Una volta ero una manager. Poi ho fatto solo la mamma. Adesso per lavorare mi basta un pc.
Non sto piu' dietro ad una scrivania ma mi sento piu' viva ed interessante di prima.

http://scribblesanddoodles.com/2013/11/mirror-mirror-on-the-wall-who-is-the-fairest-of-us-all/

Vi ricordate quello slogan, “Perchè io valgo?”

Studio  medico, interno giorno.

Sono dal ginecologo per un controllo di routine.

Ormai lui è in pensione, ma ha fatto nascere mezza Milano ed è un medico di cui mi fido.

Inizia la visita.

Ora, come tutte ben sappiamo, quella dal ginecologo non è mai la nostra visita preferita, ma invecchiando, si sa, ci si abitua a tutto.

Questa è la tipica situazione in cui si parla di amenità varie per rompere l’imbarazzo: il tempo, le vacanze di Pasqua. Il mio ginecologo voleva scagliarsi contro piccoli ed innocui interventi di chirurgia estetica (spero di non averlo ispirato).

E così mi dice:

- Non sono d’accordo. Una donna basta che piaccia a suo marito. Se a lui piace così perchè dovrebbe cambiare?

Io non ho risposto, anche perché, come immaginerete, non mi sentivo “nella posizione” di dire alcunché.

Eppure questa domanda mi ritorna in mente, mentre preparo la valigia del ponte di Pasqua.

Già, perché?

Perché caro professore, anche se di donne ne hai viste migliaia nella tua carriera e questo ti fa pensare di conoscerle meglio di loro stesse, ti continua a sfuggire la loro essenza.

Una donna non vuole piacere solo al suo uomo o a tutti gli uomini.

Prima di tutto una donna oggi vuole piacere a se stessa e poi alle altre donne, perché sa benissimo che per piacere a un uomo ci vuole ben poco. Se gli piaci gli piaci e basta e forse nemmeno lui sa bene perchè.

Anche la donna meno vanitosa e con più rughe del mondo la mattina si lava la faccia, si guarda nello specchio e alza una paletta per darsi un voto. Poi può anche fregarsene, si intende. Mia madre, per dire, anche se ha più di 70 anni si dice sempre “Che carina che sono!”, giusto per sostenere l’autostima.

Però, sì, l’affermazione del mio medico mi ha colpita, perchè mi ha fatto pensare che è proprio un uomo di altri tempi, un “maschiocentrico”, se mi passate l’espressione.

Morale: per conoscere bene le donne non serve fare il ginecologo. Basta fare il parrucchiere.

(Perchè io valgo

foto credits http://scribblesanddoodles.com/2013/11/mirror-mirror-on-the-wall-who-is-the-fairest-of-us-all/)

Torino Notte Cut

#Torino con i bambini grazie a #esperienzaitalo

Quali sono i miei ricordi di scuola più belli? – mi chiedevo martedì mattina mentre mi preparavo ad uscire di casa.

Certamente, i compagni. Ho conosciuto la mia più cara amica il primo giorno di scuola in prima elementare! Imparare a leggere, a scrivere, i bei voti. Ma anche le gite scolastiche, quelle dello zainetto preparato dalla mamma con il panino imbottito e il succo di frutta, il K-way per la pioggia e i fazzolettini di carta-che-non-si-sa-mai.

E così, anche se ormai sono fuori tempo massimo, ho preparato il mio zainetto per andare in gita scolastica con la quinta primaria di un paese in provincia di Lodi, Livraga, che ha vinto il concorso “Esperienza Italo” e con esso un viaggio di istruzione a Torino a bordo del treno ad alta velocità Italo, di cui vi parlerò oggi.

gruppo

Disorientata dal fatto di viaggiare con una ventina di minorenni non avendone alcuna responsabilità (tipo non dover rispondere a domande noiose ed insistenti, accompagnare qualcuno alla toilette, negare l’utilizzo del mio smartphone), d’istinto ho deciso di far saltare la scuola a mio figlio di sette anni e portare anche lui in gita. Sono certa che questa concessione, elargita in un giorno di interrogazione di lettura, in futuro mi darà un potere di ricatto speciale, un jolly da giocare al momento giusto.

Comunque, avevo la scusa didattica pronta per la maestra: durante il viaggio infatti, i ragazzi hanno partecipato ad un laboratorio che trattava temi di ecologia dei trasporti e fisica di base applicata ai treni. La maestra di mio figlio è rimasta contenta, spero solo che non lo interroghi!

Davide è il simpaticissimo divulgatore scientifico che ha edotto ed intrattenuto la classe come un domatore di leoni. Vi allego una foto segnaletica: esiste un’altissima probabilità che lo incontriate in giro per le stazioni di tutta Italia. Fate domande, vi risponderà!

No, ragazzi! Non ditemi che l'effetto serra è positivo! Adesso vi spiego...

No, ragazzi! Non ditemi che l’effetto serra è positivo! Adesso vi spiego…

Questa foto mi fa ridere anche perchè Marito, tanti tanti anni fa, ha progettato il modello di locomotiva alla sinistra nella foto. Cioè quella che va piano, non essendo per niente aerodinamica, mentre quella di destra, di Italo, è l’esatto opposto. Quindi a mio figlio non ho potuto dire: “Italo è un treno velocissimo perchè ha un musetto aerodinamico che diminuisce drasticamente l’attrito con l’aria. Invece, se prendi un regionale la locomotiva di papà ti farà arrivare sempre in ritardo”.

Ma quanto si va veloce su Italo? Più di una Formula 1. Per esempio, si arriva a Torino in 45 minuti, che per una famiglia con bambini significa la possibilità di tenerli buoni facilmente con qualche foglio bianco e tanti pennarelli.

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Il laboratorio è stato veramente interessante, non solo per i bambini. Anche noi adulti avevamo qualcosa da imparare. Guardate queste due simpatiche hostess, come ascoltavano incuriosite (e oserei dire, anche un po’ rapite) le spiegazioni di Davide. Sono state le uniche adulte a non scappare da una carrozza popolata di bambini festanti!

hostess

Scesi dal treno, io e Lory ci siamo staccati dalla scolaresca, che ha proseguito con il suo programma, e ci siamo diretti al Museo del Cinema, che ha sede nella Mole Antonelliana. Mi piace un sacco, per me era la terza volta e volevo che anche mio figlio lo visitasse, non solo perchè è molto ben fatto, ma perchè resta un edificio speciale, con l’ascensore panoramico trasparente e la possibilità di vedere scene come queste, che fanno sempre effetto su un bambino.

mole

 

Questo è il piano più scenografico tra quelli visitabili all’interno. Mostri di cartapesta, chaise longue per godersi le immagini proiettate sul maxi schermo, cimeli…Una libidine per i cinefili.

totale

Ultimamente siamo stati spesso in gita a Torino ed è una meta che consiglio a tutti.

Potete visitare il famoso Museo Egizio, in fase di ristrutturazione ma comunque aperto. Vi raccomando di prenotare la visita guidata e il laboratorio del Piccolo Egittologo, ne vale la pena. Qui tutte le info.

Ed anche la Pinacoteca Giovanni e Marella Agnellidove lo “scrigno” progettato da Renzo Piano ospita grandi capolavori della pittura disponibili a tutti. Anche qui laboratori per bambini (vedi). (Nota per i padri: una visita qui vi offre anche la soddisfazione di camminare sul tetto del Lingotto e percorrere la famosa curva parabolica dove una volta si provavano le nuove macchine.)

Comunque, tornando alla nostra gita. Pensavo che classe e figlio sarebbero svenuti dalla stanchezza non appena saliti in treno. Invece erano tutti arzilli ed orgogliosi di raccontare alle anziane viaggiatrici presenti nella carrozza che avevano vinto un concorso e non era nemmeno la prima volta! Mi è stato chiesto se io fossi la maestra e io ho detto di no. Va bene essere sportive, ma venti bambini restano venti bambini!

Il mio settenne invece ha pensato bene di disegnare questo.

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Insomma, mi sembra che per lui e i ragazzi della quinta di Livraga sia stata proprio una bella esperienza.

Lo dico solo qui: sono contenta di averlo fatto bigiare!

(post sponsorizzato)

Friendship Day Quotes 13

Lettera a una mamma #losguardodeglialtri #WDSD2014 #DearFutureMom

Oggi proverò a cimentarmi in un compito un po’ rischioso: esprimere cosa penso riguardo a qualcosa di cui di solito è meglio non parlare. Non per menefreghismo, cattiveria, ostilità. Semplicemente perché ci sono in ballo i sentimenti di genitori e bambini e io non vorrei proprio urtare la sensibilità di nessuno.
Ma ho ricevuto un invito molto cortese da Martina, che è mamma di Emma, una bambina con la sindrome di Down, a spezzare il muro di imbarazzo che divide chi non ha niente a che vedere con questa mutazione genetica e chi invece c’è dentro per tutta la vita.
Ci proverò.

Cara Martina, mi chiedi qual è lo sguardo che poso sui bambini con Sindrome di Down.

E’ lo sguardo di chi dovrebbe stare zitta di fronte alla vita degli altri, perché non prova sulla sua pelle le difficoltà, le prove, l’altalena dei vostri sentimenti. Qualsiasi esso sia, qualsiasi significato vogliamo attribuirgli, mi sembra sempre lo sguardo sbagliato, sempre diverso da come voi lo vorreste. Potrei sembrarvi a volte inopportuna, altre insistente, altre compassionevole, altre ancora volutamente distratta. Io invece con il mio sguardo vorrei comunicarvi empatia, solidarietà, ma temo di essere fraintesa, di infastidirvi. Ho sempre il sospetto che le mamme di chi nasce Down, ma anche di chi ha altre patologie gravi, vogliano semplicemente sparire nel paesaggio, essere indistinguibili da mille altre persone che si incontrano dal panettiere, in metropolitana, al supermercato. Magari ecco, per una volta essere ricordate come quelle con i capelli rossi o con le belle scarpe alla moda. Poi tu mi risponderai e forse mi spiegherai che mi sbaglio.

Anche quando incontro bambini o adulti Down non so mai come comportarmi. Un gesto di gentilezza in più fa piacere o infastidisce? La normalità non è forse il tenere esattamente lo stesso comportamento che terrei nel caso di un qualsiasi altro bambino?
E poi tieni presente una cosa. Secondo me il vero tabù non è tanto il rapportarsi alla persona geneticamente diversa, ma il fatto che la sua esistenza è l’incarnazione delle paure più grandi per un genitore. Così come incontrare un barbone ci terrorizza, anche il figlio malato di qualcun altro ci fa una paura terribile. Avrebbe potuto succedere a noi, invece il caso, il destino, Dio hanno deciso di no. Non c’è merito e non c’è colpa. Questo fa scappare la gente. Non tutti per fortuna!

Ma sai una cosa? Ultimamente sto cambiando atteggiamento su molti fronti. Forse sto solo invecchiando o forse è che in effetti di gente “diversa” ne incontro molta più di una volta. Ti faccio qualche esempio.

Nel mio quartiere abita da sempre una coppia con un figlio tetraplegico. Tutti i giorni li vedo occuparsi di lui con amore infinito. Li vedo per strada, nei negozi, all’edicola. E’ una visione così consueta che ormai non mi fa alcun effetto. E’ normale.
Quando vado in piscina poi, spesso nella corsia accanto alla mia nuota un gruppo numeroso di persone con vari deficit cognitivi piuttosto gravi ed evidenti. Uomini e donne che magari cinquant’anni fa sarebbero stati chiusi in un istituto e che invece oggi fanno sport, escono, scherzano, giocano. Persone che si espongono pesantemente allo sguardo degli altri, sono tutti in costume da bagno e a volte non sono proprio bellissimi.
Beh, mi sono abituata ai loro schizzi, al loro tono di voce un po’ sopra le righe, al loro essere casinisti. I due accompagnatori non li trattano certo con particolare delicatezza. Molte volte noto che li incoraggiano all’autonomia, li pungolano, li prendono simpaticamente in giro. Per me sono diventati un panorama abituale, a cui non faccio più caso.

Un ultimo racconto di vita.
La mia nonna è molto anziana e siamo stati costretti a ricoverarla in una struttura per persone non autosufficienti. Lì dentro si vedono cose ancora belle, tenere, commoventi e cose squallide, avvilenti, a cui nessuno vorrebbe mai assistere. Ormai frequento questo posto da due anni e per me è una grandissima scuola di umiltà. Mi ha fatto capire quanto siamo piccoli, limitati e quanto sia ingiusto giudicare gli altri, mancare di rispetto. Quanto siamo tra noi tutti diversi e tutti uguali.

Quindi, per tornare alla domanda iniziale, qual è il nostro sguardo su di voi.
Quello che oggi mi interessa di più è educare i miei figli a non discriminare chi è diverso. Cosa difficilissima, perché noi adulti siamo bravissimi a discriminare anche chi non la pensa come noi, figuriamoci chi ha qualche sindrome. Quando accade che i bambini mi facciano domande su persone con malattie visibili (loro per esempio sono molto colpiti dai nani) cerco di spiegare tutto con molta calma, usando termini che spero corretti e tecnici più che emotivi. Non vorrei trasmettere loro giudizi ma spiegazioni. Per intenderci, vorrei evitare di dire “ha il Down, poverino”. Se tu spieghi i bambini capiscono e non sono mai cattivi. Ricordo benissimo la mia compagna di asilo Down. Non la sopportavo, era aggressiva e dispettosa e litigavamo spesso. Ma nessuno, né le maestre né i genitori, mi avevano spiegato che Barbara non era cattiva, aveva solo aveva qualche difficoltà comportamentale. I tabù esistevano eccome.

Oggi per fortuna di questi ed altri argomenti si può parlare senza nascondersi, come se fosse una vergogna. Ci sono le mamme blogger, video chiari e commoventi come questo, i giornali.

Questa è la risposta alla tua domanda. Non so se ti ha soddisfatta, ma sono stata sincera.

Adesso sono io che rivolgo una domanda a te, Barbara e Valle:

 come vorreste che fossero i nostri sguardi?

Skiing Holidays

Mamme che sciano VS mamme che non sciano

Chiudiamo in bellezza il ponte di Carnevale con alcune riflessioni scaturite dalla frequentazione dei campi da sci.

Le mamme che non sciano

Le mamme che non sciano le riconosci subito perché sono sempre vestite come per una cioccolata calda in centro a Sankt Moritz. Negli anni ’70/80 indossavano tutte una voluminosa pelliccia by Annabella Pavia e le pedule di pelo bianco stile pastore bergamasco. Oggi che le pellicce non si possono più mettere perché non sono politically correct hanno tutte il piumino lungo Moncler, la cuffia con il pon pon di cane cinese, i Moon Boot di vernice nera e gli occhiali da sole più grandi e stilosi disponibili sul mercato.

http://www.ladyblitz.it/photogallery/ritorno-al-futuro-una-saint-moritz-1443439/

Le mamme che non sciano “vengono su” solo per assolvere alla loro funzione ancillare ed è una funzione secondo me meravigliosa. Quando ero piccola avrei tanto voluto una mamma a mia completa disposizione, pigra ed incapace di sciare, che ad ogni mio passaggio di skylift agitasse un panino alla Nutella dicendomi: “Se sei stanca puoi venire a fare palle di neve qui, a’mamma”. Oggi svolgono ancora il loro importante ruolo sociale inseguendo i figlioletti con sandwich al prosciutto che loro non vogliono finire e soprattutto accompagnandoli e ritirandoli alla lezione di sci. Purtroppo le madri moderne non possono fantasticare troppo sui maestri dall’accento valligiano come accadeva alla mia, all’epoca assidua lettrice di Novella 2000, che pubblicava ampi reportage sulla love story tra Claudia Mori e il suo maestro di sci durante un periodo di corna con Celentano.
In compenso, non appena hanno salutato anche l’ultimo pargolo seduto in seggiovia, sono libere di giocare con i loro smartphone, sedute su quelle sdraio scomodissime che segano le gambe ma che qualsiasi bar affitta a prezzi da strozzinaggio. Ci sono – anche se sempre meno – le malate dell’abbronzatura montana, sedute tutto il giorno con quell’affare di domopack argentato riflettente sotto il naso, ma la gran parte nasconde una bella canotta scollata sotto il maglioncino a collo alto.
Le mamme che non sciano riuniscono in sé anche altre importanti qualità come accompagnare i figli alle toilette generando code di ore, piazzarsi in mezzo a qualsiasi passaggio sciatori ostruendolo, avere paura che i bambini abbiano troppo freddo, troppo caldo, troppa fame e troppa sete.

Le mamme che sciano

Precisiamo subito una cosa. Le mamme che sciano si collocano nel 99,99% dei casi nel contesto “famiglia che scia” così posizionata: papà primo, figlio grande, figlio piccolo, mamma in fondo alla fila. Ufficialmente la mamma chiude il gruppo per controllare che nessuno resti indietro, nella realtà si trova nella condizione ideale per urlare continuamente: ”Frenaaa! Curva a destraaaa! Curva a sinistraaa!”.

La presenza della mamma sciatrice è indispensabile per assolvere compiti che nessun padre mai affronterebbe: soffiare il naso ai figli sulla seggiovia, mettere la crema antiscottature, tirare fuori i toast dalla stagnola.

http://www.theskichannel.com/news/20091124/your-daily-snow-fail-bad-ski-fashion/

Esemplare di mamma in tuta anni ’80.

La mamma sciatrice della domenica è ben felice che i figli siano in grado di fare solo piste facili, perché questo le consente di sembrare ancora esperta ai loro occhi e di esibirsi in lezioni di spazzaneve senza “piegamento e distensione”. Raggiunge il massimo della gloria durante una crisi di panico della figlia piccola, che le permette di mostrarsi autorevole e sicura dei suoi mezzi, nel pianoro antistante il rifugio.

Ha un abbigliamento low-tech di risulta, scia con la cuffia di lana che aveva da piccola e porta la sciarpa svolazzante. Possiede un vecchio paio di quegli sci dritti e lunghi, per cui è costretta a noleggiare gli sci da carving che curvano da soli, anche senza di lei. Se il marito conduce la famiglia su una pista leggermente più difficile, si pianta in mezzo imprecando: “Mi hai rovinato la giornata, bravo pirla!”, determinando un trauma perenne nei minori a lei affidati.

La mamma sciatrice esperta invece, pretende il massimo dai propri pargoli e di solito si mette in competizione con il figlio più grande non appena impara a fare una diagonale decente. Quando vede i figli degli altri che fanno agonistica ne analizza le movenze ammirata. Litiga con il marito sulle variazioni di percorso e si avviluppa in infinite elucubrazioni sulla comodità degli scarponi, sulla scorrevolezza degli sci e sulle proprie prestazioni sul ghiaccio. E’ capace di passare un’intera risalita in funivia discettando sulla qualità della neve, farinosa, pesante o ghiacciata.

http://skimums.com/photos/#jp-carousel-629

Queste skimums americane sono favolose! Il loro motto è: Drop the kids, hit the lifts! (Molla i bambini e schizza in seggiovia!)

Indossa una giacca high-tech dai colori fluo, il casco integrale satinato e scarponi coordinati con sci dal nome esplicito, tipo “Extreme Racer”, “Unique”, “Radical”, “Worldcup” o “Supershape”.

I figli di codeste madri

Che sciino o non sciino con le madri, tutti i bambini fanno solo una cosa: vanno dritti in fondo alla pista.
Alcuni perché non vogliono fare altro, possibilmente a velocità smodata. Alcuni perché non sanno fare altro, specialmente curvare e frenare.

Ma ho il sospetto che molti di loro segretamente desiderino solo una cosa: seminarle.

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Quelli che #Sanremo

Ormai sono tre anni che faccio l’inviata speciale a Sanremo con le #mammeasanremo e quello che continua ad affascinarmi è l’ipertrofico carrozzone che questa manifestazione porta con sé.

Sì, ogni anno ci sono le canzoni, l’artista-rivelazione, il campione che si riconferma, l’idolo del televoto, le polemiche mediatiche vere e verosimili, ma il vero spettacolo è quello che si assapora per le strade di questo paesone cresciuto intorno al Festival, grazie all’umanità ordinaria e  a volte stravagante che passeggia in cerca di un VIP da fotografare.

20130213_115613Le vecchie con la pelliccia anche se ci sono i 15 gradi fissi della Riviera, i collezionisti di autografi, le eccentriche dai capelli fucsia che si piazzano davanti all’Ariston fin dal primo giorno per guardare e farsi guardare, i bambini che costringono i genitori a lunghi stazionamenti in zona red carpet per poter vedere i cantanti.

I sosia dei personaggi famosi. Li incontri ogni anno e ti chiedi come campino al di fuori del loro sogno ad occhi aperti. I famosetti, gli ex famosi e i mai stati famosi, che arrivano a frotte per farsi vedere, fotografare, toccare, persino sfottere. Ma esistere.

E poi la RAI. La Rai macchina da guerra, che occupa militarmente Sanremo sia come tv sia come radio, con i suoi tecnici, i giornalisti, il potente Ufficio Stampa che sforna costantemente i dati di ascolto mentre tu, povero illuso, insisti a pensare che sia il Festival della Canzone dove si deve prima di tutto parlare di musica.

La Sala Stampa dei giornalisti che scrivono sulla carta, che è dentro l’Ariston. Vedi Fazio in tv, scende il sipario, dopo un minuto si apre la porta e lui entra, lì alla tua sinistra, e tu rimani sempre un po’ sorpresa di questa apparizione in carne ed ossa. I giornalisti più titolati nelle prime file, i peones in fondo. L’inserviente che alle due di notte ti sollecita con la scopa in mano a lasciare la postazione.

ukLa Sala Stampa di giornalisti, blogger e radio, dislocata al Palafiori. Sembra un castigo invece alla fine sei dove la sera ci sono le feste, le interviste meno istituzionali, gli sponsor, gli incontri casuali in cui da cosa nasce cosa. L’ambiente è più rilassato, ci si aiuta tra colleghi, nascono flirt e alla fine si fa la foto di gruppo.

I pass. Le differenti categorie di pass per cui sei vassallo, valvassino e valvassore. Quelli che possono entrare dappertutto, anche a vedere le prove cantanti. Quelli che solo in Sala Stampa all’Ariston. Quelli che solo al piano terra dell’Ariston. Quelli che solo al Palafiori. Quelli che solo a Casa Sanremo, lo spazio feste degli sponsor dove si scrocca il free drink e il live della notte. Quelli che distraggono la sicurezza e interrompono la prima puntata del Festival in diretta. Quelle come noi, che scappano al bar dell’Ariston dove c’è Gianfranco Agus che intervista tutti quelli che passano, e poi escono sul red carpet e vengono anch’esse intervistate da un poveraccio, che dopo pochi secondi capisce di aver preso un abbaglio ma ormai è troppo tardi.

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Sanremo che si trasforma in una passerella permanente di addetti ai lavori adornati di due/tre pass diversi, esibiti come status. I romani, perché ovunque tu vada senti parlare in romanesco, con quel tono splendidamente cinico e  disincantato per cui “ehi, baby, è tutto ok, nulla può sorprenderci”. Tutti quelli che con il Festival non c’entrano niente, ma sono lì perchè per una settimana tutti i media parlano di Sanremo e bisogna approfittare dell’onda lunga. L’immancabile stand della Regione Calabria, le radio locali che si inventano di tutto per farsi notare, i VIP in declino che si siedono ad un tavolino del bar in Piazza Colombo per farsi fare la foto con tutti quelli che gliela chiedono,

I cantanti in gara che arrivano in Sala Stampa e noi peones del web che ci fiondiamo addosso a loro per scattare una foto con i nostri telefonini e condividerla subito su tutti i social. Quelli che quando arriva Arbore per farlo girare verso di loro gli gridano “Maestro!” e lui che se la ride, senza prendersi troppo sul serio. arbore Quelli che devono fare una domanda al cantante e partono con un preambolo di complimenti di due minuti.

L’ufficio stampa dei cantanti, che lo chiami e ti farà sapere, che ti richiama e ti dice “quali domande?” e tu le butti giù in due minuti e ti capicolli su e giù per gli hotel, con il fiatone ma con l’aria più presentabile che puoi. I cantanti che poi non se la tirano per niente, ci mancherebbe, sono lì per promuoversi, e ti chiedi come facciano a macinare interviste come in una catena di montaggio, rispondendo sempre alle stesse domande con un minimo di entusiasmo per tutti.

Le giornate massacranti, tra conferenze stampa, incontri one-to-one, zig-zag frenetici tra la folla dei curiosi e poi accendi la televisione e vedi Renzi in diretta che snocciola i nomi dei ministri, ma rassicura tutti che finirà prima di Sanremo. E ti chiedi dove inizi e finisca questo cavolo di Sanremo, se non sia tutto un grande show, con i politici che parlano di canzoni e i presentatori che parlano di politica in un minestrone pop in cui si sono perse tutte le priorità.

Insomma, lasciate perdere lo show tv,

 Sanremo è il Paese reale.

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Sposati e sii sottomessa reloaded

Permettetemi di iniziare il post con un complimento: quello che si è inventato il titolo di questo libro per me è un genio. Solo per la curiosità di capire di che si tratta avranno venduto la metà di quelle 45.000 copie che dichiarano.

Siccome a me, come a molte altre donne, questo proclama ha fatto subito ribrezzo, mi sono ben guardata dall’acquistare il libro, anche se ai tempi una sbirciatina al blog di Costanza Miriano, l’autrice, l’avevo data. Poi la pressione mi era andata a 200 e morta lì.

Invece ultimamente mi sta accadendo una cosa strana: mi interessa sempre più capire le motivazioni di chi dice cose diverse da me. Sarà che sto invecchiando e mi sarò stancata di darmi ragione da sola. Insomma, vittima della brama da lettura scatenata dal mio e-reader di fiducia, ho comprato la versione aggiornata di “Sposati e sii sottomessa” e vorrei parlarvene.

Alcune premesse.

Costanza Miriano ha 44 anni e 4 figli. Assomiglia fisicamente alla mia amica Adriana, è magra come un chiodo e corre all’alba pur di non rinunciarvi. Non sottovalutate questo dettaglio, io ho una teoria. Qualsiasi donna che va a correre possiede una naturale tendenza più o meno esplicita alla sofferenza fisica, all’abnegazione e a quella parola che va tanto di moda adesso, “resilienza”. Se Costanza Miriano va a correre, fa 4 figli e riesce pure a lavorare in Rai Vaticano un motivo ci sarà. Rispetto.

Come avrete intuito, Costanza è una cattolica praticante ed in realtà il genio del marketing che ha scelto il titolo del libro è San Paolo, che ha detto proprio questo alle donne, di sposarsi ed essere sottomesse, nella Lettera agli Efesini.

E qui casca l’asino. Secondo l’autrice il concetto sta tutto in cosa si intende per “sottomissione”: “Sottomesse nel significato di stare sotto, sostenere, sorreggere, perché sotto si mette chi è più solido e resistente, perché è chi sta sotto che regge il mondo”.

Detto così non mi suona malissimo.
Alzo gli occhi dal pc e vedo la nostra casa, con i mobili che abbiamo scelto e acquistato insieme, le foto delle vacanze, tutte le cose dei nostri figli. Penso che se questa casa è un luogo caldo e accogliente è perché ci sono io che faccio da collante di tutto. Tengo insieme il lavoro e la casa, la scuola, i compiti, le attività extra-scolastiche, guardo che tempo fa nel week-end e decido se andiamo via o restiamo a Milano, decido cosa mangiamo, gestisco il ménage economico, ho la prima e l’ultima parola sulle vacanze, dico a Marito quando deve cambiare il guardaroba, mando gli auguri di Natale ai miei e ai suoi amici.
Sì, è vero. Sto sotto e reggo tutto. Giusto, sbagliato? A me sembra di essere come tantissime altre donne.
E’ un ruolo che mi sono scelta, che vivo tutti i giorni e alla fine dei conti non mi frustra. Anzi, non ho mai pensato: adesso mollo a lui tutte queste incombenze. Sono mie e me le tengo.

Ora, contestualizziamo.

E’ un fatto che con questa storia del mettersi a disposizione generazioni e generazioni di donne sono state fregate e lo sono tuttora.
Lo “sposati e sii sottomessa” funziona se tuo marito conosce le regole del gioco. Se anche lui si sottomette. Non voglio dire che ogni moglie si deve trasformare in una dominatrix. Dico che anche lui deve entrare nel progetto, ritagliarsi un ruolo attivo, essere a disposizione. Io per credere nel matrimonio non ho molto bisogno di tirare in ballo i sacramenti, mi basta la società di persone. In questo non sono molto “moderna”, le convivenze tout-court non mi attirano, sono per gli impegni nero su bianco. Questione di carattere.

Costanza difende un’idea tradizionale della diversità: essere accoglienti è nella natura delle donne, così come le ha create Dio, mentre l’uomo ha uno sguardo esterno al nido. Se tu rispetti la natura dell’uomo, non gli chiedi di essere diverso, anzi, gli dai sempre ragione e non metti in discussione la sua autorità, allora avrai un marito devoto, pronto a concederti tutto.

Allora.
Io a Marito non chiedo di essere come non è, anzi mi sono innamorata della sua diversità, lo interpello su tutto proprio per avere idee diverse dalle mie e rispetto la sua natura (disordine, sguardo strategico, assenze). Eppure lo scambio di idee tra noi, il non dargli sempre ragione, il contrattare non continuo ma frequente non solo mi rende ai suoi occhi una moglie indipendente ed affidabile ma anzi, ci rende più uniti e complici.

Dal dialogo e non dal silenzio esce un “noi”.

Penso a mia nonna, che nemmeno ventenne ha sposato un uomo più grande di lei di 18 anni. Non ha mai aperto bocca per dire bè, tutto quello che faceva lui andava bene. Quando poi le cose si sono messe male, mio nonno si è ritrovato da solo a risolverle. Per non parlare di certi mariti sciagurati che si sono presi alcune mie amiche. Sottomettendosi al loro volere si sono ritrovate con in mano un pugno di mosche e i creditori alla porta. Vorrei capire se quando parla di accoglienza la Miriano  si riferisce prevalentemente alle partite di calcio alla televisione o ai calzini sporchi buttati per terra, perchè allora in quel caso si tratta solo di non essere quella che secondo alcuni si definisce in gergo “una moglie rompipalle”.

Invece, secondo me la discussione in una coppia fa crescere tutti. Non si tratta di mancanza di rispetto, anche perché il rispetto deve essere reciproco.

Che poi, diciamo la verità, le mogli che facevano credere ai mariti di comandare sono sempre esistite. L’importante era non ledere la maestà del capo famiglia. Non vorrei fraintendere, ma forse sotto sotto per Costanza Miriano il trucco sta tutto qui.

Però attenzione: “…Un uomo non resiste a una donna che lo rispetta, che riconosce la sua autorità, che si sforza con lealtà di ascoltarlo, di mettere da parte il suo proprio modo di vedere le cose, che schiaccia sotto i piedi la sua lingua, sempre pronta a ridicolizzare, a mettere in luce le carenze dell’altro…”

Ecco, qui ammetto che il libro mi ha colpita sotto la cintura.

Quella credenza color turchese che mi è piaciuta dal primo momento che l’ho vista e adesso sta di là in sala da pranzo, il viaggio a Londra deciso in cinque minuti netti senza farmi una domanda, il primo passo per fare pace dopo un litigio…sono tutti gesti spontanei di Marito. E io sono certa che li abbia fatti perché mai mi sono permessa di umiliarlo, di far prevalere in modo arrogante la mia opinione sulla sua, di svuotare il suo ruolo con me e i figli.

Però vedete, Costanza identifica il problema nel fatto che al giorno d’oggi nelle coppie prevarrebbe il senso dell’”io” e non del “noi”. Invece secondo me non si riduce solo a quello, è anche una questione di stima. Se io non stimo il mio uomo, allora lo svilisco e non lo rispetto. E il mio uomo si deve meritare la mia stima, come io la sua.

Non è che forse la scelta della sottomissione non se la meritano proprio tutti i mariti?

Secondo me, ce ne sono tanti che queste finezze non le capiscono.

Un’altra tesi del libro è che il matrimonio risolve tutto.
Qualsiasi incertezza esistenziale troverebbe la sua panacea nel talamo nuziale, come in quei film con l’happy ending in cui i due protagonisti si baciano e via con i titoli di coda. Mi guardo intorno e vedo single che spero rimangano tali per sempre. E’ talmente chiaro quanto siano inadatti all’impegno quotidiano e al sacrificio richiesto dalla vita di coppia che mi auguro restino liberi da vincoli per tutta la vita e soprattutto non si riproducano, rovinando l’esistenza anche dei futuri figli. Certe volte Dio non me la conta giusta (opinione personale).

Capitolo femminismo.
Non ho bisogno di scomodare il Creazionismo, Adamo ed Eva e San Paolo per ammettere che un certo tipo di femminismo ha rovinato le donne. E’ vero che non si può avere tutto. Attenzione: nello stesso tempo.
Oggi magari le donne devono prendersi una pausa, seguire i figli o rallentare, ma domani forse no. La vita ci insegna che dietro ogni curva ci può essere una sorpresa. Aggiungo che quel vecchio femminismo non ha chiesto nulla al mondo del lavoro e le istanze di oggi sul telelavoro e la flessibilità per tutti (uomini e donne) possono correggerlo.

Ma ti prego, Costanza, coinvolgiamo i mariti in questo discorso. Se come dici tu l’amore è dare senza chiedere, e sono d’accordo con te, spero che ricevere non sia sempre scontato.

E’ uscito poi il seguito di questo primo libro, che devo ancora leggere: “Sposala e muori per lei”. Chissà, forse alcuni temi saranno sviluppati lato maschio, magari poi vi racconto.

Comunque, devo ammettere che “Sposati e sii sottomessa”, nella sua semplicità e anche nella scorrevolezza con cui si lascia leggere, mi ha lasciato sicuramente qualcosa. Insomma, sono contenta di averlo letto.

Alcuni concetti sono condivisibili, anche senza essere particolarmente credenti. Sono certa che se incontrassi Costanza Miriano passerei con lei qualche ora di conversazione piacevolissima, come quando si va a trovare una zia simpatica, prodiga di consigli non richiesti eppure a loro modo utili.

Tra tutte le cose su cui questo libro mi ha fatto riflettere è che è vero che gli uomini hanno bisogno di essere accolti e amati per quello che sono, anche quando cerchiamo di correggerli e di spiegare loro le nostre ragioni.

Io non voglio un “mammo” o uno a cui rinfacciare che ogni tre lavatrici che carico io lui fa partire solo una lavastoviglie. Voglio uno che ci sia nei momenti importanti, che abbia un’opinione sull’educazione dei figli, che sappia essere uomo e non ominicchio, che mi sia pari e diverso.

Anche se poi per anni si è alzato di notte al posto mio quando i figli chiamavano perché, citando le sue parole, “se la natura ha creato l’uomo più forte, allora vuol dire che questa forza va messa a disposizione della moglie che è stanca”.

La legge della giungla

- Marito, com’è che i nostri figli non ci hanno ancora chiesto come nascono i bambini?
- …

Alcuni giorni dopo. Esterno giorno. Seggiovia da quattro, i figli in mezzo, i genitori, protettivi, ai lati.

Fagio, 7 anni: “Papà a cosa servono quelle cose che abbiamo noi maschi lì in mezzo?”

Marito apre bocca e sta per rispondere quando…

Buddy, 5 anni: ”Si mettono così così in quel posto così e così”.

Io, il vento gelido che mi sferza la faccia: “E chi te lo ha detto?”

- La nonna. Un sacco di tempo fa.

La morale è: non importa che tu sia mamma o papà. Là fuori nella giungla c’è una nonna che all’alba si sveglia e corre più veloce di te.

 

http://site.popdeluxe.net/ourblog/2011/11/12/hipster-vs-grandma/

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#liberericette: Pansoti al sugo di noci afrodisiaci

Terza edizione di Libere Ricette: Manager di Me Stessa presente!

Allora.

Come mi sia venuto in mente di preparare questa ricetta non so.
Avrei potuto comprare tutto al supermercato e poi spacciarlo per mio oppure fare qualcos’altro, ma la storia che c’è dietro è troppo bella per non essere raccontata. E i pansoti al sugo di noce erano una scusa perfetta.

Tredici anni fa Marito non era ancora Fidanzato, era solo Caro Amico. Non ridete, era proprio solo un caro amico punto e basta.
Ma che succede quando un caro amico che vi piace da morire vi invita a casa sua a cena per la prima volta…e siete le uniche invitate?

So cosa state pensando.
Appunto.

Però, la donna che viene invitata a cena a casa di un uomo sviluppa tutta una serie di aspettative anche sul contorno. Specie quello che avrà nel piatto.
Dunque, quella prima sera a cena io entro in casa sua e cosa faccio?

Innanzitutto ciò che è ovvio: cerco traccia di altre donne. Un trentacinquenne che ha vissuto secondo voi sarà restato tutto solo a guardare la televisione nell’interregno tra una donna della sua vita e l’altra? Mentre lui cucina, mi chiudo in bagno con una scusa e perquisisco il mobiletto sopra il lavandino. Niente di interessante. Passo al salotto: nessun graffio o unghia di donna conficcata nei muri a memoria di un amplesso focoso. Scannerizzo i titoli in libreria: tutta roba scientifica. Per essere sicura di rivederlo gli chiedo in prestito “Il turista matematico” di Ivars Peterson, che non leggerò mai.

Però sono sbigottita. Va bene essere un bravo ragazzo single, ma la casa è disadorna come non mai, la tavola è vuota e in cucina sembra non sia entrato nessuno da secoli.

Insomma, io mi aspettavo di vedermelo venire incontro con due bicchieri di vino bianco, un sottofondo musicale intrigante, lo sfrigolare del soffritto in cucina, una tavola apparecchiata con classe, qualche candela qua e là…ci siamo capite, no?

Adesso mi sbatte sul letto senza cena, ho pensato con orrore. Crede che io sia già sua e che non dovrà nemmeno corteggiarmi un po’! Ormai ero offesa.

E poi, più razionale: oddio, non si aspetterà mica che cucini io, vero?!

No, per fortuna non ho dovuto cucinare io, ma mi è toccato assistere all’apparecchiatura della tavola con una tovaglia natalizia di risulta e piatti e bicchieri a caso. Ero delusissima.

Non potevo certo sapere che Caro Amico non viveva quasi mai in quella casa, lavorando spesso in giro. Dato che viveva solo da molti anni lo credevo un abile cuoco, al limite un marpione, il che a volte non guasta. Non potevo certo immaginare che dai 23 anni in poi avesse fatto l’abbonamento alla rosticceria!!!

Finchè ad un certo punto tira fuori questo vassoio di pansoti comprati nel pomeriggio a Genova, dove era stato per lavoro. E mi lancia lo sguardo di chi la sa lunga, come dire: ”Hai visto che prelibatezza?”
Io gli ho sorriso pensando: ” Embè? Son ravioli come gli altri. Io sono abituata a ostriche e champagne, ciccino.”

Almeno è riuscito a cuocerli in autonomia e presentarmeli con un ottimo condimento al sugo di noci.
Quando ho messo in bocca il primo raviolo mi si è aperto un mondo. Buonissimo!

Forse se la serata si è salvata con le dovute conseguenze (due in particolare, che mentre vi scrivo guardano i cartoni a volume stellare) e il passaggio da Caro Amico a Fidanzato, lo si deve ai pansoti al sugo di noci comprati a Genova. E poi sì, mi piaceva da morire.

Dunque, quest’anno per Libere Ricette mi sono cimentata nei pansoti al sugo di noci.

Ingredienti:

Per la sfoglia: 400 gr. Di farina, 2/3 uova, 1 bicchiere di vino bianco e un pizzico di sale. Impastate il tutto e preparate la sfoglia, che poi taglierete in quadretti di circa 4/5 cm per lato.
Per il ripieno: 250 gr. spinaci, 250 gr. bietole, 250 gr. borragine (se non trovate la borragine della ricetta originale mettete più bietole e spinaci), 250 gr. ricotta, 60 gr. parmigiano, maggiorana q.b.. lessate le verdure e poi andate di mixer.
A questo punto in ogni quadretto disponete un cucchiaio di ripieno e richiudete.
Lasciate seccare in un vassoio infarinato per un’oretta almeno e poi potrete cuocere. Quando i ravioli vengono a galla allora vuol dire che sono pronti. Estraeteli con una schiumarola, condite con il sugo di noci e serviteli. A me piacciono spolverati con tanto grana gratuggiato. Per la cronaca i pansoti sono sempre buoni, anche al burro.

Per quanto mi riguarda, sabato mi sono messa a fare l’angelo del focolare, ma senza la mitica macchina a manovella per la sfoglia ho dovuto usare il mattarello e il risultato è stato pessimo!

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Vi mostro perciò l’unico pansoto degno di essere mostrato in pubblico, per altro con la forma di un cappelletto mantovano. Però, fidatevi della ricetta: era buonissimo.

Morale della storia: povero Marito, ero stata sprezzante nel giudicarti. Se quel giorno di tanti anni fa ti avessi invitato io a cena e avessi cucinato con le mie manine con questi risultati, mi avresti voluta lo stesso?

Le storie sono per chi le ascolta, le ricette per chi le mangia. Questa ricetta la regalo a chi legge. Non è di mia proprietà, è solo parte della mia quotidianità: per questo la lascio liberamente andare per il web.

P.S.: “Liberiamo una ricetta” anche quest’anno vuole essere un’occasione di solidarietà. Per questo tutti i partecipanti doneranno l’equivalente della spesa per il piatto a sostegno delle famiglie rifugiate ospitate dal Centro Astalli di Roma. In questo modo inviteranno virtualmente a tavola con loro anche una persona che è dovuta scappare dal suo Paese per fuggire alla guerra e alla persecuzione e che qui in Italia deve ricominciare da zero. In particolare, l’obiettivo è di dotare di stoviglie e pentole le famiglie che vivono nel centro di accoglienza Pedro Arrupe, in via di Villa Spada. Tutti possono partecipare alla colletta con una donazione tramite bonifico bancario, conto corrente postare o anche online, attraverso Paypal. Tutti i dettagli qui.

Siamo Nati per Camminare 2014. Tutti in pista!!!

snpcQuattro anni fa abbiamo cambiato casa e siamo andati ad abitare in un nuovo quartiere, qui a Milano. Era dicembre e ci trovavamo nel mezzo dell’anno scolastico. Questo significava che ogni giorno dovevo usare la macchina per accompagnare i miei figli a scuola.

Tutte le mattine uscita dai box, semaforo, coda, semaforo, coda, semaforo, coda. Arrivata davanti al loro asilo ricerca del parcheggio. Imprecazione perché non si trovava. Parcheggio in posizione random. Ansia da multa, bacio ai pupi. Ritorno a casa con la stessa trafila semaforica. Guardavo l’orologio e avevo buttato via un’ora della mia vita, dopo la quale potevo iniziare a combinare qualcosa anch’io.

L’anno dopo i figli sono andati in due scuole raggiungibili a piedi e allora abbiamo ricominciato a vivere. Dico “abbiamo”, perché il tempo che si spreca in macchina non era solo mio, ma anche loro. Tempo di vita.

Ecco quali sono secondo noi i vantaggi dell’andare a scuola a piedi:

1. Conosciamo il quartiere, ci accorgiamo quando succede qualcosa di nuovo. Come un fiocco rosa ad un portone, un negozio che prima non c’era, i fiori dei giardini che sbocciano.

2. Spesso incontriamo i compagni di classe e iniziamo a scherzare con loro, oppure facciamo la gara a chi arriva prima a scuola. Questo ci mette subito di buonumore.

3. Le rivelazioni più importanti su quello che accade a scuola avvengono sempre la mattina, quando i bambini iniziano a visualizzare la loro giornata. Spazio a chiacchiere e confidenze.

4. Quando camminiamo verso la scuola, ci teniamo per mano. A noi piace.

5. Camminare aiuta a svegliarsi e sentirsi attivi. Fa scendere la panza (questo è un suggerimento per i genitori, ovviamente).

6. Conosciamo un sacco di gente nel quartiere. Salutiamo tutti e loro ci salutano. Ci fa sentire bene.

7. Non abbiamo mai il problema del parcheggio. In doppia, tripla fila oppure sulle strisce gialle quando non potremmo, o sulle strisce blu dove si paga, oppure sul passo carraio della scuola, dove diamo fastidio a tutti i compagni dei nostri figli, anche se loro magari non ce lo dicono per non litigare.

8. E se la scuola è in Area C risparmiamo i soldi del pedaggio.

9. I bambini si abituano fin da piccoli ad usare l’auto quando serve veramente e non per pigrizia. Acquisiscono uno stile di vita più sano e lo considerano normale.

10. Dulcis in fundo: ci fa piacere non contribuire a rendere l’aria di Milano ancor più puzzolente e pericolosa per la salute di quanto non sia.

Perché vi dico questo?

Perché avete un impegno, da realizzare entro il 17 di febbraio. Far iscrivere la vostra scuola primaria o almeno la classe di vostro figlio a “Siamo Nati per Camminare”, l’iniziativa dei Genitori Antismog che invita tutti i bambini delle scuole primarie del Comune di Milano ad andare a scuola a piedi, in bici, in skateboard, in monopattino o con i mezzi pubblici, dal 17 al 21 marzo.

Qui trovate tutte le informazioni per l’iscrizione. E’ facile e gratuito.

Alla fine ci ritroveremo tutti al Museo dei Bambini alla Rotonda della Besana per guardare insieme i lavori dei bambini che avranno partecipato. Sarà una festa bellissima e forse qualcuno di noi avrà scoperto che andare a scuola a piedi non è stato poi così difficile, anzi, magari si arriva anche prima al lavoro, e meno stressato.

PASSATE PAROLA a tutti i genitori che conoscete, soprattutto a quelli che usano la macchina tutti i giorni!!!

Allora, ci vediamo… per strada!

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Madri, figli e tifo

Le madri in piedi sugli spalti che guardano l’allenamento di pallanuoto dei figli.

L’allenatore che sbraita, fischia, urla per farsi sentire dai ragazzi.

-        Siete in sette, passate la palla a tutti, capitooo?!!!

Mio figlio che va avanti e indietro, generoso ma poco efficace, tanto che non riesco nemmeno a capire qual è la porta della sua squadra. Penso a suo padre, alla mezz’ora che ha speso con lui per insegnargli schemi e tattiche con i segnaposto del “Non ti arrabbiare” e vedo che il bambino non si ricorda più niente.

Anche io, pur senza darlo a vedere, un po’ mi innervosisco, soprattutto quando le “colleghe” di fianco a me esultano per le prodezze dei loro pargoli, molto più determinati del mio.

Mi immagino già quando la sera Marito mi chiederà com’è andato l’allenamento e io dovrò dire sottovoce: “Così così”.

Ad un certo punto il mio pallanuotista in erba, praticamente un ciuffo appena spuntato, è stanco e viene messo in porta. Ed è in quel momento che si gira verso di me.

E mi sorride, innocente. Un sorriso bellissimo, disteso, in cerca di complicità.

Capisco che lui è contento e allora anch’io gli sorrido.

Quando usciamo dalla piscina mi abbraccia, mi bacia e mi dice: ”Mamma, oggi sono felice!”

Sport. Squadra. Felice. Chi sono io per rovinargli tutto questo?

-        Mamma, come ho giocato?

-        Amore, hai giocato bene.

P.S. e grazie per la lezione, comunque.

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