#ufficioaigiardinetti. Che tu abbia un vero ufficio oppure no, questo è il tuo workspace fino alle medie.
Ufficio ai giardinetti è:
- Capire cosa voleva dire quella mamma di 3 figli più vecchia di te che una volta ha proclamato: “Quest’anno festeggio i dieci anni in questo parchetto”. Ci sono matrimoni che durano molto meno.
- Puntare alla panchina migliore, quella all’ombra, e trovarla sempre occupata dalla stessa mamma che tiene il posto anche per le sue amiche.
- Al tuo arrivo scannerizzare il parterre e capire che non ce n’è mezza con cui attaccare bottone.
- Uscire vestita da barbona perché tanto oggi pomeriggio vai ai giardinetti.
- Uscire vestita da red carpet perché tanto oggi sei stata tutto il giorno in casa conciata da barbona.
- Costringere tuo figlio a giocare con uno che gli sta antipatico perché tu sei molto amica di sua madre.
- Costringerti a chiacchierare con una madre che ti sta antipatica perché tuo figlio è molto amico del suo.
- Insegnare ai figli giochi solitamente vietati per avere la certezza di bloccarli in un unico spazio controllabile dalla panchina. Per esempio: pizza di fango, pista di biglie nella terra, gavettoni ai piccioni.
- Accettare con noncuranza lo sguardo di disapprovazione delle nonne mentre consenti, ed anzi suggerisci, tali attività. Scambiarti un’occhiata complice con madri e tate.
- Affidare il bambino ad una mamma amica per andare un attimo (…) dal panettiere e invece passeggiare guardando due vetrine.
- Imprecare in cerca di una toilette.
- Ricordare di essersi dimenticata di comprare le salviettine igienizzanti e scroccarle sempre a qualcun altro.
- Parlare con le nonne di educazione dei figli assumendo un tono complice e rispettoso.
- Osservare le tate che si fanno i cavoli propri chiacchierando all’ombra e non alzando mai il sedere. Ah, sì, poi lo alzano. Quando devono andare a casa.
- Cercare di non utilizzare troppo il vanzina (cellulare, termine per milanesi doc) per non sembrare una madre annoiata.
- Cedere e consultare Facebook per passare un po’ di tempo. Poi pentirsi e iniziare ad agitarsi senza senso, urlando rimproveri a caso: “Loriiiii, no i calci al bambinoooo!”.
- Dopo un po’ cercare al telefono un’amica per fare quattro chiacchiere e riuscirci al terzo tentativo. E’ a quel punto che tuo figlio cade/litiga con un altro bambino/ha fame o sete/soprattutto gli scappa la cacca ma vuole farla dietro al cespuglio per non tornare a casa.
- Cercare di non intervenire in litigi tra bambinetti e poi separarli con imparzialità quando sei intimamente convinta che la colpa sia sempre del figlio degli altri.
- Subire l’abbassamento della vista di una diottria nel tentativo di riconoscere tuo figlio nascosto sopra un albero. Sopravvivere allo spavento di non averlo visto per un quarto d’ora mentre lo cercavi disperatamente.
- Cazziarlo per essere sparito. Lodarlo per l’ottima prestazione di arrampicata.
- Accorgersi che i giardinetti senza gessetti, bolle di sapone, macchinine, bottiglietta vuota per travasi melmosi sono il salto triplo carpiato con avvitamento delle mamme.
- Capire che è meno faticoso portare al parchetto un neonato che sta seduto sul suo pannolino piuttosto che un essere deambulante con una spiccata predilezione per l’altalena: “Mammaaaaaa, mi spingiiiii?”.
- Dirimere il traffico della coda per l’altalena. Escogitare trucchetti per costringere tua figlia a scendere. Funziona solo la girella #epicfail.
- Lanciare sguardi significativi alla nonna fumatrice che butta i mozziconi per terra nell’area giochi. Ti scoccia dirle qualcosa, lei non capisce che è vietato. Vorrà dire che resterà sola di fronte alle sue lastre.
- Dopo 2 ore sotto il sole: vedere Dio.
Il microcosmo dei giardinetti meriterebbe un documentario di Sir Richard Attemborough. Vuoi dire la tua?
Nell’attesa raccontiamo le nostre esperienze qui sopra e su Twitter con hashtag #ufficioaigiardinetti
Poi raccoglierò le migliori e ne farò un e-book di successo, un reality per la tv, una web fiction e una serie di abiti comodi ma eleganti per mamme ai giardinetti.
Attendo il vostro contributo!
Mi si è accesa una lampadina
Qualche giorno fa mi è successo di essere intervistata da una giornalista sul fenomeno di quello che gli americani in modo figo chiamano “new maternity” e qualche articolo italiano ha divulgato anche come “retro wife”.
La moglie vintage non è una vecchia, tranquille, ma una donna che ha lasciato il lavoro per dedicarsi alla famiglia, trovando maggior significato esistenziale nella vita domestica piuttosto che nell’obbligo di rispondere a standard lavorativi e personali troppo stressanti, visto che per avere tutto finiva con il dimenticare la vera se stessa.
Non sono discorsi nuovi nell’ambiente blogger per cui non mi soffermo sull’analisi delle cause di questo fenomeno.
Quello che invece mi ha fatto riflettere è come il semplice fatto di rispondere alle domande di un’intervista mi abbia obbligata a dare una struttura a tanti pensieri sparsi. Spiegare a qualcuno che non mi conosce la ragione delle mie scelte e come materialmente vivo la mia vita mi ha offerto l’opportunità di capirmi meglio e, come è successo alla fine della conversazione, avere un’illuminazione.
Che nei primi tempi stare a casa fare “solo” la mamma non mi abbia fatto sentire bene è un dato di cui ho già parlato. Mentre il mio bimbo neonato dormiva io restavo sveglia a fissare il soffitto sentendo che ero fuori dai giochi, tradivo il mio carattere brillante e le mie capacità, sprecavo il mio talento. Per 3 anni ho vissuto un’apnea di ambizioni, tanto le mie giornate, con la nascita di un’altra bambina, erano così piene e stancanti da non lasciare spazio ad altro.
Poi ho alzato un po’ la testa ed è stato a questo punto che ho fatto veramente la mia scelta.
Voglio dire: avrei potuto mandare in giro curricula a destra e a manca, cercare di rientrare in azienda, ma non l’ho fatto.
E il vero motivo è che ormai sono così abituata ad esserci quando serve, a dare il mio tempo alla famiglia quando voglio (aiutando anche il marito nella sua attività) che solo il pensiero di uscire di casa alle 8 e rientrare alle 19 mi dà la nausea. Anzi, in qualche modo mi intimorisce.
Intendiamoci: la mia vita ideale non contempla andare al supermercato tutte le mattine a fare la spesa o entrare in paranoia per una macchia sul pavimento. Al contrario, ho un sacco di interessi ed accetto volentieri collaborazioni professionali da casa oppure in gita (tipo andare a Sanremo, che non è per niente da mamma onnipresente anni ’60). Questo secondo me non è tanto da retro wife, quanto da persona fortunata che può scegliere cosa fare nella vita, anche se poi riuscirci non è affatto automatico!
Certo, guadagno meno di prima e il breadwinner è mio marito.
- Non lo vivi come una limitazione e anche come una minaccia? – mi chiede preoccupata la giornalista.
Sì, non è che vivo sulla Luna. Ma ci sono fortunatamente molti modi di vivere una situazione del genere e uno di questi riguarda la concezione della famiglia come impresa famigliare, come progetto comune in cui il potere economico non diventa mancanza di rispetto e controllo dell’altra persona, in cui la fiducia è gestire insieme in modo trasparente ogni cosa. Quando ero ragazza e me lo raccontavano altre coppie non ci credevo, oggi per me è vero, ma so di essere probabilmente un’eccezione.
- Ma cosa pensa tua madre di questa scelta?
Eh, mia madre, donna che al lavoro ha dato tutto e di più con grandissimo piacere, non è tanto contenta. Io la capisco, ma c’è da dire che lei appartiene ad un’altra generazione e inoltre le nostre storie personali sono molto diverse.
Sono figlia unica di genitori egoriferiti, uscire di casa per me è stato faticoso e per uscire di casa intendo anche capire che la stima per una madre non deve arrivare a voler essere necessariamente uguale a lei, ma trovare un proprio modo di essere donna prima e mamma poi.
Sapersi scoprire e poi accettare: studiare per anni con l’obiettivo di essere una donna manager con le spalline imbottite anni ‘80 (che stereotipo del cavolo, tra l’altro) quando per sentirmi veramente felice alla fine mi basta essere circondata da una famiglia affettuosa e dare sfogo alla mia creatività.
– Che cosa ti auguri per tua figlia? – mi incalza la giornalista.
Certo che per mia figlia vorrei un futuro solido, economicamente indipendente, un lavoro che la gratificasse. Certo che farei la nonna che le tiene i bambini. Ma lei cosa vorrà? Come sarà il mercato del lavoro tra 20 anni? Dove abiterà? Quali saranno i suoi desideri? Troppe domande. A me basterà starle accanto come potrò.
- Ma insomma, alla fine questi blog, questi etsy, questo on line è un’opportunità o una rinuncia da parte delle mamme?
Cara giornalista, anche tu sei mamma di due figli e lo sai, è un’opportunità E una rinuncia.
Se hai qualcosa da dire ti aiuterà, altrimenti rimarrà un piacevole hobby e non c’è nulla di male in questo. Le donne che ce la fanno on line sono le cape di se stesse, il che va bene, ma indica che sotto il capoufficio non sono riuscite a starci o hanno smesso di fare il capoufficio o di provare a cambiare le regole sul lavoro.
Per cui tutto bello, ma su larga scala meglio il telelavoro part-time per maschi e femmine accanto ai blogger e gli esperti social free-lance.
Che poi il vero punto è che sia i padri che le madri vogliono stare con i loro bambini piccoli, solo che in Italia se esci dal mondo del lavoro non ci rientri più. Se i genitori potessero contare su un sistema in cui cambiare occupazione non fosse un dramma, certo che si prenderebbero delle pause. Le mie amiche americane mi raccontano che negli USA le mamme stanno a casa e gli asili sono rari, tanto poi un lavoro si ritrova. Qui no.
Insomma, tante le riflessioni, molti i dubbi sollevati dalla giornalista, le incoerenze che emergono raccontandosi eppure…eppure alla fine c’è qualcosa di forte e vero che le tiene tutte insieme rendendole la vita che faccio, i sogni che mi animano, le piccole frustrazioni che accetto, le soddisfazioni che colgo.
Ed è che sono felice. Felice così.
Perché dovrei mettere in discussione un equilibrio raggiunto, una vocazione che mi è venuta a cercare senza sapere di averla?
Sono felice io, è felice la mia famiglia. Non è una spiegazione razionale, ma E’.
E tanto mi basta.
Uniti alla meta, c’è Rugby nei Parchi!
Mamme milanesi, all’appello! Sapete già cosa fare domenica?
Iniziate subito a visitare il sito di Rugby nei Parchi, adesso vi spiego.
Forse vi ho già raccontato che da piccola ero una patatona poco attratta dallo sport e questo resta un po’ il cruccio della mia infanzia, perché oggi da mamma sono convintissima che praticare un qualsiasi sport ad un livello accettabile costruisca la personalità. Io per dire ho sempre avuto paura di vincere.
Per questo sono tutta contenta di avere un marito molto sportivo e dei figli che hanno un interesse sincero per le attività all’aria aperta ed il movimento. E’ chiaro che lo stimolo di noi genitori è fondamentale, soprattutto nello scegliere che cosa fare.
A mio figlio piace il calcio solo come opportunità di stare con i suoi compagni durante la ricreazione, non tifa alcuna squadra e a noi va bene così. Non ci piace cosa è diventato il mondo del calcio, ancora meno la rappresentazione mediatica che ne viene fatta, e quindi siamo alla ricerca di uno sport di squadra diverso per il nostro settenne, che fa già nuoto e karate.
Ecco perché, come vi dicevo prima, siamo proprio curiosi di partecipare a Rugby nei Parchi, un evento sportivo organizzato dal Comune di Milano e Rugby Grande Milano, sponsor dell’iniziativa Gruppo Mediobanca (Mediobanca,Compass e CheBanca!), per far conoscere questo sport alle famiglie e divertirsi tutti insieme.
Soprattutto vogliamo sperimentare di persona le qualità che chi lo pratica ci racconta: il rispetto delle regole, la generosità, la fiducia negli altri e in se stessi, la competitività che non sfocia in aggressività fuori luogo.
Le prossime date sono:
Domenica 19 maggio, ore 10.00 presso il Parco Forlanini (lato Centro Sportivo Saini, via Corelli 136)
e
Domenica 2 giugno, ore 10.00 presso l’Arena Civica (Parco Sempione, ingresso V.le Elvezia) per la Grande Festa finale.
Noi andremo a quest’ultima data e faremo provare il rugby anche alla bambina, siamo sicuri che quanto a placcaggi le femmine non abbiano niente da invidiare ai maschi!
Tra l’altro incontreremo il campione oggi allenatore Diego Dominguez e parteciperemo all’estrazione di uno dei 10 ticket per partecipare al Diego Dominguez Rugby Camp. Magari poi vince mia figlia!
Per conoscere tutti i dettagli e partecipare visitate la pagina Facebook dell’evento .
Ci vediamo lì?
(Post sponsorizzato)
Non sparate sulla mamma!
La fine dell’anno scolastico per una madre è uno dei periodi più ansiogeni dell’anno.
Dopo così tanto tempo e due figli ancora non me ne capacito: perché i saggi, le recite, i tornei di fine stagione, i regali alle maestre e alle bidelle, due compleanni in famiglia, la scelta del campus estivo, le vacanze da organizzare, il cambio del guardaroba, le scadenze burocratiche, il cambio gomme, una colite spastica, tutto insieme, tutto nel mese di maggio dovrebbero rendermi ansiosa?!
Ah, e poi ovviamente sono restata senza colf. Così, tutto d’un tratto.
Mi affannavo dietro a tutti questi impegni (sono anche rappresentante di classe, col cavolo che l’anno prossimo mi ricandido) quando ieri completavo uno dei miei achievement annuali: ultima lezione di nuoto del figlio con la soddisfazione finale di essere invitato alla pre-agonistica (ma poi vediamo che in realtà il mazzo non se lo fa solo lui).
Leggera e felice come un uccellino rientravo a casa in macchina con i bambini quando all’improvviso un boato inaspettato è esploso contro la mia portiera: una povera ciclista che filava a cento all’ora. Contromano.
La sua bocca sanguinante, le tumefazioni in faccia, la preoccupazione di avere contribuito anche se solo in parte al suo stato, il dispiacere…e contemporaneamente capire che ci era andata bene, molto ma molto meglio di quello che poteva succedere mi hanno fatto ridimensionare tutto.
Ansie da prestazione, scadenze inderogabili, arrabbiature effimere, piccole frustrazioni…
Quello che conta è ritrovarsi la sera intorno ad un tavolo, tutti insieme. E chi se ne importa se il regalo alla maestra non l’abbiamo ancora comprato.
“Una mamma imperfetta”. Da casa nostra alla web tv.
Giovedì sono stata invitata al Corriere della Sera per la presentazione della nuova fiction Rai, “Una mamma imperfetta”, un esperimento narrativo a cui partecipa anche il giornale nella sua versione on line (prima puntata qui).
Infatti da oggi ogni giorno il sito del Corriere ci offrirà una pillola di questa storia di mamme che poi andrà in onda in modo completo in prima serata a settembre su Rai2.
Io però sono andata a questo evento piena di scetticismo, perché come mamma blogger, ormai sono abituata alla banalizzazione della maternità in ogni salsa ed all’estrema semplificazione degli argomenti praticata dai giornali, con la conseguenza di ridurre le madri ad una macchietta domestica in mezzo a mille stereotipi. Inoltre l’effetto RAI (son tutte belle le mamme del mondo + abbassiamo il livello) era una minaccia incombente.
Invece devo ammettere che le anticipazioni che ci hanno mostrato hanno dissipato molti dei miei dubbi. Il regista e sceneggiatore è Ivan Cotroneo (ex “Tutti pazzi per amore”), un intellettuale poliedrico, vivace e, mi sembra di capire, anche umile, che in effetti ha dato una visione realistica ed aggiornata della maternità.
Sin dal primo episodio la platea è entrata in sintonia con la protagonista e le sue amiche mamme. Molte le vicende in cui tutti ci siamo immediatamente riconosciuti. Alcuni temi più seri sono stati affrontati con molta ironia e ne abbiamo riso volentieri.
Io che sono curiosa di natura non ho potuto trattenermi dal chiedere a Cotroneo quanta ispirazione gli sceneggiatori abbiano tratto dai blog delle mamme. Mi è stato detto che le narrazioni di amici e parenti sono state fondamentali, anche se conoscono il fenomeno. La risposta è stata molto elegante, però insomma non si può fare a meno di pensare ad un blog molto noto che esiste da anni che si chiama Mamma Imperfetta e che non è mai stato citato nemmeno lontanamente.
Tra l’altro la protagonista principale si confida con lo schermo del computer, come se raccontasse alla rete le sue giornate, ma non ha né legge blog, non va su internet per diagnosticare malattie ai figli, è una mamma del 2009 come dice lo Zio. Mi sembra un piccolissimo baco, ma capisco anche che questo film lo devono vedere dalle Alpi all’Oceano Indiano e Milano Centro non è l’Italia.
Nell’attesa di vedere tutto lo sceneggiato (vi ho già detto che odio la parola fiction?), vi lascio alcune domande che restano aperte:
- Mamme che si autodefiniscono imperfette, mamme imperfette che soffrono le mamme perfette, mamme che pensano di essere perfette ma non lo sono…
Ma esistono davvero le mamme perfette? Secondo me no, non esistono.
Sono tutte invenzioni delle nostra testa perché vorremmo essere sempre al massimo della prestazione e non ci riusciamo. E non ci riusciamo perché non è umanamente possibile. Prima ce lo diciamo meglio è.
Queste madri oggetto della nostra invidia, perché alle otto del mattino le vediamo tutte eleganti e perfettamente truccate, perché ai giardinetti conoscono a memoria il nome di tutte le malattie, perché i loro figli a scuola hanno i quaderni senza orecchie, sono esattamente come noi. Ci sembrano perfette proprio in ciò che noi sappiamo fare meno bene, ma conosciamo i loro veri sentimenti, i piccoli fallimenti che ci nascondono?
Perché dobbiamo essere sempre così tremendamente competitive? Non è che un tacco al parco giochi mostra solo la voglia di restare belle ed eleganti nonostante la fatica di fare la mamma?
- Non so ancora come e quando nello sceneggiato si parlerà di casalinghe, però sarebbe il caso di iniziare a farlo, ed in modo moderno.
Le mamme lavoratrici sono stressate dal doppio incarico, lo sappiamo tutti, ma mi piacerebbe che si capisse un po’ anche la vita di chi sta “solo” a casa. E’ vero che non ci sono i vincoli di orario dell’ufficio, però restano quelli degli impegni dei figli e della casa. E poi ci sono tanti altri aspetti: essere realizzate, socializzare, trovare la propria via al lavoro, che può essere anche creativa come la nostra di blogger ed esperte di social media.
- Infine, sì, lo confesso: odio le mamme-tv con le occhiaie, il golfino stropicciato, che si sentono perennemente in ritardo su tutto. Però io sono una persona troppo esigente e credo che ognuna delle quattro mamme della storia voglia rappresentare una tipologia diversa, quindi mi dispongo con molta bonomia a gustare tutte le puntate.
E voi che tipo di mamma siete?
- Quella sempre in ritardo?
- La mamma in carriera che delega alle tate?
- La svaporata che non se la prende per niente?
- La casalinga anni 2000?
- La mamma perfetta???
Io forse un po’ di tutte queste (no dai, non delego molto alle tate). Ah, tra l’altro in tempi non sospetti con un po’ di amiche sulla maternità “così come viene” abbiamo scritto un libro: questo. (Regalatelo che fate pure della beneficenza)
Nel frattempo vi presento le attrici. Le ho intervistate l’altro giorno, sono molto simpatiche! E due di loro sono pure mamme, ascoltate un po’ cosa mi hanno raccontato!
Scheletri rosa nell’armadio di una donna
Facile dire di qualcuno che ha gli scheletri nell’armadio.
Ma nel mio caso non è una battuta. Gli scheletri li ho veramente!
Ogni anno, quando proprio vi sono costretta, apro l’armadio per il cambio di stagione e faccio quello che fanno tutti: metto in alto quello che sta in basso, in basso quello che sta in alto e non butto via niente.
Lo vorrei fare, ma trovo sempre valide motivazioni per astenermi. Tipo: questa maglietta è ancora in buono stato, magari è la volta che la indosso (certo, certo); questo golf è un ricordo, come faccio a liberarmene?
Il momento più assurdo è quando riesco a mettere insieme una borsa di abiti da regalare, la deposito nello studio…e ce la lascio per un anno!
Ultimamente poi, subentrano altre considerazioni: questa borsa così carina la conservo per la bambina quando sarà grande. E’ il caso di questo vestito:
Comprato da Fiorucci per 400.000 Lire e successivamente scartato su suggerimento di mia madre (“Ho visto una copia sulle bancarelle dei cinesi!” Mannaggia a lei, mi ha fatto spendere il doppio per una festa elegante).
Anche questo secchiello di Johnny Lambs ricevuto per il mio 19esimo compleanno, non scherza.
Tra le lettrici del mio blog c’è qualcuna abbastanza vecchia da ricordare che impazzavano la moda della borsa a secchiello e la marca post-paninara Johnny Lambs = Gianni Agnelli ?
Oppure le mitiche camicie con i personaggi dei Looney Tunes?

Altro residuato vintage: due baschi di Kenzo che vorrei avere il coraggio di sfoggiare, ma mi sento fuori tempo massimo.

Ed infine la mia vera croce e delizia, ma per questa in realtà avrei bisogno di uno psicanalista.

Questi sono solo alcuni tailleurs tutti rigorosamente neri, blu o grigi che mi guardano dall’alto dell’armadio. Corredati ovviamente da borse adeguate, stile business-sciuretta, testimoni di quella donna in carriera-tutta d’un pezzo che volevo essere centomila anni fa. Mi nascondevo nel vestito, cercavo di sembrare meno femminile possibile mentre non sapevo nemmeno chi fossi veramente.
E naturalmente le scarpe erano coordinate. Ecco un breve flash di n paia di decolletés tutte uguali, sempre nere, al massimo blu, con il tacco da hostess British Airways.
La vera domanda oggi è:
perché tengo tutta questa roba e non riesco a liberarmene?
E la risposta è proprio lì, in quei vecchi vestiti, in quelle scarpe passate di moda, che restando lì rubano lo spazio a nuovi abiti, a nuove me.
Non riesco a mollare il mio passato e a scegliere il mio futuro. Sono lì, in bilico. Non voglio più essere una donna manager ma non ho ancora capito quali vestiti indosserò nel mio futuro.
L’analisi del guardaroba di una donna vale come una seduta di psicanalisi, ve l’ho detto.
Cosa interessa agli uomini?
Ieri su Facebook Francesca Sanzo ha commentato l’ennesimo episodio di violenza perpetrato da un ex su una donna in questo modo: “Ma a voi uomini tutte le volte che leggete una cosa così non vi viene da piangere e gridare #noncisto? a me verrebbe “.
Siccome tempo fa anche io ho scritto la stessa cosa oggi ne voglio parlare qui.
Guardate le bacheche Facebook dei vostri amici uomini: articoli di politica, anche dotti, attualità varie, foto vacanze, bella musica, video divertenti, hobby, disegni dei figli…Queste sono le cose che a loro interessa condividere con gli altri, le cose per le quali vale la pena investire un click di mouse.
La verità è che agli uomini (non a tutti chiaramente, ma una minima generalizzazione va fatta) il femminicidio NON INTERESSA come tematica sociale. I più sensibili si dispiacciono moltissimo degli orrendi fatti di cronaca di cui si ha notizia ovunque, ma in pubblico non ne parlano. E non ne parlano tra di loro. Mai.
Ne parlano magari con le mogli, di fronte alla tv, come quel brav’uomo di mio marito, che sente molto l’argomento, ma non commenta con nessun’altro a parte me e qualche volta suo fratello (che insegna autodifesa femminile, combinazione).
I motivi secondo me sono svariati:
- Tutti gli argomenti che riguardano le donne sono storicamente “cose da donna”.
- I gruppi di autocoscienza femminile anni ’70, seppure utili, hanno lasciato uno strascico “girls only” di discussione su moltissimi temi. E rinforzato l’abitudine culturale maschile a non affrontarli/a non fare troppa autoanalisi. Speriamo nelle nuove generazioni.
- La natura dell’uomo è quella di difendere (o il suo contrario) la donna del proprio branco, non le donne della comunità. C’è una forma di rispetto implicita dell’orticello dell’altro maschio, un non pestarsi i piedi, un vivi e lascia vivere, sono cose private.
- Tranne rare eccezioni e comunque sempre in argomenti non riguardanti le donne, l’uomo si espone se sa di avere un gruppo di pari che lo sostiene. La donna è più diretta e si mette in gioco in prima persona. Non dite che non è vero, difatti siamo sempre accusate di non essere abbastanza diplomatiche e di non fare sistema tra di noi.
- L’uomo è ancora in imbarazzo a parlare di sentimenti. Affrontare in pubblico di fronte ad altri maschi temi considerati solitamente femminili ne offre un’immagine più morbida, tenera, sfaccettata. Il rischio qui è di sentirsi dare del “femminista”, cioè del palle mosce, in un momento storico in cui persino alle donne non piace farsi chiamare così.
Per tutti questi motivi – e probabilmente anche altri che mi sfuggono – quando qualche tempo fa ho condiviso questo video sulla mia bacheca, solo due amici maschi hanno commentato, negativamente, l’iniziativa. Gli altri forse approvavano in silenzio.
Chi si è detto contro – sintetizzando – ha detto che al mondo esistono problemi peggiori della violenza sulle donne e soprattutto del fatto che gli uomini non ne parlino. Il vero problema è lo squilibrio della giustizia a favore delle donne esose nelle separazioni, che le donne sono egocentriche, pensano solo ai loro problemi e li comunicano in continuazione, cose così.
Ora, in questo post non intendo approfondire le motivazioni del femminicidio in atto in Italia, o meglio, di ciò che è sempre esistito solo che adesso ha una definizione pubblica e se ne parla sui giornali. Mi limito a dire che se le donne “rompono” sull’argomento hanno le loro tragiche ragioni e proprio non capisco perché dovrebbero dare la precedenza ad altro. E mi fermo qui.
Aggiungo però che se è vero che le mamme dei maschi hanno un ruolo fondamentale nell’educazione dei figli, ce l’hanno anche i padri ed è ora che tutti gli argomenti escano dai cassetti.
Basta poco: per esempio che anche i padri commentino con i figli i tremendi fatti di cronaca, senza cambiare canale disgustati. Perché sono certa che i nostri uomini lo siano e se ne dissocino, solo che parlarne non è nel loro DNA.
Tralasciando per un momento i fondamentali (una coppia che si ama e si rispetta reciprocamente è il miglior esempio per i figli), penso che i padri dovrebbero imparare a manifestare i loro sentimenti, ad esaminarli, a dare una forma a sensazioni indistinte che ognuno ha dentro di sé. Ed insegnare ai propri figli maschi a fare altrettanto.
Cuore di burro
Qualcuno di voi ha letto “Peter Pan”? Intendo il libro originale.
Perchè se a tratti il libro si sovrappone al ricordo che ne abbiamo partendo dal cartone animato (lo sapete che ormai la nostra immaginazione è stata plagiata dai film Disney, vero?), per molti altri versi è tutta un’altra cosa e diventa un racconto molto più adatto agli adulti che ai bambini. O forse dovrei dire che è un libro molto più profondo e denso di contenuti rispetto all’idea stereotipata che ne abbiamo e si presta ad una lettura in famiglia, con un genitore che media per i più piccoli.
Perché dico questo?
Perché ci sono interi capitoli che solo un adulto che quotidianamente vede crescere i propri figli riesce a capire. Sentite qui:
Capitolo I:
“Forse non avete mai visto la pianta di una mente d’uomo. I medici talvolta disegnano le piante di altre parti del corpo, anche del vostro (…). Provate a dir loro di tracciare la pianta di una mente di bambino che, non solo è confusa, ma è in continuo movimento. Difficilmente ci riescono. Vi sono linee a zig-zag simili a quelle che segnano la vostra temperatura su una tabella clinica e con ogni verosimiglianza rappresentano le vie di un’isola. Infatti l’solachenoncè è (…) un’isola con meravigliose macchie di colore qua e là, e banchi di corallo, e vascelli pirata al largo, e selvagge tane solitarie (…). Sarebbe molto facile disegnare questa pianta se fosse tutto qui, ma c’è anche il primo giorno di scuola, il catechismo, papà e mamma, (…) il giorno della torta al cioccolato (…) i tre soldi se ti levi il dentino da latte da solo (…) In queste spiagge incantate i bambini si divertono di continuo a tirare in secco i loro canotti. Anche noi adulti ci fummo un tempo e, sebbene forse non vi approderemo mai più, a volte possiamo ancora udire il fruscio della risacca”.
Leggo questo capitolo nel lettone, con i miei bambini sdraiati – o forse dovrei dire tarantolati – di fianco a me. Sembrano sempre occupati a farmi il solletico o a pettinare la bambola, invece ascoltano tutto. Quando leggo “pianta di una mente d’uomo” non posso che pensare a loro, alle fantasie magiche che mi raccontano, ai disegni di avventure di pirati, alle principesse, ai mostri e alle fate.
La storia va avanti con la fuga, Campanellino, le avventure, gli indiani, i pirati, i Bimbi Sperduti. Mille sfumature che un bambino non sempre coglie. Non si capisce se certe cose accadono per davvero o vivono solo nell’immaginazione dei protagonisti, ma tu vaglielo a spiegare. Alla fine Uncino praticamente si suicida gettandosi in mare perché non regge il confronto con Peter e preferisce sparire (tra l’altro passa di lì un certo coccodrillo…). Concetti piuttosto sofisticati, diciamo.
Quando alla fine Wendy e i fratelli tornano dai genitori dopo una lunghissima assenza, Peter chiude la finestra della loro cameretta perchè non vuole che tornino alla realtà, dalla loro mamma.
Peter è ambivalente: è affascinante, divertente, coraggioso, ma egoista, superficiale e – lo sappiamo tutti – non vuole crescere. Si redime riaprendo all’ultimo la finestra, consentendo ai ragazzi di tornare in famiglia (e i Bimbi Sperduti lo mollano e si fanno adottare). Peter vive intensamente il presente e ha la memoria corta, proprio come un bambino che vive l’attimo. Ma tu prova a spiegarlo a…un bambino!
Peter se ne va con Campanellino e una volta all’anno viene a riprendersi Wendy, fino a che non torna più e Wendy si dimentica di lui.
Dopo anni Wendy ha una bambina, Jane, con cui parla di Peter.
- Come volavo io! Sai Jane, qualche volta mi chiedo se ho mai volato.
– Sì che hai volato.
– Cari vecchi giorni quelli in cui ero capace di volare.
– Perché ora non sei più capace di volare, mammina?
– Perché sono una persona adulta, gioia mia! Quando si diventa grandi si dimentica, purtroppo, come si fa.
– Perché si dimentica?
– Perché non si è più spensierati, innocenti e senza cuore. Soltanto chi è spensierato, innocente e senza cuore è capace di volare.
A questo punto ditemi come fa una mamma che interpreta molto i libri quando li legge ad alta voce a non commuoversi. Con un paio di testine bionde lì vicino, degli occhi intelligenti e pieni di curiosità, e lei che vorrebbe che questo attimo durasse per sempre!
La figlia mi chiede: “Mamma, hai qualcosa nell’occhio?”
Glom. Proseguo, ma è sempre più difficile.
Alla fine Jane vola via con Peter e il libro finisce così:
“Mentre guardate Wendy, potete vedere i suoi capelli diventare bianchi e la sua figura rimpicciolire sempre di più, perché tutto questo accadde molti e molti anni fa. (intanto pensate alla madre lettrice neo-quarantenne che si vede le prime rughe)
Jane ora è anche lei una comune donna adulta e ha una bambina di nome Margaret. Ogni primavera all’epoca delle pulizie di Pasqua, a meno che non se ne dimentichi, Peter viene a prendere Margaret e la conduce all’Isolachenoncè. Qui ella gli narra tutto quanto sa di lui ed egli la ascolta serio ed attento.
Quando Margaret crescerà, avrà una bambina, che a sua volta diventerà la mamma di Peter.
E così via via avverrà, sempre, finchè i bambini saranno spensierati, innocenti e senza cuore.”
- Mamma, ma stai piangendo?!
- Sì, si può piangere anche quando un libro ci fa molto emozionare. Vuol dire che è molto bello. Adesso andate a letto e se per caso stanotte andaste via con Peter Pan vedete di farvi trovare nei vostri letti domani mattina!
- Mamma, ma la tapparella è chiusa bene?!
Sorrido, li bacio, li accarezzo. Possono passare 100, 200, 300 anni da quando Peter Pan è stato scritto per la prima volta. Ma le mamme e i bambini resteranno sempre gli stessi!
P.S.: Sì, io sono il tipo che piange di fronte ai figli. Del resto, non potevo farne a meno!
Mi piacerebbe sapere che ne pensa la mia amica Monica, che ha frequentato un corso per leggere le storie ai bambini. Io però non mi sento di sbagliare. Leggere, vedere un film, ascoltare musica sono manifestazioni dello spirito. Se mi commuovo e i bambini mi vedono forse saranno più indulgenti con se stessi anche da adulti, non avranno paura delle proprie emozioni.
Salone del Mobile 2013: Goodesign alla Cuccagna. Videopost di 3 minuti!
Siete curiosi di conoscere cosa succede a Milano in questi giorni del Salone?
Anche io!
Adoro la città in questa settimana (o come si usa dire sui social, la Milan Design Week) e appena posso cerco di ritagliarmi del tempo per curiosare soprattutto nel Fuori Salone, che ormai è diventato molto più cool (e meno caro!) dell’esposizione ufficiale in Fiera.
Molti quartieri della città sono diventati un brand (Zona Tortona, Romana, Brera), il marchio di fabbrica che celebra la vivacità degli showroom e delle gallerie.
A differenza della Settimana della Moda (che poi sono due, una in autunno e una in inverno), il Salone è un evento che si apre alla città e che la rende frizzante e piena di sorprese. Milano poi è abbastanza piccola per essere girata facilmente a piedi o con i mezzi pubblici, l’ideale per attrarre visitatori da tutto il mondo. Insomma, amo la mia città in questo periodo e ne sono orgogliosa!
Quest’anno poi c’è una novità!
Mi dedico a produrre dei video reportage sul Salone. Spero che li apprezzerete e li farete girare.
……e se faccio qualche sbaglio (sono una principiante), mi corriggerete! (cit.)
Ecco il primo, sull’evento Goodesign di Zona Romana, alla Cascina Cuccagna (3 minuti), in cui si parla di orti urbani, design Montessori, coscienza ecologica. Il tutto dal mio punto di vista, s’intende.
Fatemi sapere cosa ne pensate!



















