di divertimento alla milanese: i locali, un certo tipo di esibizionismo, il cantiere dell’Expo. Potrebbe sicuramente essere sfruttata meglio.

Credo anche che sia giusto offrire un’alternativa low cost a chi non si può permettere di pagare costosi corsi pomeridiani. L’oratorio non può essere l’unica opzione. Per esempio mio padre da anni fa volontariato in una scuola aiutando i ragazzini delle medie a fare i compiti.

Ritorno a casa piena di pensieri, ma in un certo modo piacevolmente sorpresa da questo fuori programma alla milanese.

Amo la mia città!

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#mammacheblog 2014. Cosa dicono una veterana e una matricola – videopost

Anche questa edizione del Mamma Che Blog Social Family Day è finita.

Ormai sono una vecchia blogger e negli anni il mio atteggiamento nei confronti di questa fantastica manifestazione è sempre stato diverso.

Non sono più una giovane mamma alle prime armi con figli e blog, ho imparato tantissime cose, preso qualche fregatura, imparato anche da quella, capito che ci si può appassionare al web ma anche stancarsene e poi riappassionarcisi.

Lo spirito con cui ci sono andata quest’anno è quello con cui si va a una bellissima festa, in cui si incontrano gli amici vicini e lontani e si annusa l’aria che tira per essere aggiornati e fare esperienza. Ho anche lavorato facendo interviste e il corpo a corpo mi diverte sempre moltissimo.

Se dovessi sintetizzare in due osservazioni l’edizione 2014 direi:

- Ancora più mamme blogger dell’anno scorso, sia nella giornata della formazione sia nel giorno di festa aperto alle famiglie (fonti attendibili mi dicono 400 persone). Quindi la febbre del blogging è ancora alta.

- Senso della realtà. Ormai le mamme blogger hanno capito che non si vive di blog, inteso come introiti pubblicitari da sito, e questo è un bene. Certo, resta possibile, ma è un obiettivo difficile e faticoso. Mi sembra molto sano che la gente abbia compreso che il blog è una vetrina, una presenza h24 che può portare lavoro altrove, conoscenze professionali e amicizie.

- I blog servono a portare nella realtà tematiche e hobby raccolti in Rete e che interessano a molte persone, a scrivere libri capaci di dare corpo alle emozioni di tanta gente, ad inventarsi un lavoro che non c’era.

- Dopo 6 anni che frequento l’ambiente non si è verificato quello che all’inizio molti temevano: l’avvitamento su se stesse delle mamme ansiose e ansiogenizzanti. I blog mammeschi non sono diventati posti in cui sfogare ansia in 3D per culetti arrossati, ma luoghi di scambio e condivisione. Per gli SOS probabilmente funzionano molto meglio i forum tematici di certi portali, che Dio sia lodato.

Penso che non ci sia chiusura migliore di questo post delle parole di Rossella Boriosi, giornalista e trismamma, che per la prima volta è venuta al MCBSFD e mi ha confessato di aver avuto molti pregiudizi, ma poi…

 

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